#03 – Il novello Stato ebraico rispettò i confini imposti dalla Risoluzione ONU del 1947 – FALSO!

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Fu Ben Gurion che convinse i suoi collaboratori ad accettare e nello stesso tempo a non tenere in alcun conto la Risoluzione di spartizione dell’ONU del 29 novembre 1947. Il previsto rifiuto del piano da parte degli arabi e dei palestinesi permise a Ben Gurion e alla leadership sionista di affermare che il piano ONU era lettera morta il giorno stesso in cui fu approvato – tranne, naturalmente, per quelle clausole che riconoscevano la legalità dello Stato ebraico in Palestina. I suoi confini, dato il rifiuto da parte palestinese e araba, “saranno decisi con la forza e non con la Risoluzione di spartizione”, dichiarò Ben Gurion. Lo stesso sarebbe stato per il destino degli arabi che vivevano lì.

Si delinea ora una formula. Meno importante era l’istituzione alla quale si presentava, più Ben Gurion si dichiarava a favore della Risoluzione di spartizione; più era importante il forum, più Ben Gurion la rifiutava con sdegno. Nel comitato speciale che trattava le questioni di sicurezza, il Comitato di Difesa, egli respinse senza mezzi termini la Risoluzione di spartizione, e già il 7 ottobre 1947 – prima ancora dell’adozione della Risoluzione ONU 181 – sappiamo che egli annunciò alla cerchia ristretta dei suoi colleghi della Consulta che, alla luce del rifiuto arabo di collaborare con l’ONU, “non esistono confini territoriali per il futuro Stato ebraico” 1.

Nei mesi di ottobre e novembre del 1947, la Consulta divenne il gruppo di riferimento più importante di Ben Gurion. Solo con loro egli discuteva apertamente delle possibili implicazioni della sua decisione di ignorare la mappa di spartizione e di usare la forza per assicurarsi un’esclusiva maggioranza ebraica nel paese. E fu proprio perché Ben Gurion capiva perfettamente che tali questioni non potevano essere discusse apertamente in pubblico, che creò subito la Consulta.

A ventinove ore dalla fine del Mandato, la maggior parte dei villaggi nella zona nord-ovest della Galilea – tutti entro i confini dello Stato arabo designato – era stata distrutta, facendo in modo che Ben Gurion annunciasse con soddisfazione al nuovo parlamento: “E’ stata liberata la Galilea occidentale” (alcuni dei villaggi a nord di Haifa furono in effetti occupati solo in seguito). In altre parole, le truppe ebraiche ci misero poco più di un giorno per trasformare una zona con una popolazione per il 96 per cento palestinese e solo per il 4 per cento ebrea – e con un identico rapporto anche per la proprietà terriera – in una zona che risultava quasi completamente ebrea. Ben Gurion era particolarmente soddisfatto della facilità con la quale la gente dei villaggi più grandi, quali Kabri, 1500 abitanti, Zib, 2000 abitanti, e il più grande, Bassa, con 3000 abitanti, era stata cacciata.

I villaggi che opponevano resistenza dovevano essere ulteriormente “puniti”. Come sempre quando si verificano episodi traumatici nelle vite degli esseri umani, alcune delle peggiori atrocità rimangono profondamente incise nella memoria dei sopravvissuti. Le famiglie delle vittime custodirono quei ricordi tramandandoli di generazione in generazione. Nizar al-Hanna viene da una di quelle famiglie, le cui memorie si basano sugli eventi sconvolgenti cui assistette la nonna:

 

“Mia nonna materna era adolescente quando i soldati israeliani entrarono a Bassa e ordinarono a tutti i giovani di radunarsi davanti a una delle chiese dove furono fucilati. Mia nonna guardò mentre due dei suoi fratelli, uno di 21, l’altro di 22 anni sposato da poco, furono giustiziati dall’Haganà.”

 

L’espulsione di un numero così elevato di abitanti – che erano appena divenuti, a seguito della Risoluzione di spartizione dell’ONU, cittadini dello Stato arabo definito dall’ONU o cittadini dello Stato ebraico – passò inosservata per l’ONU.

Il 24 maggio, dopo un incontro con i suoi consiglieri, Ben Gurion annota nel suo diario con toni trionfalistici e più che mai assetato di potere:

 

“Noi fonderemo uno Stato cristiano in Libano, il cui confine meridionale sarà il fiume Litani. Piegheremo la Transgiordania, bombarderemo Amman e distruggeremo il suo esercito, e allora la Siria cadrà, e se, ciononostante, l’Egitto continuerà a combattere, bombarderemo Porto Said, Alessandria e il Cairo. Questa sarà la nostra vendetta per quello che loro (gli Egiziani, gli Aramei e gli Assiri) fecero ai nostri antenati ai tempi della Bibbia”.

 

In meno di due settimane centinaia di migliaia di palestinesi furono espulsi dai loro villaggi, paesi e città. Il risultato del piano di “pace” ONU fu una popolazione minacciata e terrorizzata da una guerra psicologica, da pesanti bombardamenti su civili, da espulsioni, dallo spettacolo di parenti che venivano giustiziati, mogli e figlie maltrattate, derubate e in diversi casi stuprate. Da luglio molte case furono distrutte, fatte saltare con la dinamite dagli artificieri israeliani. Nel 1948 non vi era nessun intervento internazionale su cui i palestinesi potessero sperare: all’estero non si preoccupavano delle atrocità che si stavano verificando in Palestina. E un aiuto non poteva venire neppure dagli osservatori delle Nazioni Unite, che a decine giravano per il paese “osservando” da vicino le barbarie e le uccisioni, senza essere disposti o capaci di intervenire in qualche modo.

 

1 Diario di Ben Gurion, 7 ottobre 1947

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