L’Io-vuoto e la paura della verità – Fenomenologia dello Spirito

Testo di: Lucia Senesi

“Ora, è triste osservare come il non-sapere e la grossolanità senza forma né gusto, incapaci di tener fermo il pensiero anche soltanto su una proposizione astratta, e quindi ancor meno capaci di cogliere il nesso tra diverse proposizioni, proclamino nella nostra epoca di essere l’espressione della libertà e della tolleranza del pensiero, talvolta persino della genialità.”

 Amo Hegel. Mi dispiace tanto per Nietzsche, ma amo Hegel. State sereni, su, che ho appena finito di leggere Prefazione e Introduzione, centoventi pagine; un bel po’ per una premessa, direte. Ma che ci volete fare, i filosofi sono così, e poi sto leggendo con il testo tedesco a fronte quindi, di fatto, sono la metà. Dunque dico a gran voce a chiunque voglia addentrarsi nell’impresa: non allarmatevi! Anche perché ci sono tante cose interessanti su cui riflettere…

Prima di tutto la celebre critica a Schelling, quella con cui i vostri professori di filosofia vi avranno angosciato per settimane, che vi venivano gli incubi la notte. Ebbene per Hegel l’Assoluto di Schelling non è altro che l’ingenuità di una conoscenza vacua. Segue foto.

 Hegel

 O Freunde, nicht diese Töne! Sondern laßt uns angenehmere anstimmen und freudenvollere. Freude! Freude! Lo so, questo è Schiller, però calza a pennello il suo invito a cambiare toni; rilancio! E addentriamoci subito nella parte interessante. Il famoso, storico, tanto discusso, tormentone (suvvia, sorridete, e cogliete il mio sforzo di apertura verso la modernità) del dualismo fra forma ed essenza. Vi ricordate che ne abbiamo già parlato riguardo a Benjamin? Se vi va, e secondo me dovrebbe andarvi, andate a riascoltare. Ma vediamo che ne pensa Hegel:

“Proprio perché la forma è tanto essenziale all’essenza quanto questa lo è a se stessa, l’essenza non va colta ed espressa semplicemente come tale – cioè, come sostanza immediata, come pura auto intuizione del Divino –, ma anche, appunto, come forma, e precisamente nell’intera ricchezza della forma sviluppata: solo così l’essenza viene colta ed espressa come realtà. Il vero è Tutto.” 

Vi ricordo Benjamin, che ne parla in rapporto all’opera d’arte e alla bellezza artistica, ma essenzialmente appunto, è la stessa questione. “Poiché l’inespresso è, sebbene in antitesi, in un rapporto così necessario con l’apparenza, che proprio il bello, pur non essendo in sé apparenza, cessa di essere essenzialmente bello quando l’apparenza lo abbandona. Poiché essa gli appartiene come l’involucro, e si rivela così la legge essenziale della bellezza, che essa appare come tale solo in ciò che è velato.”

Siete stanchi? (Leggete pure: siete stanchi di me?) Lo so, avete ragione, vi chiedo solo un altro piccolo sforzo…

Ve lo chiedo perché nell’Introduzione si parla di un tema a me molto caro: la paura della verità. E con questo auguro un buon fine settimana a tutti. Se siete arrivati fin qui, siete bravi. E sì, mi volete evidentemente anche molto bene!

“La violenza che impedisce alla coscienza di accontentarsi di qualsiasi appagamento limitato, dunque, proviene in realtà dalla coscienza stessa. Ora, nel sentimento di questa violenza, l’angoscia potrà pure decidere di ritirarsi dinanzi alla verità e aspirare a salvare ciò che sta per andare perduto. In tal modo, però, l’angoscia non avrà pace: invano cercherà di restarsene in un’inerzia priva di pensiero – il pensiero infatti turba il torpore mentale, e la sua inquietudine sconvolge l’inerzia –; invano punterà a fortificarsi in una forma di sentimentalità, asserendo di trovare che tutto, a suo modo, è buono – questa asserzione viene infatti travolta dalla violenza della ragione, la quale trova che qualcosa non è buono proprio nella misura in cui è solo a suo modo. E ancora: la paura della verità potrà pure nascondersi, a se stessa e agli altri, dietro alla parvenza d’essere sempre più intelligente di qualsiasi pensiero, provenga poi questa da se stessa o da altri; potrà pure fingere che, nell’ardente zelo per la verità, l’unica verità che riesce a trovare sia la vanità della propria intelligenza. In realtà, questa vanità intende vanificare ogni verità per ritornarsene poi entro se stessa, e l’intelletto di cui si pasce, dissolvendo costantemente ogni pensiero e ogni contenuto, trova alla fine solo l’Io nella sua aridità. Tale vanità è dunque un appagamento che dev’essere abbandonato a se stesso, in quanto fugge l’universale e cerca unicamente l’essere-per-sé.”

 

 Ps. Siate buoni, non odiatemi troppo!

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