Dove vai mia vita? Dove vai mia gioventù?

Testo di: Lucia Senesi

Io, se fossi in voi, quest’ultimo libro di Eugenio Scalfari (L’AMORE, LA SFIDA, IL DESTINO) lo leggerei. Perché Scalfari è uno degli ultimi esponenti di una generazione che non tornerà più, ma che allo stesso tempo non verrà dimenticata facilmente.

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Se la vogliamo dire per com’è e rendere onore al vero, io avevo già i lucciconi agli occhi a pagina 6, quando scrive ‘Proprio all’inizio dell’adolescenza il mio compagno di classe e di banco fu Italo Calvino. (…) Italo una sera disse che avevamo incontrato Atena…’ Ma è anche vero, del resto, che io non faccio troppo testo; io, per farvi un esempio, se torno a casa dei miei genitori e vedo che hanno buttato un divano vecchio per comprarne un altro nuovo, più bello, più comodo, più elegante, scoppio a piangere. Sono fatta così… Ma se non siete fatti come me e non vedete l’ora che quella generazione lì sparisca per sempre, questo libro ve lo consiglio comunque. Perché come diceva un invecchiato Mastroianni nel film ‘La terrazza’ di E. Scola: ‘Voi giovani vi lamentate di non avere un futuro per colpa di noi, del passato, ma se volete eliminarci dovete conoscerci! E allora, guarda, ecco il passato, guarda!’ Sto citando di nuovo questo film, vero? Crozza prende in giro Scalfari perché parla sempre di Calvino, meno male che Crozza non conosce me!

Scalfari scrive di sé: ‘Ora sono vecchio, i miei novant’anni sono a portata di mano e i cento occhieggiano sullo sfondo semmai ci arriverò con mente sana.’ Eppure leggendo questo ‘vecchio’ la sensazione è che sia più moderno dei moderni. Non c’è pesantezza, non ci sono giudizi morali di gusto. Solo un bel viaggio indietro nel tempo, un viaggio fatto d’immagini, di tradizione e di amore, di case dove i libri che hai lasciato ti ricordano chi sei.

E il viaggio è soprattutto viaggio di conoscenza, quella personale dell’individuo, ma anche quella che il lettore ritrova nella parola scritta. Così suo nonno dalla corporatura di Jean Valjen ti riporta ai tuoi mesi passati a leggere I miserabili, e Achille, Ettore, Omero, Shakespeare, Dostoevskij, Tristano e Isotta (anzi, Isolda), Bach, Benedetti Michelangelo, la Bibbia e i Vangeli, Masaccio e le divinità greche, tutto parla delle tue ‘prime volte’ e ti senti piccino piccino, a paragone di questi suoi racconti.

‘Io credo al caso e credo che tutto ciò che mi è accaduto sia stato il caso a procurarlo. Non mi sento così importante da pretendere un destino, nessuno di noi lo è, nulla sta scritto né per me né per te né per la formica che trascina un filo d’erba verso il suo rifugio e resta – per caso – schiacciata dal tacco della mia scarpa.’

Scalfari non si sente così importante da ‘pretendere’ un destino; poche pagine dopo parlerà di colpa: ’Questo è il viaggio meraviglioso delle anime pellegrine e da quel viaggio nascono la gioia e il dolore tutte le volte che l’anima si lacera (…) La sofferenza fa crescere la coscienza di sé ma comporta un prezzo: il tuo sé si sente colpevole d’aver provocato quella lacerazione. Così nasce il sentimento della colpa, la colpa esistenziale di cui l’Io si sente responsabile per aver ferito l’anima sua.’ E STATE BENE ATTENTI ADESSO: ‘Non avevo mai sofferto di complessi di colpa fino a quando sentii una ferita profonda dentro di me.’

Questo binomio destino/colpa mi ha ricordato un saggio di Walter Benjamin dal titolo: ‘Destino e carattere’. Scrive Benjamin: ‘Dovendosi ottenere il concetto di destino, bisogna quindi separarlo nettamente da quello di carattere, ciò che a sua volta non può riuscire se anche quest’ultimo non riceve una determinazione più precisa.’ E specifica: ‘Dove c’è carattere, è certo che non vi sarà destino, e nel quadro del destino non si troverà carattere(…) Il carattere, infatti, viene comunemente inserito in un contesto etico, e il destino in un contesto religioso. Bisogna bandirli da entrambi i campi mostrando l’errore che ve li ha potuti collocare. Questo errore è determinato, per quanto riguarda il concetto di destino, dalla sua connessione con quello di colpa.’ E concluderà più avanti: ‘Il destino è il contesto colpevole di ciò che vive.’

Scalfari pur non sentendo il suo destino, sente il sentimento della colpa, che ‘tormenta l’anima ogniqualvolta nasce il conflitto tra l’amore per sé e quello per gli altri. Questa è la sola vera fatica del vivere, che agita il nostro inconscio e turba la mente e il cuore quando emerge al livello della conoscenza. Allora la sofferenza fa crescere e dà senso alla nostra piccola vita.’

Eppure ciò che questo libro ci racconta non è ancora tutto. Scalfari si chiede: ‘E’ una forza o una debolezza dell’anima l’assenza di Edipo?’ Ed è proprio nella domanda che risiede il centro della questione. Basta pensare all’Edipo re di Pasolini; Edipo è solo in mezzo al deserto (l’inquadratura è fissa su di lui) e si chiede: DOVE VAI MIA GIOVENTU’? DOVE VAI MIA VITA?

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Scalfari scrive: ‘Eppure, da tempo, la figura paterna ha registrato un processo di deperimento (…) la figura paterna in quanto ruolo attribuito a chi fornisce sicurezza, conferme, protezione, trasmissione di valori e memoria, è praticamente scomparsa. (…) La conseguenza non poteva che essere lo sradicamento del costume e il diffondersi della nevrosi di massa. Un altro effetto è la caduta della fertilità e la fuga dei giovani dalla responsabilità di crescere: chi non ha il padre rifiuta di diventarlo.’Questo perché, spiega, la nuova generazione non ha più progetti, o meglio: ha scelto consapevolmente di non averne. Scrive fra parentesi, ma io lo metterei in grassetto ‘I FIGLI DEI FIORI DEGLI ANNI SESSANTA NE FURONO IN QUALCHE MODO UN PREAVVISO’. Quei figli scelsero di allontanarsi dalla generazione dei padri perché troppo ingombrante, troppo impegnata, troppo seria. Ed eccoci qua.‘Noi comunque progettavamo e questo ci dotava d’un senso duraturo. A me sembra che gli individui d’allora fossero più creativi, più ambiziosi, più testardi e più innamorati di sé. Il successo era importante, la volontà di potenza era più intensa. Oggi domina la vanità, ma è un’altra cosa, una cosa futile, un trastullo infantile. Infatti la nostra è diventata una società infantile con poche speranze ed è questa la grande contraddizione che sempre ritorna quando il senso si è nascosto da qualche parte e l’ansia, l’affanno aumentano con la sua latitanza.’

Un’ultima considerazione, che del resto è essenziale. La fine di un certo tipo di cultura implica anche la fine di un certo tipo di letteratura? ‘Si parla da almeno cinquant’anni della crisi del romanzo; in Europa il romanzo è praticamente scomparso perché non c’è niente di corale da raccontare e il romanzo è una forma corale di racconto. Resiste dove la civiltà contadina è ancora viva e dove le sue tracce sono ancora presenti e recenti. Resiste nell’America Latina, resiste e anzi signoreggia nei paesi dell’Oriente vicino e lontano.’

E io leggendo queste parole penso a Marquez, penso a Coetzee, penso a Mo Yan e mi dico che è vero. E’ tutto spaventosamente vero.

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