Ogni giorno parlate di progresso ma secondo me invece state regredendo. Mo Yan – Le rane

Testo di: Lucia Senesi

 

Nobel che viene, Nobel che va; così è la vita. Ma quando il Nobel in questione si chiama Mo Yan, forse due paroline in più è il caso di spenderle. Parliamo allora di questo libro Le rane, edito da Einaudi (2013), tanto per cambiare. Avete fatto caso alla quantità di scrittori editi da Einaudi che poi vincono il Nobel? No, per dire. Non sarà mica sempre tutto frutto del caso. Quando qualcuno lavora bene ed è evidente va riconosciuto: chapeau!

Ma torniamo a Mo Yan. Le Nouvel Observateur di lui ha scritto: ‘Mo Yan è un mostro. Ha divorato tutto: il romanzo occidentale, la tradizione cinese, il teatro popolare, l’opera buffa.’ Altro da aggiungere? No, noi comuni mortali con questa sentenza che ci ronza in testa ci sediamo umilmente e iniziamo a leggere, cercando di capire cosa esattamente quest’uomo abbia fatto della letteratura.

E così ci ritroviamo immersi in un Paese povero, la Cina, un Paese tanto povero che gli uomini sembrano scheletri e le donne non hanno più il ciclo mestruale; un Paese dove i bambini un po’ per scherzo e un po’ per disperazione, un giorno, provano a mangiare del carbone e trovano che abbia un ottimo sapore. Uno dei bambini è anche l’adulto che racconta questa storia, l’adulto che invia questa storia con delle missive al signor Sugitani, un uomo di letteratura a cui è molto legato. Il suo intento è ricavare un’opera teatrale dai fatti reali della sua vita. Ce la farà? Ecco cosa scrive nella prima lettera riguardo al sogno di diventare un grande drammaturgo: ‘Seguirò il suo consiglio: non affrettarti, prendila con calma, sii paziente come la rana che, immobile sulla foglia di loto, tende un agguato all’insetto e, quando sei pronto, scrivi con la stessa velocità con la quale lei salta e cattura la preda.’ Questa storia inizia nell’autunno del 1960, quando l’io narrante Girino comincia a frequentare la scuola materna e appunto si verifica l’episodio del carbone. Non c’era niente da mangiare dicevamo. Scrive Mo Yan ‘Chi succhiava ancora il latte a sette o otto anni? Ma anche volendo, dove avremmo dovuto cercarlo? Nel seno avvizzito delle nostre madri mezze morte di fame?’

Tuttavia la vera protagonista del libro è la zia di Girino, Wan Xin (Wan il Cuore), la levatrice di Gaomi, la zona dove vivono. A questo punto parlarvi unicamente della trama sarebbe assurdo; e del resto l’ha detto anche Le Nouvel Observateur: questo scrittore è un mostro, non ci chiedete cosa ha fatto perché tanto quest’opera non può essere categorizzata in alcun modo. Noi ce ne tiriamo fuori, se ci capite qualcosa voi fateci sapere. Au revoir et merci! (Scusate, non vi sembra una parafrasi veritiera di quello che hanno scritto?)

Ma io invece vorrei concentrarmi su altro. Innanzi tutto il titolo. ‘Wa’. In cinese ‘wa’ significa ‘rana’, ma significa anche ‘bambino’. E che c’entrano le rane con i bambini? Niente in un Paese normale, tutto in uno come la Cina. Abbiamo già detto di come intorno agli anni ’60 la Cina fosse in ginocchio; questa situazione si rovesciò completamente quando iniziarono a rinascere le patate nei campi. Gli uomini ripresero vigore e le donne pian piano tornarono in forma e cominciarono a sfornare bambini. Quelli che poi vennero chiamati ‘I figli delle patate dolci’. Lo stato addirittura dava dei premi in denaro alle famiglie che decidevano di fare figli. Naturalmente la situazione non tardò a sfuggire di mano e in men che non si dica la Cina si ritrovò a dover prendere seri provvedimenti. Il presidente Mao organizzò una campagna serrata per il ‘controllo demografico’ che consisteva appunto nel divieto assoluto di avere più di un figlio, anche a costo dell’aborto e del rischio della stessa vita delle partorienti. Wan Xin, la zia di Girino che in tutta la sua carriera vanta di aver fatto nascere sette, ottomila bambini, dovrà mettere nell’altro piatto della bilancia tutti quelli che lei con tenacia ha evitato di far venire al mondo. E’ infatti proprio lei, infervorata dalla fedeltà al partito, quella a cui più sta a cuore che ogni abitanti di Gaomi si presti a osservare le regole riguardo il controllo demografico. Gli effetti di questo suo cieco senso del dovere si faranno sentire molto più avanti, quando al tramonto della sua carriera e, perchè non dirlo, della sua vita, il gracidare delle rane le ricorderà il pianto di tutti i bambini mai nati a causa sua.

E’ un libro spietato Le rane, un libro in cui non c’è spazio per i sentimentalismi e non c’è spazio neanche per piangere una moglie morta con un figlio in pancia. Invece c’è da alzarsi il mattino dopo e da prendere delle decisioni che faranno contento il partito, o che lo faranno arrabbiare e in quel caso, guai a te. E’ un libro di quelli che ti cambiano la visione della vita, Le rane, un po’ come leggere Viaggio al termine della notte; non faceva lo stesso anche Céline? Chi ha tempo di pensare a stupidaggini e volgarità come l’amore, quando devi pensare a come procurarti da mangiare? Non ci avevate mai pensato? Ecco quello che vi stanno gridando questi autori: star male per amore è un passatempo per ricchi borghesi! Contenti, adesso?

MoYan

‘Non te l’ha detto tua madre? Ogni bambino ha il suo odore particolare! Se vuoi succhiare il latte vai da tua madre, ah giusto, i bambini delle famiglie ricche non dicono madre, dicono mammy, non succhiano latte, loro prendono il lattuccio… Ogni giorno parlate di progresso ma secondo me invece state regredendo, i vostri bambini non escono dalla vagina e i vostri seni non producono latte. Lasciate il vostro compito alle mucche e alle capre (…) solo un bambino allattato dal seno di una donna odora di essere umano. Le loro mamme si sono vendute il latte e hanno comprato cosmetici per il viso e profumi per il corpo, sono madri snaturate, interessate a imbellettarsi invece di occuparsi della salute dei propri figli…’

Mo Yan prende la tua coscienza a posto e te la lacera, disarma con tre frasi le scusanti che ogni giorno presenti a te stesso per giustificare quel che sei, o meglio sarebbe dire quel che non sei. Ti mette di fronte agli occhi e all’intelletto dati di fatto e riflessioni lucide. Scrive Girino parlando di Wang Renmei, la sua futura moglie in quel momento fidanzata con un altro: ‘In seguito lasciai il villaggio per andare a fare il soldato. Qualche anno dopo, seppi che si era fidanzata con Xiao Xiachun, che faceva il supplente di lingua e letteratura al Liceo dell’agricoltura. Aveva scritto un saggio, Elogio del carbone, che era stato pubblicato sul supplemento del “Quotidiano delle masse” creando grande sensazione in tutta la zona. Sentendo la notizia, sospirai. Noi avevamo mangiato il carbone, ma il saggio l’aveva scritto lui che il carbone non l’aveva neppure toccato. Wang Renmei evidentemente aveva fatto la scelta giusta.’ Allora? Com’è che si dice? Ah già: tutto il mondo è paese.

Ogni tanto Mo Yan si lascia andare a riflessioni sulla responsabilità etica degli individui. ‘Ci ha profondamente commosso che, a nome del suo genitore, abbia voluto chiedere scusa a mia zia, alla nostra famiglia, alla gente del nostro villaggio, mostrando di saper valutare correttamente la Storia e di possedere il coraggio di farsi carico delle responsabilità. (…) Quando suo padre occupava Pingdu, lei aveva appena quattro o cinque anni, non c’era motivo di assumersi la responsabilità dei crimini da lui commessi, ma lei lo ha fatto. Ora porta con coraggio sulle spalle il peso delle colpe di suo padre e si è impegnato a riscattarle.’

E scusate ma questo salutandovi, devo proprio scriverlo in maiuscolo: ‘SE OGNUNO DI NOI INTRAPRENDESSE CON LUCIDITA’ UNA CRITICA STORICA E UN’AUTOCRITICA PERSONALE, L’UMANITA’ EVITEREBBE NUMEROSI GESTI INSENSATI.’

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