La solitudine nell’epoca della sua riproducibilità tecnica

Testo di: Lucia Senesi

 

Cos’hanno in comune Spring BreakersThe Bling Ring e La grande bellezza? Qual è la chiave di lettura della condizione dell’uomo moderno secondo Harmony Korine, Sofia Coppola e Paolo Sorrentino? Perché guardando questi tre film si ha la sensazione che ci stiano dicendo tutti la stessa cosa?

Ma inizierei dall’ultimo film che ho citato, che poi è il primo dei tre che ho visto. La grande bellezza di Paolo Sorrentino per me è un capolavoro, chi mi conosce e segue ciò che scrivo sa già come la penso. E non è la solita questione del partito preso; la poetica di Sorrentino o la ami o la odi, certo non ti lascia indifferente. Ecco che a me è stato dato di amarla. Molti hanno detto che non si aspettavano questo film da lui, certamente questi molti non conoscono il Sorrentino scrittore, dico io. Perché se lo si conosce non solo ci si aspetta, ma si pretende un film così. Ed ecco che lui ti accontenta. Che La grande bellezza sia un film sulla solitudine è abbastanza evidente, è dichiarato sin dall’epigrafe da Viaggio al termine della notte. Scriverà Céline più avanti nel romanzo: ‘E’ il viaggiatore solitario quello che va più lontano’.

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Jep Gambardella (Tony Servillo), alter ego di Sorrentino, vive all’insegna della vacuità e ne è consapevole, lo ha scelto; fin dove questa scelta sia un modo per non pensare e vivere dunque superficialmente o piuttosto una modalità masochista per risiedere in una perenne condizione d’infelicità non è molto chiaro. Perché Jep vive di cose che fondamentalmente non gli interessano e non fanno parte di lui, lui che era diverso dagli altri, lo dice da sé: ‘A questa domanda, da ragazzi, i miei amici davano sempre la stessa risposta: “La fessa”. Io, invece, rispondevo: “L’odore delle case dei vecchi”. La domanda era: “Che cosa ti piace di più veramente nella vita?’ Eppure Jep, così tanto diverso dagli altri, è arrivato a 65 anni esattamente come quelli della sua cerchia, forse più consapevole sì, ma comunque infelice e pieno di rimorsi. C’è questo grande amore della sua vita di cui non sappiamo troppo, solo l’amarezza con cui lui chiede al marito di lei: ‘Ma perché Elisa mi ha lasciato?’

Può un uomo scegliere coscientemente di continuare a punirsi per la colpa di aver perso l’amore? Soltanto uno sciocco potrebbe rispondere no. Ho detto l’amore, non un amore; l’amore per cui sono state scritte le più grandi opere a noi pervenute. E Sorrentino ve lo sta dicendo. Ve lo sta gridando a gran voce e in tutti i modi. Anche nei dialoghi inutili che affollano le serate delle terrazze romane. E così chiede Dadina rivolta a Stefania: ‘Senti un po’, stai dicendo che un romanziere impegnato ha una sorta di vantaggio, diciamo di salvacondotta rispetto al romanziere che si occupa, che ne so, di sentimenti?’ Risponde Jep ‘Ma certo che sta dicendo questo, certo.’ Non fate lo stesso errore voi da casa, vi sta dicendo Sorrentino. Céline, Proust, Flaubert hanno parlato di sentimenti e sono passati alla storia.

Ma può un uomo continuare a torturarsi così? Spendersi in inutili serate per passare il giorno dopo a fissare il soffitto sognando il mare? Jep Gambardella come Anna nel Maometto II di Rossini sente la sua colpa e si punisce perché nel dolore che proviene dal suo castigo personale, trova un’oasi di pace. Jep e Anna sentono di meritare la sofferenza e in quella sofferenza sperano di annegare il loro senso di colpa. E la modalità in cui Jep sceglie di sentire la propria solitudine è quella della ‘fauna’ frenetica e festaiola, la ‘fauna’ di mezza età che passa le nottate fra alcol, droghe, festini e ovviamente pettegolezzi. Voilà.

Film due: The Bling Ring, ovvero i ragazzini avvelenati dallo star system hollywoodiano. Tratto da una storia vera, un gruppo di adolescenti inizia a introdursi con una certa frequenza nelle case di personaggi famosi per rubare vestiti e accessori ai loro idoli e poi indossarli nei locali alla moda. Anche lì alcol, droga, serate smodate. Anche lì tante solitudini che fanno gruppo finché gli conviene, per poi accusarsi a vicenda quando il vento cambia. Anche lì adulti che lasciano il tempo che trovano ed educano i figli alla vacuità. Fra tutti la madre adottiva di un paio di queste ragazzine che inneggia a The secret e al personaggio di Angelina Jolie. ‘Allora quali sono le qualità che voi ragazze ammirate di Angelina Jolie?’ Prima risposta: il marito. Seconda risposta: un corpo da sballo.

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E i toni oscillano fra il drammatico e l’umoristico; quando vengono arrestati, la mente del gruppo, Rebecca, chiede al proprio interrogatorio: ‘Ha parlato con qualcuno dei derubati?’ ‘Ho parlato con tutti i derubati.’ ‘Davvero? E Lindsay che ha detto?’ Chiede interessata, riferendosi a Lindsay Lohan.La morale di questi ragazzi è alterata perché nel corollario dei loro valori, il valore supremo è quello dell’immagine ad ogni costo. Così loro non sentono la loro colpa e conseguentemente il loro pentimento è anch’esso di facciata. L’unica preoccupazione reale riguarda soltanto il cosa dire e il come dirlo, il cosa indossare perché il loro ennesimo ruolo in quella vicenda sia credibile.Dunque niente senso di colpa, niente pentimento, niente crescita. Solo una grande festa dell’immagine e dell’apparenza.

Film tre: Spring Breakers. Oh, Spring Breakers, quale gioia! Questo film è la dimostrazione effettiva di quel famoso detto ‘Tutto il mondo è paese’. Anche qui parliamo di un gruppo di adolescenti che decide di andare a fare lo spring break, la pausa primaverile dagli studi, in una località balneare alla moda. Feste in spiaggia, indumenti succinti, occhiali specchiati, droghe, alcol, musiche cafone, eccesso, eccesso e ancora eccesso. Siete mai stai in una spiaggia ‘cool’ del nostro litorale per l’happy hour? Se la risposta è sì, questo film accenderà la lampadina dei vostri ricordi.

Ah, ho dimenticato di chiedervi una cosa: che fate se volete andare in vacanza ma vi mancano i soldi? Scontato: comprate pistole e passamontagna e andate a rapinare un ristorante! Ecco la forma mentis di queste quattro lolita degli anni 2000.

James Franco, che nel film interpreta Alien il traghettatore delle anime di queste fanciulle verso la perdizione, scrive una puntuale recensione, precisando: ‘Dunque, che cos’è lo spring break oggi? In questo film non è tanto la questione delle feste sponsorizzate da MTV che infettano le varie località balneari del continente americano, anche se quella versione di spring break è certamente evocata per il suo immaginario. In questo film spring break è la via di fuga; spring break significa che siamo tutti star nei video che ci facciamo da soli con gli iPhone; spring break significa che tutte le inibizioni sono fuori gioco, sostituite dalla droga e dalla carne giovane…ci trascina in un sogno febbricitante di sesso, violenza e materialismo.’

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E continua in modo geniale: ‘Pensavate di vedere un film con Selena Gomez? Siamo spiacenti, questo non è il musical della scuola. Questo è il film che prende tutte quelle cose che rendono la vostra musica e i vostri video e i vostri social network stili di vita e li usa contro di voi. Volete una storia? Fuck a story (questo non ve lo traduco!). Nessuno vuole storie oggi. Le persone vogliono esperienze. Spring Breakers è il Neorealismo dell’era di Facebook, tritato, avvitato e digitalizzato. Dove The Social Network (2010) è stato un film sul denaro, le offerte, l’avidità, le pugnalate alle spalle, la risultante del caso – qualunque cosa, ma la tecnologia ha definito il nuovo modo in cui i ragazzini socializzano – Spring Breakers è l’incarnazione di quell’impegno tecnologico. E’ tutto quello che siamo oggi. Benvenuti.’

Korine ha un occhio clinico e mostra tutto come deve: l’alcol, la droga, i corpi sudati e frenetici, il gioco e la vanità, la sfida e la paura. Così la solitudine di quei corpi disgraziati che si muovono insieme ballando è la stessa delle inquadrature su Selena Gomez che sola su un autobus, sceglie di tornare a casa e guarda triste fuori dal finestrino. Così ancora solitudine si evince dagli adolescenti del Bling Ring che si divertono a emulare le star hollywoodiane e poi si ritrovano in carcere; nell’ultima inquadratura del ragazzo lo vediamo solo e in tuta arancione; nell’inquadratura che chiude il film, sola è la ragazza che continua a proclamarsi innocente. E apoteosi di solitudine per La grande bellezza, perché se è comprensibile cercare se stessi a vent’anni, diventa patologico farlo superata di gran lunga la mezza età; solitudine nei balli smodati e sgraziati, nel gossip patetico, nei dialoghi dove ognuno indossa la maschera che più gli fa comodo; e solitudine nelle inquadrature di Jep Gambardella che guarda il soffitto e vede il mare, che guarda uno scoglio e finalmente vede lei: Elisa.

Ecco la solitudine nell’epoca della sua riproducibilità tecnica. L’uomo moderno si nasconde e marcisce nel gruppo. Lo sviluppo tecnologico gli ha fornito una via comoda verso il molteplice, verso il mondo patinato; e così l’uomo ha creduto di poter essere esente all’appuntamento con la propria infelicità; soltanto che la cura si è rivelata un veleno e i risultati si sono ribaltati prima che lui, l’uomo che si credeva furbo, potesse accorgersene.

Sarebbe bastato aprire gli occhi un minuto prima, rendersi conto che tutto ‘è solo un trucco’, invece niente. Aveva ragione Proust ancora una volta: ‘L’uomo è l’essere che non puo’ uscire da sé, che non conosce gli altri se non in se medesimo, e che, se dice il contrario, mente.’

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