Conferenza Nazionale del Cinema – Non è un Paese per giovani. (e la colpa indovinate di chi è? La nostra.)

Testo di: Lucia Senesi

 

Ieri martedì 5 Novembre si è tenuta la Conferenza Nazionale del Cinema presso il Centro Sperimentale di Cinematografia di Roma. Il tavolo di discussione a cui ho partecipato è il TAVOLO 1 e tutto quello di cui parlerò potrà facilmente essere verificato dal momento che la conferenza è stata registrata.Innanzi tutto vorrei dire che sono amareggiata e scontenta, ma anche che cercherò di adoperare toni che si addicono alla mia persona. Chi mi conosce, conosce anche il mio amore verso il senso della misura, del garbo e dell’equilibrio nella scelta delle parole chi si utilizzano, quando si decide di farlo. Chi mi conosce, conosce anche la mia bassa tolleranza per le polemiche sterili, per le persone che sparano a zero su tutto e tutti al fine di darsi un tono, per il perpetuo lamentarsi che diventa scusante per non far nulla.

Ma poi nella vita esiste anche la coscienza intellettuale, e quando un individuo la possiede, succede che resta profondamente urtato dal relazionarsi non con persone che non la conoscono, bensì con quelle che scelgono coscientemente appunto, di ignorarla.

Fatta questa breve premessa, parliamo della giornata di ieri. L’incontro è iniziato alle ore 10.00 ed è terminato alle 18.00. Innanzi tutto spieghiamo quali erano le ‘regole del gioco’ e fra pochissimi istanti capirete il perché di questa mia impressione. Ora immaginatevi questa sala piena di gente e un moderatore che spiega che i problemi del cinema alla fine li conosciamo tutti, perciò visto che abbiamo 3 minuti a testa per parlare, conviene adoperarsi a fare delle proposte. Avete capito aspiranti Miss Italia? Spiegate in tre minuti perché il pubblico dovrebbe votarvi e lasciate perdere le argomentazioni, che argomentare costa fatica e intelligenza e nell’era di twitter vince la capacità di sintesi, specie quella che compiace chi occupa posizioni di potere. Se avete pazienza ascoltatevi per intero la conferenza, io ci ho ripensato tutta la notte e anche oggi. Apparentemente quella conferenza è democratica: tutti potevano partecipare e dire la loro. Ma di fatto, cari signori, perché da quel che ne so nella vita sono i fatti che contano e non le chiacchiere, quello che sarà rilevante sarà esclusivamente ciò che verrà scritto nella relazione presentata al Ministro Bray. Ma la domanda dunque è: cosa verrà scritto in questa relazione?

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Ora vi spiego il loro concetto di democrazia. In realtà è molto semplice: loro fanno parlare tutti, ma poi quello che scriveranno saranno solo ed esclusivamente le proposte che hanno incontrato il loro favore e, sembra quasi superfluo dirlo, il loro comodo. Tutto questo facendo anche credere a te che eri presente, che in realtà sei tu che hai scelto. E com’è possibile questo? Ascoltatevi bene, lo voglio ribadire, la conferenza per intero; ogni tanto troverete qua e là espressioni come ‘CREDO CHE SIAMO TUTTI D’ACCORDO NEL DIRE CHE…’ Ma tutti chi? Se non c’è un dibattito come possiamo essere tutti d’accordo? Ecco allora, preparatevi, perché loro si giustificheranno così: non c’era tempo. Dovevamo parlare tutti e questo era l’unico sistema. Ma la vera domanda è: Era davvero l’unico sistema? C’era tutta questa fretta di risolvere in un’unica giornata i problemi sedimentati in questo settore da anni e anni? O non si poteva forse suddividere le sessioni di lavoro nei giorni e dare alle persone presenti una reale possibilità di confrontarsi? No, dicono dall’alto. Tre minuti a testa e poi a noi il compito di redigere la relazione. Tutto chiaro, no? Benvenuti in Italia.

E ora, cari signori, passiamo al tema topico: i partecipanti alla conferenza. Nella mia breve, ma intensa esperienza di vita, un paio di concetti fondamentali ho cercato di metterli da parte. Uno di questi è il seguente: PRIMA DELLA CRITICA, L’AUTOCRITICA.

Ragazzi dove eravamo noi ieri? Perché se io devo contare i giovani che erano presenti, e per giovani io intendo quelli con meno di trent’anni, una mano mi è sufficiente e avanza. Cari ragazzi, noi siamo in torto. Siamo in torto perché noi ieri dovevamo essere lì e dimostrare che esistiamo, che abbiamo studiato, che siamo maturi personalmente e artisticamente e che quindi anche noi dobbiamo essere ascoltati. Invece, anche questa volta, li abbiamo lasciati giocare a dadi con il nostro futuro. Eh sì, perché lamentarsi a posteriori dal divano di casa è più facile e poi, non sia mai che con un intervento ci inimichiamo qualcuno. Ragazzi, perdonatemi se lo scrivo, ma sono molto delusa. Perché quando vengono indette le feste delle riviste con i servizi fotografici e le interviste tutti accorriamo numerosi e poi quando c’è davvero da farci sentire in queste occasioni nessuno si presenta? No, perché ve lo voglio dire: se stanno così le cose, hanno ragione loro. Non possiamo pretendere che le cose cambino se continuiamo a fare le stesse cose. Ma questo lo diceva Albert Einstein, tranquilli esco subito dal ruolo e continuo a raccontare.

A questa conferenza ci sono state molte persone che hanno detto cose giuste e con cognizione di causa. Primo fra tutti un signore che ha parlato nel pomeriggio. Ha detto, molto modestamente, che lui fa questo mestiere da una vita e che quindi aveva piacere di esprimere un’opinione; ma che lui era lì dalla mattina e aveva ascoltato tutti e anche dopo aver parlato sarebbe rimasto lì, non come tanti che si sono sentiti primi attori e non appena hanno parlato si sono dileguati. ‘Stamattina questa sala era piena.’ Ha detto. ‘Ora è mezza vuota.’ Urrà per il signore! Sì perché lui con questo piccolo concetto ha in realtà smascherato la prima tendenza nociva, malata e da estirpare che appartiene a molti e cioè il concetto che quel che loro pensano sia indubbiamente la realtà delle cose e che se solo la massa ignorante che li circonda avesse la bontà di ascoltarlo, l’umanità sarebbe salva. Cari miei, con questo atteggiamento temo che noi non andremo mai da nessuna parte, e non parlo limitatamente al cinema.

L’intervento che ho trovato a me più affine è stato indubbiamente quello di Francesca Del Sette che ha posto l’accento sulla questione delle opere prime. Perché prima c’è stato anche qualcuno cha ha detto che se ne fanno troppe, siamo stati praticamente a un passo dal chiederne l’abolizione; Louis-Ferdinand Céline avrebbe scritto a commento: ‘Pensa che bel numero!’ In ogni caso Francesca ha giustamente detto che per le opere prime non servono tanti soldi, ma serve invece preparazione e poi qualcuno ha aggiunto ‘un luogo per farle crescere’, certo anche lì, dico io, nella speranza che le selezioni non le facciano sempre gli stessi e sempre con gli stessi criteri (l’amicadelfratellodelfidanzatodelcognatodelgenerodelregista/del produttore…) Anche perché le opere prime servono per fare delle scremature, che già non sarebbe male. Il vicepresidente dell’AGPC (Associazione giovani produttori cinematografici) propone che prima venga presentato un cortometraggio. E ben venga il cortometraggio, è giusto. Ma sia chiaro: che vengano poste le condizioni in essere perché un autore possa girarlo. E infatti questo viene fatto notare. Se uno non può pagarsi scuola, corsi e attrezzatura, come fa? Ma il vicepresidente spiega ancora: ‘Che facciano un corto di trenta secondi!’ Avete capito? S’ils n’ont plus de pain, qu’ils mangent de la brioche!

In ogni caso indovinate qual è stato l’argomento più gettonato? Esatto, proprio quello che pensate: i soldi. Il dio denaro è l’unica vera e reale nostra preoccupazione, come sempre. Io avevo deciso di partecipare alla conferenza rispondendo alla domanda:Esistono condizioni (normative, strutturali, ambientali) sufficienti a garantire pari opportunità d’accesso alla creazione artistica? Dunque una domanda che doveva aprire una discussione sull’autore e sulla democraticità dei mezzi di accesso, appunto, alla creazione artistica. Ma a questo Paese, cari miei, non frega nulla a nessuno del valore culturale di un’opera, mettetevelo bene in testa; a tutti interessa una sola cosa: SOLDI, SOLDI E ANCORA SOLDI.

Il cinema del resto è un’industria, lo hanno ripetuto in modo estenuante per ore. Grazie, lo sapevamo anche noi, non c’è di che! Ma quindi? Che cosa vogliamo fare in merito a questa cosa? La proposta più rincuorante è stata quella del direttore del Centro Sperimentale che si è detto pronto a nuove aperture, speriamo. Perché è questo il nodo centrale della questione: ELIMINARE LE CASTE, ELIMINARE IL NEPOTISMO (sono troppo utopica? Forse sì, allora diciamo: cercare di limitarlo. Non mi sembra di chiedere troppo). Dopo ciò, possiamo giustamente anche parlare di soldi, perché non vivo nel mondo delle favole perciò lo so che sono importanti. Ben venga come ha detto Dino Giarrusso far presente che lo strumento che fa guadagnare di più lo Stato italiano è il cinema perché con ogni euro investito, lo Stato ne guadagna 2,09. Però, lasciatemelo dire, l’ho detto ieri e lo ripeto qui: E’ INUTILE CHIEDERE PIU’ SOLDI SE NON CAMBIAMO MENTALITA’.

Il mio intervento è stato il primo dopo la pausa. E anche sulla pausa ci sarebbe da dire qualcosa. Da programma questa doveva essere alle 14 e i lavori dovevano riprendere alle 14.30. In realtà pur avendo anticipato l’interruzione di un buon quarto d’ora, alle 14.30 in sala non c’era ancora nessuno. E anche questo, che ha a che fare con la buona educazione, la dice lunga su molte cose. Cormac McCarthy, autore del libro ‘No country for old men’, titolo che prendo a prestito con le modifiche del caso per questa mia relazione, ha scritto: ‘Quando non si sente più dire grazie e per favore vuol dire che la fine è vicina.’ Ritengo tutti abbastanza intelligenti per cui non aggiungo altro.

Il mio intervento, dicevamo. Una volta capito che del ruolo dell’autore non poteva fregare nulla a nessuno (quando dico ‘nessuno’ parlo per i più, lo ribadisco, c’era sicuramente anche chi ha sentito il mio stesso disagio) e che comunque non era certo in tre minuti che questa problematica, che poi è una diatriba storica, poteva essere affrontata, mi sono concentrata a rispondere ad alcune proposte che erano state mosse e che a mio avviso erano e sono tutt’ora abbastanza inquietanti.

La primissima riguardava il tema: A CHI DESTINARE I FONDI. Qualcuno ha detto, incontrando l’apparente consenso generale (che si esprimeva con mugugni di fondo perché, lo ripeto, non c’è stato dialogo) basta dare i fondi sempre agli stessi. E fin qui tutto bene. Ora ecco la proposta: ‘Diamo i soldi solo a quei registi il cui film precedente ha fatto buoni incassi’. Io mi sono sentita di mettermi una mano sul cuore e di dire che a mio avviso, da che mondo è mondo non sempre c’è una reale connessione fra un buon film e un buon botteghino e viceversa. Il primo esempio che mi è venuto in mente è stato ‘The Tree of Life’, un capolavoro che vince la Palma D’oro a Cannes, ma che poi fa incassi molto bassi. Ecco non credo che nel caso specifico sia l’autore in difetto, caso mai in difetto sarà il pubblico. Gli sguardi di quelli di fronte a me segnalavano il vuoto. Forse avrei dovuto specificare che Terrence Malick non è un giocatore del Real Madrid….

Ma c’era il limite dei tre minuti, ve lo ricordo, allora mi sono detta: andiamo avanti. Sempre nella mattinata si era espressa una produttrice secondo la quale, basta, dovremmo internazionalizzarci, i nostri attori devono parlare inglese perché noi dobbiamo lavorare all’estero e smettere di raccontare storie autoreferenziali. Insomma, la signora la pensa un po’ come Giuliano Ferrara quando definisce Pasolini ‘un intellettuale di provincia’, salvo poi il fatto che questo ‘provincialismo’ rappresenta uno dei più grandi meriti che ci vengono riconosciuti all’estero; stesso discorso per l’autoreferenzialità, basta pensare a Fellini o più attualmente a Paolo Sorrentino che viene recepito meglio fuori che in Italia, perché si sa, il nostro non è un Paese che ama guardarsi troppo allo specchio. E ne ho parlato, ma riscrivo anche questo: a mio avviso i peggior lavori cinematografici degli ultimi anni sono proprio quelli che vogliono scimmiottare gli americani. La nostra cultura, la nostra storia, la nostra memoria non ha nulla da invidiare a nessuno. Anzi.

Poi si è parlato anche molto di documentario perché si sa, noi amiamo le mode, allora al momento questo è un argomento ‘cool’ e quindi BISOGNA parlarne per essere considerati attuali. Eppure mi sono detta, bene, in ogni caso quel che conta è il risultato, sono contenta che adesso siamo pronti a rivalutare il documentario. E mi sono rivolta ai produttori in sala e questa volta ho cercato di coinvolgerli. Ho detto: guardate che noi giovani non vediamo l’ora di girare dei bei documentari! Qualche mese fa io ho scritto un soggetto riguardante le cose di cui avete parlato; riguardante la nostra memoria, la nostra storia, il nostro territorio. Poi però, chissà com’è che quando veniamo a proporveli vi trasformate tutti nel produttore interpretato da Ugo Tognazzi ne ‘La Terrazza’. Avete presente il film di Ettore Scola? Gli ho chiesto, per cercare di coinvolgerli. Uno di loro ha sorriso. SONO VIVI, mi sono detta, evviva! Insomma Ugo Tognazzi nel film è un produttore che continua a tormentare Jean-Louis Trintignant che fa lo sceneggiatore, con la domanda FA RIDERE? Riguardo tutto ciò che lui scrive. Ecco alle volte noi quando vi presentiamo i progetti ci sentiamo un pò amareggiati, proprio come lui in quel film.

In ultima istanza, visto che era presente il vicepresidente del AGPC, mi sono sentita in dovere di rivolgermi a lui. L’assist me lo aveva servito Giulio Scarpati al mattino parlando del fatto che oramai in Italia si considerano ‘giovani’ quelli che hanno 38/40 anni. Allora gli ho detto: ‘Guardi che ci siamo anche noi. All’estero i miei coetanei fanno film che ricevono nomination agli Oscar come per esempio, Beasts of the Southern Wild’. La risposta è stata: ‘Eh, ma all’estero hanno altre scuole’. Dopo di che ho guardato il moderatore che tutto contento mi ha detto: ‘Ti ho fatto parlare quattro minuti.’ Grazie, conserverò intatto il ricordo di questa concessione negli anni a venire, quando tutto sarà buio e sentirò la necessità di rimpiangere i bei tempi passati. Cose da film.

Poco dopo ha parlato un ragazzo che fa il direttore della fotografia, mio coetaneo. Ha ribadito il fatto che i giovani siamo noi, non solo i registi quarantenni all’opera prima. A questo punto una signora evidentemente molto toccata dall’argomento e seduta poco distante da me ha iniziato a parlottare con i propri colleghi per dire basta alla ‘cultura dell’improvvisazione’! Ora io sarò anche una persona piena di difetti, ma fra questi, credo di poter dire che non si annovera l’ineleganza, perciò non scriverò il nome della signora dal momento che ha parlato senza microfono. Però a questa signora e a tutti quelli che intorno le davano ragione io rivolgerei un invito: Parliamone. Organizziamo un incontro, organizziamolo su streaming. Che scegliessero loro un argomento a piacere: cinema, letteratura, arte o attualità. Che scegliessero un autore, un’opera singola o un’opera omnia, un movimento culturale o un periodo storico, insomma quello che vogliono, e poi ne discutiamo insieme così risolviamo la questione una volta per tutte. Così finalmente vediamo chi è preparato e chi no, chi sa e chi non sa, chi fa cultura seria e chi cultura livellatrice. Raccolga questo invito signora, lei o chi per lei. Ci metta alla prova, del resto la cosa non dovrebbe preoccuparla troppo, dal suo punto di vista l’esito sarà sicuramente scontato. Però sappia che finché non accoglie questo invito chiunque sarà autorizzato a pensare che quando lei parla di ‘cultura dell’improvvisazione’, probabilmente si riferisce alla sua.

E poi diciamolo una volta per tutte. Non siamo noi che non abbiamo neanche trent’anni a dover rendere conto di cosa abbiamo fatto, siete voi che avete oltre il doppio della nostra età! Siete voi che dovete rendere conto a noi di cosa avete fatto tutti questi anni. Siete voi che dovete scusarvi di consegnarci nelle mani una situazione tanto penosa. Siete voi che dovete sentirvi responsabili perché quando andiamo all’estero ci deridono per il nostro cinema degli ultimi anni (anche qui, con le dovute esclusioni per certi registi e produttori di cui invece andiamo più che fieri). In sintesi, cara signora, noi non ci sentiamo rappresentati dai vostri film e dai vostri registi plurilaureati a New York o a Los Angeles.

Ho titolato: Non è un Paese per giovani. Paolo Sorrentino ha scritto in Tony Pagoda e i suoi amici: ‘Fabietto, anche se sei prossimo agli ottant’anni, tu devi fare una cosa fondamentale. Fabietto, tu devi crescere.’ Secondo il dizionario italiano giovane è chi ‘è nell’età della vita successiva alla puerizia e antecedente alla maturità’. Lo dice il dizionario italiano, possiamo crederci, a meno che non vogliamo cambiarlo come fa qualche presidente del consiglio con certe leggi che gli danno fastidio. Ma ‘maturità’ è una parola importante e per raggiungerla serve fatica e buon senso. E ognuno di noi, giustamente e fortunatamente, si terrà il proprio.

Alcuni amici che mi vogliono bene mi consigliano posizioni più moderate ‘perché se fai così, questi non ti faranno mai fare un film’. Sapete che c’è? Fateli voi i film con questa gente, trattateci voi, scendete a compromessi voi. Io me ne lavo le mani.

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