L’importanza di essere Franco

Testo di: Lucia Senesi

 

Ci sono gli artisti vasti, quelli che li guardi e pensi – ma quante cose fa? – e poi c’è James Franco, che è un caso a parte. Al lavoro di James Franco ho iniziato a interessarmi qualche anno fa, volevo indagare il motivo per cui un affermato attore hollywoodiano sentisse il bisogno di tornare a scuola; volevo capire cosa c’era dietro al suo semplice – Voglio imparare a scrivere. –  Da quel momento mi si è spalancato l’universo Franco e non sono più riuscita a smettere. Perché James Franco distilla la propria complessità in nuovi linguaggi, sperimenta e non si accontenta mai di indagare, affiancando sempre a questa complessità un punto di vista peculiare e sottile, uno di quelli che se solo fossimo un po’ più attenti, se solo avessimo cura di cogliere certe sfumature, sapremmo elaborare anche noi, di quelli che stanno lì di fronte ai nostri occhi eppure non li vediamo. E agli snob che gridano allo scandalo dall’alto delle loro cattedre, lui risponde semplicemente così: – Sì, scrivo poesie. Se questa cosa vi disturba, non leggetele.-

 

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Scrive il Guardian di lui: ‘Attualmente sta facendo cinque film, con altri sei in post-produzione, è un blogger fervente, tweeter e Instagrammer; pubblica racconti e poesie, a gennaio ha scritto una poesia per commemorare il secondo mandato del Presidente Obama; è una sorta di artista multimediale, e questa estate ha vestito i panni di Janet Leigh per un’installazione artistica basata su Psycho; ha diretto oltre 20 film che probabilmente non avete mai visto, ha un ruolo ricorrente nella soap statunitense General Hospital (che ha soprannominato “performance art” ) e solo quest’anno ha preso parte a tre film prodotti a Hollywood (Oz: The Great And PowerfulLovelace e This Is The End). (…) Ha un master alla Columbia e un PhD a Yale.’

E poi non è finita qui… scrive e dirige pubblicità, cura una rubrica d’arte moderna su youtube, debutta a Broadway con il revival di Of Mice and Men, scrive regolarmente recensioni su VICE United States, tiene un corso dove insegna videoartist ai ragazzi, ha scritto e cantato diverse canzoni, fra cui Love In The Old Days, che racconta la storia d’amore fra i suoi genitori, dipinge, fotografa, condivide hashtang con i propri fans, non si sa quando dorme… insomma certamente ho dimenticato qualcosa, ma un’idea ve la sarete pur fatta!
La prima volta che ho dovuto spiegare alle mie amiche, che sono il campione di umanità più rappresentativo che frequento, chi è James Franco è andata più o meno così: – Dai, James Franco! L’attore hollywoodiano! Quello di Milk, quello di Spider-Man! Ora ve lo faccio vedere… – E ho mostrato le foto su google. – Ah! Sì,sì,sì, Lucia! – e risatine annesse. E io ho dovuto spiegare che no, non è perché è bello, che per me è molto più intelligente che bello; insomma che oggettivamente sarà anche bello, ma lo avete sentito parlare? Avete letto quello che scrive? – Che poi che ci vuole a creare un sex symbol? – ho detto – Prendete un bellone, cucitegli addosso una storia hollywoodiana, di quelle strappalacrime, ed è fatta! – Ma loro non sembravano capire di cosa stessi parlando.
 
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Effettivamente è difficile capire di cosa sto parlando se sei fuori dall’universo Franco; è difficile sperimentare la dipendenza dalle sue recensioni finché non le leggi, dalle sue interviste finché non le ascolti, dai suoi lavori finché non ti capitano sott’occhio, così, un giorno per caso.Parliamo delle sue recensioni. Quando avviene che ciò che scrive un essere umano su di un’opera d’arte diventi per noi fonte di riflessione, di accordo, ancor più di revisione dei nostri pensieri? Mai, in genere. Raramente, se sei fortunato. A me per esempio, quest’empatia duratura (perché i treni d’amore passeggero capitano in letteratura, come nel cinema, come nella vita) permane con un unico individuo: Walter Benjamin. Ho usato erroneamente un tempo presente, ma avrei dovuto dire ‘permaneva’. Perché adesso questi individui sono due, e l’altro è James Franco. Ora pensate pure di me che sono la ragazzina triste che s’infatua delle pop star, non m’interessa, quest’è. Ho scritto seriamente quest’è? Sto davvero invecchiando… Ma dicevamo James Franco e le sue recensioni. Provare per credere. Da Francis Scott Fitzgerald ai fratelli Coen, da Proust a Pasolini (sì, ha recensito Salò), da C. K. Williams a Cormac McCarthy, da Walt Whitman a Salinger, da Carver a Baz Luhrmann, passando da Melville, Patricia Highsmith e John Cheever, James Franco prende le vostre belle idee che vi siete fatti su qualcosa e le plasma come gli pare e piace senza che voi possiate farci niente, al punto che ci ripensate dopo qualche ora e vi dite – ma come avrà fatto? –.
 
Insomma non arriverò a dire che è un Benjamin in chiave moderna, come suggerirebbe Mavi. Sarebbe azzardato. Benjamin è quello che ti regala nuovi occhi e una mente pulita per la seconda lettura de Le Affinità Elettive (Goethe), che ti chiarisce i cambiamenti epocali in pochi concetti portatori d’immagini subitanee ed esatte, che ti rende provvisto dell’umiltà necessaria per non snobbare nulla, e trattare in modo alto persino Topolino o l’utilizzo dell’hashish; James Franco ancora è agli esordi, ma ha già evidenziato nettamente lo scarto fra lui e i suoi contemporanei, perché in lui l’ innato talento è affiancato da una preparazione e un continuo studio del classico e del moderno che si evidenzia in tutto ciò che fa e gli permette, in quel modus agendi affine a tutte le grande menti, di non prendersi troppo sul serio e di avvicinarsi al commerciale o al volgare senza tuttavia esserne minimamente scalfito. Date un’occhiata al suo ultimo progetto: un film porno sull’omosessualità. Ascoltate la sua interminabile intervista dove spiega gli assiomi partendo dai quali, secondo lui, si può distruggere la struttura del sistema. Convincerà anche i più puritani di voi, promesso.
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