#02 – La Risoluzione ONU del 1947, rifiutata dai palestinesi, era equilibrata e imparziale – FALSO!

 

Nel 1947 l’ONU aveva solo due anni di vita e ben poca esperienza; la questione del futuro della Palestina fu affidata a un Comitato Speciale per la Palestina, l’UNSCOP (United Nations Special Committee for Palestine), ma nessuno dei suoi membri poteva contare su precedenti esperienze nella soluzione di conflitti, né sapeva molto della storia della Palestina.

Anche L’UNSCOP decise di appoggiare la spartizione come principio guida di una futura soluzione. Certo, per un po’ si prese in considerazione la possibilità di creare uno Stato democratico che comprendesse tutta la Palestina – il cui futuro sarebbe poi stato deciso dal voto di maggioranza della popolazione – ma tale idea fu successivamente abbandonata. Invece l’UNSCOP raccomandò all’Assemblea Generale dell’ONU la spartizione della Palestina in due Stati, tenuti insieme come una federazione da un’unità economica. Inoltre raccomandò che la città di Gerusalemme diventasse un corpus separatum sotto un regime internazionale amministrato dall’ONU. La relazione finale dell’UNSCOP prevedeva due futuri Stati, identici tranne che nell’equilibrio demografico interno, e quindi sottolineava la necessità che entrambe le entità adottassero norme liberali democratiche. Il 29 novembre 1947, tutto questo si tradusse nella Risoluzione 181 dell’Assemblea Generale.

E’ chiaro che nell’approvare la Risoluzione di spartizione, l’ONU non tenne in alcun conto la composizione etnica della popolazione del paese. Se l’ONU avesse deciso che il territorio dove si erano insediati gli ebrei in Palestina doveva corrispondere alle dimensioni del loro futuro Stato, avrebbe concesso loro appena il 10 per cento della terra. Ma l’ONU accettò le rivendicazioni nazionaliste avanzate dal movimento sionista sulla Palestina e cercò, inoltre, di risarcire gli ebrei dall’Olocausto nazista in Europa.

Di conseguenza al movimento sionista fu “dato” uno Stato che comprendeva più di metà del paese. I membri dell’UNSCOP si erano orientati verso il punto di vista sionista anche perché sin dal 1918 la leader palestinese si era opposta alla spartizione della propria terra. Nel passato, tale leadership, composta principalmente da notabili di città, non era quasi mai riuscita a rappresentare realmente la popolazione nativa della Palestina; tuttavia, questa volta ci riuscì e sostenne in pieno il risentimento popolare della società palestinese nei confronti dell’idea di “dividere” la terra natia con coloni europei che erano venuti a colonizzarla.

Finora, “portare la pace in Palestina” è sempre stato inteso come un piano messo a punto esclusivamente dagli Stati Uniti e da Israele, senza che i palestinesi venissero consultati seriamente, né minimamente rispettati.

Con l’annuncio della propria intenzione di creare in Palestina due entità politiche uguali – ebraica e araba -, l’ONU violava i diritti fondamentali dei palestinesi e non teneva in alcun conto gli interessi del mondo arabo per la Palestina, proprio al culmine della lotta anticolonialista nel Medio Oriente.

L’impatto che tali decisione ebbe sul paese e sulla popolazione fu ben peggiore. Invece di calmare l’atmosfera, come era nelle intenzioni, la Risoluzione acuì le tensioni e fu la causa diretta del deterioramento del paese, che precipitò in una delle fasi più violente della sua storia. Il caos che seguì provocò la prima guerra arabo-israeliana: la pulizia etnica dei palestinesi era iniziata.

Come ho spiegato, la leadership palestinese decise sin dall’inizio di boicottare le operazioni dell’ONU. Questa decisione viene spesso usata dalla propaganda israeliana contemporanea come prova che i palestinesi – e non Israele – sono i responsabili del destino che li colpì nel 1948. La storiografia palestinese ha negato tali accuse in modo convincente rivelando quanto fossero ingiuste e illegali le procedure adottate dall’ONU, e analizzando i motivi che portarono alla creazione dell’UNSCOP.

Poche settimane dopo che l’UNSCOP aveva cominciato a lavorare, i palestinesi si resero conto che le carte erano state truccate: i palestinesi si trovavano alla mercé di un’organizzazione internazionale che sembrava già disposta a ignorare tutte le regole della mediazione internazionale, proprie della sua Carta, e pronta a dichiarare una soluzione che agli occhi dei palestinesi era non solo illegale ma anche immorale. Diversi esponenti palestinesi chiesero allora che quella legalità venisse verificata presso la Corte internazionale di giustizia (fondata nel 1946), ma questo non fu mai fatto. Non occorre essere un grande giurista, né un esperto in legge per capire che la Corte internazionale avrebbe condannato l’imposizione di una soluzione a un paese dove la maggioranza della popolazione era fortemente contraria.

L’ingiustizia era allora evidente quanto lo è adesso, tuttavia non ricevette quasi alcun commento da parte dei principali giornali occidentali che scrivevano sulla Palestina: gli ebrei, che possedevano meno del 6 per cento della terra palestinese e costituivano un terzo circa della popolazione, ottennero oltre metà del territorio. Entro i confini dello Stato proposto dall’ONU, essi possedevano solo l’11 per cento del territorio ed erano una minoranza in ogni distretto.

Come i teorici della pulizia etnica ammisero in seguito, nel caso di un’ideologia basata sull’esclusività, laddove la questione etnica è altamente esplosiva, ci può essere un solo risultato: la pulizia etnica. I membri dell’ONU che votarono a favore della Risoluzione di spartizione, secondo la mappa che essi stessi avevano tracciato, contribuirono direttamente al crimine che stava per essere compiuto.

 

gaza1

 

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