Viveva di pensieri, di sensazioni rielaborate – Pietro Citati su Italo Calvino

Testo di: Lucia Senesi

Ho aspettato un po’ per raccontarvi questo incontro dove Pietro Citati ha parlato di Calvino; ho pensato che come tutte le esperienze che ci colpiscono profondamente, serve far passare del tempo per riportarle come si deve, per trovare le parole che contengano la verità e l’equilibrio e non affidarsi a quell’impeto del momento in cui non si vede l’ora di far sapere al prossimo tutto quello che è successo e come ci siamo sentiti, e che rappresenta anche il modo più sicuro affinché il prossimo in questione non capisca proprio nulla di ciò che stiamo dicendo e ci consideri anche un po’ matti.

Le parole esatte escono fuori da sole, quando le emozioni sono state immagazzinate nel nostro cuore e nella nostra mente perché ormai fanno parte di noi, e non di un’impressione momentanea che lascia il tempo che trova e necessita di una struttura che la fissi e la renda sempiterna. Nietzsche ha scritto: ‘Non è già la forza, ma la durata di un sentimento superiore a fare l’uomo superiore.’

italo-calvino

Ma partirei dal principio. Quando sono arrivata nella sala della Biblioteca Nazionale di Roma, dove si è svolto l’incontro fissato per le ore 17.00, Pietro Citati era già seduto a fianco di Paolo Di Paolo e guardava senza un’espressione particolare, scriverebbe Proust, la trentina di persone di fronte a sé. Abbiamo aspettato qualche istante, poi è arrivato il Dott. Osvaldo Avallone, direttore della Biblioteca, che si è scusato per i suoi cinque minuti di ritardo. Effettivamente erano le 17.05. Ricordo che questa cosa mi ha colpito, ma non ricordo se a colpirmi di più sia stato un uomo che si scusa per i suoi cinque minuti di ritardo, in un mondo di pseudo celebrità che si fanno aspettare per ore e si stupiscono altresì di trovarti spazientito, o piuttosto il fatto che fossero davvero cinque minuti esatti. Poi mi chiedono cosa rimpiango delle generazioni passate. Ecco cosa rimpiango: innanzi tutto l’attenzione ai dettagli.

Il Dott. Avallone, con il suo garbo, introduce la figura di Calvino e la sua attività da editore. Poi aggiunge – Mi dispiace se ci sono editori in sala, ma questa cosa devo dirla. Calvino non intendeva l’editoria come un fenomeno di marketing, come oggi, piuttosto come un’attività di produzione culturale che doveva lasciare un segno e una presenza. – Da qui, ovviamente, sottolinea la stabilità delle sue scelte editoriali e il suo impegno a garantire una possibilità di accesso all’opera perché questo – per Calvino non era solo un obbligo legale, ma una missione di libertà, un impegno da uomini liberi. – Poi lascia la parola a Paolo Di Paolo scusandosi ancora per i suoi cinque minuti di ritardo.

Paolo Di Paolo inizia a leggere qualche riga di Calvino e a me scende una lacrima (tanto già sapete come sono, portate pazienza). La signora alla mia sinistra mi guarda con la faccia di chi pensa – poverina, il fidanzato l’avrà appena lasciata. – Di Paolo dice che Citati ha conosciuto Calvino intorno ai vent’anni e chiede come se lo ricorda. Pietro Citati, che parla con l’eleganza di un libro scritto da un gran prosatore, dice – Era uno scrittore pomeridiano. – poi si ferma e sorride – Era uno degli uomini più fedeli che abbia mai conosciuto. –

Racconta che tre giorni prima di morire era contentissimo, anche se rimpiangeva di aver passato l’estate a scrivere Lezioni americane perché diceva di non essere un critico. Pensate un po’! – Era un uomo lieto, faceva schizzi, ritratti. Poi invecchiando cambiò molto. Viveva di pensieri, di sensazioni rielaborate. Diventò un grande malinconico. – E indica Palomar come un esempio di questo cambiamento. – Palomar è un libro malinconico; non lo è invece Se una notte d’inverno un viaggiatore. – e aggiunge – Si trasformò anche nei gusti di lettore. Divenne un appassionato di Musil. –

Calvinovignetta

Se lo ricorda così Pietro Citati, quel Calvino che secondo i dottori sarebbe dovuto morire già trentasei anni prima. – Lui aveva bisogno di progettare. Doveva inventare un altro mondo, non poteva continuare a parlare sempre dallo stesso. –  La cosa che gli preme sottolineare è che Calvino era un puro e non amava l’impurità. Amava moltissimo la purezza e questa era il suo tratto distintivo.

Era bravissimo nel suo lavoro editoriale, in modo speciale per il risvolto che – è un’arte un po’ dubbia, serve a far vendere un libro. Lui sapeva fondere la verità di quello che pensava con il corteggiare il pubblico. –

Poi ci strappa anche qualche sorriso: – Le Cosmicomiche non mi è piaciuto molto, anche se… ora che mi ricordo l’ho presentato allo Strega – e noi ridiamo, allora lui si affretta a precisare – Era sempre un libro di Calvino! –

– Gli anni ’70 non erano anni piacevoli, erano anni fatti di luoghi comuni. – Accenna anche al rapporto fra Calvino e Pasolini, due autori molto amati dai giovani e molto diversi fra loro. Dice – Non credo che Pasolini capisse Calvino, perché Calvino non aveva passione politica. Però facemmo un viaggio tutti e tre in Persia nel ’72 o ’73. Mi sembrava che Italo non guardasse… era molto distratto. – Fa ancora una pausa e poi dice contento che si era sbagliato, che Calvino anni dopo quel viaggio ne fece delle descrizioni dettagliate e allora lui capì che – inconsciamente coglieva tutto, rielaborava tutto nella memoria. –

PASOLINI - CALVINO

– Ma era anche molto amato dalle donne! – ci regala qualche dettaglio di ‘gossip alto’. – Frequentò Elsa De Giorgi… eh, quello era il periodo delle contesse! – E noi scoppiamo a ridere di nuovo – Fu un periodo terrificante, lui fuggì senza lasciarle il suo numero! Lei lo seguiva e andava in giro con la pistola; Giulio Einaudi, preoccupato la fece sorvegliare dalla polizia. – E fra i nostri sorrisi ci racconta anche un altro aneddoto – Una volta Italo era in casa con una donna, vide la polizia, pensò alla De Giorgi e la fece arrestare. Fu molto difficile tirarla fuori! –

E’ gentile e disponibile Citati, risponde alle domande, stringe le mani a tutti e firma il mio diario quando io glielo chiedo, un po’ intimorita e con le lacrime agli occhi. Lo aiutano a indossare il soprabito verde scuro e lui si allontana claudicante e solo, appoggiato al suo bastone, per i corridoi della Biblioteca.

E io penso ancora alle ultime parole che ha detto, ci penso spesso, sento quella stessa voce chiara e rassicurante che dice – Due anni dopo la morte di Italo l’ho sognato. Lui mi diceva che non era morto. Mi diceva che il tragico non è la forma essenziale del mondo. –

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