Chi non si salva da sé, non lo salva nessuno. Chi non si salva da sé, nessuno lo può salvare.

Testo di: Lucia Senesi

 

Lo so, lo so… non ci sentiamo da tempo. In questo post, oggi, parleremo di un libro e di un film: accoppiata interessante. Vedete che è un modo carino per interrompere il lungo assenteismo. Dunque, dunque… sapete come si dice, no? Bel libro, cattivo film. Cattivo libro, buon film. Regola chiara e cristallina. Ma, come tutte le regole che si rispettino, ecco la sua eccezione.

Il libro al quale mi riferisco è ‘La pianista’ (Die Klavierspielerindi Elfriede Jelinek, scrittrice austriaca Premio Nobel per la letteratura nel 2004. Quale regista poteva trasporre un libro così importante? Ovviamente Lui, il regista più elegante di tutti: Michael Haneke (La pianiste 2001, Gran Prix Speciale della Giuria al 54° Festival di Cannes).

La Pianista

La Jelinek e Haneke parlano la stessa lingua non perché entrambi sono austriaci (e non ridete!), ma perché il connubio fra la loro etica e la loro estetica viaggia nella stessa lunghezza d’onda. Anche quando la trasposizione cinematografica non segue fedelmente il testo, ci sembra sempre di assistere al medesimo stato di cose; questo perché ciò che in Haneke è taciuto, è comunque detto e se guardate questo film capirete come. I suoi silenzi toccano, e in modo rafforzato, le corde cognitive dello spettatore.

Ecco la trama: Erika Kohut è un’insegnante di piano, non più giovanissima. Scrive la Jelinek ‘va per i quaranta’ e ‘…nella vecchiaia, che ormai è alle porte, la vanità è un fardello pesante da portare.’ E ora che provi la Jelinek a spiegare questo concetto agli italiani, il popolo degli ultrasessantenni ancora adolescenti, se ci riesce. Io mi astengo. Erika ha una madre invadente e ossessiva che le ha insegnato il disprezzo per il prossimo e un solo, grande, devoto amore per l’Arte e in definitiva per se stessa, che è evidente, la sua ‘piccola bambina’ non dovrà mai abbandonare. Così lei è diversa da tutti e in tutto, da quando si sveglia al mattino fino al suo rientro la sera a casa, quando finalmente può dormire nel letto insieme alla sua adorata mammina. Ah, Erika non possiede una propria camera, o meglio la possiede, ma lì non c’è nessun letto e sembra quasi superfluo dirlo, non c’è una chiave. Logico, Erika è una figlia modello, non ha nulla da nascondere alla signora madre. Erika che va al conservatorio in tram. ‘Spingere non è degno di LEI, la gentaglia spinge, non la suonatrice di viola e violino.’ E tutta quella ‘orribile massa di gente’ quella ‘plebaglia’ che non sa e non capisce, vorrebbe esprimersi sull’Arte. Vorrebbe ‘impadronirsene senza esserne autorizzata’. Quella ‘plebaglia’ pretende di lanciare pareri sul dolore di Beethoven, il dolore di Mozart, il dolore di Schumann, il dolore di Bruckner, il dolore di Wagner. Si riempiono la bocca di cose che non sanno, banalità su banalità, salvo poi tornare ai loro lavori alto borghesi e alle loro villette riscaldate. Ma tenendo ben salda l’apparenza, ovviamente, l’unica cosa che conta!

La Jelinek e Haneke si chiamano e si rispondono. Lei scrive: ‘Col passare degli anni, Erika ha imparato a guardare la gente dall’alto in basso, ormai supera persino sua madre in quest’arte.’ Erika in ‘aristocratico silenzio’. Erika che ‘Avvolge l’ignoranza di quegli agnelli belanti nel suo disprezzo e in tal modo li punisce.’ E non è proprio così che fa Isabelle Huppert? ’Le hanno inculcato la certezza che lei è il sole intorno a cui tutto gira: deve soltanto stare ferma e i satelliti accorreranno imploranti. Sa di essere la migliore perché è questo che le hanno sempre detto. Meglio non controllare però.’ Cruda e tagliente, ilare anche di fronte alla tragedia annunciata, la prosa della Jelinek trova nelle inquadrature di Haneke un guscio perfettamente corrispondente alla propria forma. Lui del resto è Lui. Mentre tutti gli altri registi si danno un gran daffare per tirare fuori dal cappello nuovi movimenti di camera e messe in scena ad effetto, Lui con la sua precisione e il suo sguardo sempre direzionato nel punto giusto, è perfettamente immanente alla storia che sta raccontando; regista e storia diventano la stessa cosa; mentre tutti gli altri fanno una gran fatica, dicevamo, Lui ha già incatenato lo spettatore allo schermo fin dai titoli di testa. Questa è la grandezza.

Ma torniamo alla storia… Walter Klemmer, un allievo di Erika giovane e di bell’aspetto, inizia a provare interesse per la propria professoressa e tende a non nasconderlo. Infatti lei non tarderà a recepire i suoi segnali. Ma attenzione. Qui non stiamo parlando della volgarotta signora d’età che si invaghisce di un ragazzino molto più giovane di lei; qui stiamo parlando di un essere defraudato della propria gioventù, un essere che non conosce sentimento, come lei stessa afferma. ‘Io non ho sentimenti, Walter, e anche se ne avessi per un giorno essi non prevarranno mai sulla mia intelligenza.’ Dunque lo spettacolo che ci attende sembra proprio essere una storia delicata e disperata, una di quelle storie che ricordano le tragedie goethiane. Ecco profilarsi all’orizzonte l’affinità elettiva fra il giovane studente appassionato di musica e la professoressa ormai sul punto di sfiorire; ecco le loro melodrammatiche dispute su Schubert, il loro ‘volersi inchinare al genio di Bach più che a questa folla che applaude svogliata, che non capisce nulla ed è troppo stupida persino per fare domande.’ Loro invece si capiscono subito, loro che non apprezzano particolarmente neanche Mozart, ‘il beniamino di TUTTI’. Ecco che iniziamo a capire qualcosa di più. ‘I loro involucri, sottili come tele di ragno, fatti di ambizione, ambizione, ambizione e ancora ambizione, posano leggeri come piume, fragili, sui due scheletri dei loro sogni e desideri fisici.’ Ah, dunque è così? E dove sono finiti i due spiriti puri? Dove sono quei due che sembravano gli ultimi depositari dei misteri beethoveniani, che loro soli, così delicati, sembravano in grado di darne la più degna interpretazione?

ATTENZIONE AVVISO DI SPOILER! Da questo momento consiglio il lettore di interrompere questa recensione se non ha ancora letto il libro e/o visto il film. E non fate finta, lo so che state ancora leggendo!

Parliamo un po’ di questo signor Klemmer, l’angelo del pianoforte. Ecco che ne pensa la sua insegnante: ‘Schiavo della boriosa mediocrità del suo piacevole aspetto esteriore, egli non è in grado di riconoscere un abisso neppure quando vi precipita dentro. (…) Klemmer non ha la più pallida idea di cosa sia il tragico. Lui non è altro che un misero giovanotto di bell’aspetto.’ E lei invece? ‘Nell’opaco strato calloso dei suoi anni’? ‘Prima di tutto la giovinezza di Erika, per esempio il suo ventiseiesimo anno di età, quello che la voce del popolo chiama i miei vent’anni. Durano soltanto un anno e poi finiscono. E’ molto tempo ormai che altri si godono i loro vent’anni al posto suo.’ Quindi il suo odio per tutte le ragazze di quell’età. Perché ‘Niente può cambiare questa invariabile differenza: vecchio/giovane. Come non si può cambiare nulla nella scrittura musicale di compositori ormai defunti. Così è e così rimane.’

E così ecco che si frantuma il fragile corollario di questa storia. Il giovane ragazzo sensibile si rivela anche uno sportivo borioso e volgare, uno di quelli che trova nell’elemento donna il massimo stimolo su cui sfogare il suo primario istinto d’interscambiabilità. Per lui la sua insegnante non è altro che un’esperienza fra mille esperienze, lui ne uscirà più maturo, prima di passare alla prossima, che ovviamente, neanche a dirlo, sarà molto più giovane. E lei, questa donna risoluta e sofisticata, la vedremo sfogare le sue repressioni in squallidi sexy shop, davanti a spettacolini porno, spiando le coppie che fanno l’amore sui prati, martoriando con lamette da barba il proprio corpo. Eccola la verità, nuda e cruda. Il lettore e lo spettatore sono serviti.

E poi tutto precipita e va sempre peggio. Erika in preda alla gelosia escogita un piano per ferire intenzionalmente una sua allieva verso la quale prova gelosia. Da lì il suo primo incontro fisico con il ragazzo, in un bagno del conservatorio. Erika impone al ragazzo le sue regole per quanto riguarda i loro rapporti sessuali. Gli farà avere una lettera, dove gli spiegherà quello che lui può farle e quello che non può. Questo è quanto, che non si azzardi a parlare e arrivederci e grazie. Durante una lezione Erika gli consegna la famosa lettera, ma lui decide di non aprirla e di seguire l’insegnante fino a casa. Erika, dopo qualche insistenza, fa entrare il ragazzo, scatenando l’ira della madre. I due si barricano nella sua stanza dove, vi ricordo, non c’è neanche un letto. Il ragazzo tenta un nuovo approccio con la professoressa, ma lei lo respinge. Deve leggere la lettera! Quando lui si decide a farlo resta sconvolto dal contenuto. Quella è una lettera piena di volgarità, di richieste masochistiche. Erika chiede di essere sottomessa, picchiata, maltrattata, stuprata. Benoit Magimel, con un’interpretazione magistrale, le dice ‘Erika tu sei malata. Devi farti curare.’ Erika non parla. Walter Klemmer legge ancora le richieste masochistiche della sua professoressa, schifezze su schifezze. Allora? Le chiede. ‘Forse potresti aprire la tua bocca raffinata e dire qualcosa su questo schifo! No?’ Klemmer non crede ai suoi occhi, vuole andarsene. Ecco il rovesciamento della situazione: il ragazzo che ha più coscienza etica dell’adulto. Tutto sta a vedere fin quando, però.

Si potrebbe dire che la vita è contenuta, tutta, nell’intervallo di spazio e di tempo fra quel che si dice e quel che si fa. Se tenessimo a mente questo assioma di fronte a qualunque situazione, sai che risate! Walter Klemmer lo spirito puro torna a casa della professoressa la notte seguente. Rinchiude la madre nella sua stanza e inizia a picchiare Erika. ‘E’ così che te lo immaginavi?’ Erika cade a terra sanguinante e chiede all’allievo di smetterla, ma lui picchia sempre più forte. Erika grida e piange, ma lui la prende a calci finchè gli va, poi la violenta e la lascia sanguinante sul pavimento di casa. ‘Lo sai? In fondo d’amore non è mai morto nessuno.’ Ecco il punto di vista di un ragazzo tanto giovane da credere alla sentenza che pronuncia. Ma la madre ricorda ad Erika che non c’è da fare troppo caso a certi ‘inconvenienti’, che se l’avesse ascoltata non si sarebbero neanche verificati. E poi c’è da pensare al concerto dove Erika dovrà suonare la sera dopo! E tutto il loro mondo roseo tornerà a splendere, ora che si sono liberate di quell’allievo impiccione. Erika prima di uscire di casa mette nella borsa un grosso coltello da cucina. Lo spettatore e il lettore pensano alla sua vendetta, che sarà consumata in grande, di fronte a tutti. Dopo tutto, lei non ha più nulla da perdere.

Erika arriva al concerto e aspetta all’ingresso l’arrivo di Klemmer che puntualissimo si presenta assieme alla famiglia e saluta sorridente la professoressa come se nulla fosse successo. L’apparenza, l’apparenza, è solo l’apparenza che conta! Nel libro quest’ultimo incontro si svolge fuori dalla scuola del ragazzo, mentre lui è con un gruppo di amici. Qui la Jelinek richiama il Josep K. di Kafka. Haneke si associa e abbandona la Huppert in un’inquadratura desolata. Erika guarda Klemmer allontanarsi e si pugnala al cuore. Poi esce dall’edificio fra il disinteresse generale.

Eppure questa storia tanto assurda riporta a galla con perfezione le nevrosi dell’uomo moderno e della sua condizione. La parola di accesso allo scatenarsi di tutti questi meccanismi la scrive la Jelinek, superata pagina 200. Questa parola è ‘salvezza’. Erika fa certe richieste al ragazzo per testare il suo amore e nella speranza che lui le rifiuti. Erika sceglie un modo assurdo e del tutto anticonvenzionale per mandare una richiesta di SOS. Solo lui può salvarla e solo in quel momento. Ma lui è un altro individuo, fornito di un’altra mente e un altro passato, diverso, troppo diverso dal suo. Lui non può salvare lei, primariamente perché non è in grado neanche di salvare se stesso. La Jelinek e Haneke toccano un argomento estremamente sfruttato da una certa letteratura che va tanto di moda e da un certo tipo di cinema che definiamo per comodità ‘commerciale’; cioè l’idea che prima o poi nella vita incontreremo la persona giusta che ci solleverà da tutti i mali del mondo e darà nuove prospettive al nostro futuro. Ebbene questi due autori ci riportano con i piedi per terra e sul pianeta Terra. Non è proprio così che funziona.

Scriveva Pavese: ‘Chi non si salva da sé, non lo salva nessuno. Chi non si salva da sé, nessuno lo può salvare.’

Meditate, gente, meditate.
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