#04 – Nel 1948 la comunità ebraica in Palestina era in pericolo – FALSO!

 

L’atmosfera dei primi incontri della Consulta non traspariva dai discorsi infuocati che Ben Gurion faceva in pubblico. Melodrammatico e carico di pathos, egli annunciava: “Questa è una guerra che intende distruggere ed eliminare la comunità ebraica”, e non faceva mai riferimento alla passività dei palestinesi o alla natura provocatoria delle azioni sioniste.

Si dovrebbe aggiungere che questi discorsi non erano solo retorici. Le forze ebraiche riportarono perdite nel tentativo di tenere aperte tutte le linee che portavano agli insediamenti isolati costruiti dai sionisti nel cuore delle zone palestinesi. Alla fine di gennaio, in questi attacchi erano morti 400 coloni ebrei – un numero elevato per una comunità di 660.000 persone (ma ancora molto al di sotto del numero di palestinesi, 1500, che erano stati già uccisi nei bombardamenti a caso e negli attacchi d’artiglieria ai villaggi e ai quartieri). Ben Gurion dipingeva le vittime ebraiche come “vittime di un secondo Olocausto”.

Il tentativo di presentare i palestinesi e gli arabi in generale come nazisti fu un deliberato stratagemma di immagine per il grande pubblico per assicurarsi che, tre anni dopo la fine dell’Olocausto, i soldati ebrei non si sarebbero fatti scrupoli quando veniva loro ordinato di ripulire, uccidere e distruggere altri esseri umani.

In alcune apparizioni in pubblico, Ben Gurion descrisse addirittura il coinvolgimento ebraico nella guerra come il tentativo di proteggere l’onore dell’ONU e la sua Carta. Questa discrepanza tra una politica sionista distruttrice e violenta da una parte e un discorso apertamente di pace dall’altra si ripresenterà varie volte nel corso del conflitto, ma la falsità del 1948 sbigottisce oltre misura.

In pubblico, continuavano a sventolare lo scenario apocalittico di un secondo Olocausto, mentre nelle loro riunioni la Consulta allargata fu informata da Ben Gurion dei sorprendenti successi del reclutamento obbligatorio imposto dalla leadership sionista alla comunità ebraica, e anche degli acquisti d’armi effettuati, soprattutto di armi pesanti e aerei.

Uno dei principali indizi del fatto che nel 1948 le forze ebraiche avessero il sopravvento e che la comunità ebraica di Palestina nel suo insieme fosse ben lungi dal correre un pericolo di estinzione e di distruzione, come invece ce lo dipinge il mito ufficiale sionista, fu la decisione di parecchie minoranze etniche del paese di abbandonare il campo palestinese e di unirsi alle forze ebraiche. La prima e la più importante di queste minoranze furono i drusi, una setta religiosa che si considera musulmana anche se l’ortodossia islamica non ne accetta la rivendicazione. Anche un’altra setta, i circassi, che avevano parecchi villaggi nel Nord del paese, decisero di fare atto di fedeltà alla potente presenza militare ebraica e ad aprile si unirono in 350 alle forze ebraiche. Una forza mista di drusi e circassi formerà il nucleo della polizia di confine di Israele, la principale unità militare di controllo delle zone arabe in Israele prima del 1967, che poi dal 1967 sosterrà l’occupazione della Cisgiordania e della Striscia di Gaza.

L’opinione pubblica israeliana, e in particolare quella americana, tuttavia, riuscirono a perpetuare il mito di una potenziale distruzione o di un “secondo Olocausto” che attendeva il futuro Stato ebraico. Sfruttando questa mitologia, in seguito Israele poté assicurare al futuro Stato il potente sostegno delle comunità ebraiche in tutto il mondo, mentre demonizzava gli arabi in generale e i palestinesi in particolare agli occhi dell’opinione pubblica degli Stati Uniti. La realtà sul campo era, naturalmente, quasi completamente opposta: i palestinesi si trovavano di fronte a un’espulsione di massa. Il mese che la storiografia israeliana descrive come il più “violento”, in realtà, fu quello in cui i palestinesi semplicemente cercarono di salvarsi dal loro destino, piuttosto che di occuparsi della distruzione della comunità ebraica. Quando questo tentativo fallì, non ci fu più nulla a ostacolare le truppe israeliane nella pulizia etnica.

A quel punto (siamo nell’aprile del 1948) 250.000 palestinesi erano stati già espulsi, 200 villaggi distrutti e decine di cittadine evacuate.

 

gaza5

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