As I Lay Dying – William Faulkner e James Franco

Testo di: Lucia Senesi

 

“Anche lui aveva una parola. Amore, lo chiamava. Ma era da un pezzo che avevo fatto l’abitudine alle parole. Sapevo benissimo che quella parola era come tutte le altre: semplicemente una forma per riempire un vuoto.”

 

Se io dovessi portare sul grande schermo un libro scritto da un premio Nobel, sarei terrorizzata a morte. Se poi, il premio Nobel in questione, si chiamasse William Faulkner, mi farei il segno della croce e aspetterei l’imminente catastrofe. James Franco, invece, non è minimamente preoccupato dall’impresa. E con ragione. Vediamo perché.

As I Lay Dying (Mentre morivo) è uno dei tre film di cui James Franco firma la regia nel 2013. Gli altri due sono Interior – Leather Bar e Child of God (quest’utimo basato su un romanzo di Cormac McCarthy, ci torniamo!).

 

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Ma As I Lay Dying è prima di tutto un libro di Faulkner, uno di quei libri che può scrivere solo lui, di quelli che non puoi catalogare, che dopo che li hai letti non riesci più a discernere il te stesso di prima e quello di dopo e invece bisogna che tu lo faccia, uno di quei libri che ti si piantano in testa e non te ne liberi più, che ti aprono un vuoto nello stomaco e non hai neanche il tempo di chiederti perché, di quelli che mentre li leggi vorresti smettere, e più vorresti smettere e più continui a leggere e quando arrivi in fondo hai solo un bagaglio ingombrante di emozioni e non sai più dove buttarle, allora le distribuisci dentro di te, cerchi di farle tue, metti ordine, con calma, con perizia, come puoi.

La prima volta che James Franco ha letto il romanzo, sotto consiglio del padre, aveva quindici anni; lo racconta in questa intervista al Festival di Cannes, dove ha presentato il film nella sezione Un Certain Regard. Spiega inoltre la struttura del libro: ogni capitolo rappresenta il punto di vista di uno dei personaggi sulla vicenda. Il flusso di coscienza, aggiungo io. Che poi, la storia in sé è delle più semplici: si parla di una famiglia, della madre che sta morendo e che si è fatta promettere dal marito di essere sepolta nel luogo dov’è nata. Quindi questa famiglia deve mettersi in viaggio per rispettare il volere della madre. Dice giustamente James Franco: La sua essenza è qualcosa che era rilevante ottant’anni fa, che è rilevante oggi, che era rilevante duemila anni fa: racconta di una famiglia, ed è allo stesso tempo una dinamica di gruppo, ma anche un gruppo in cui ogni individuo soffre da solo e ha una sua tragedia privata; e questo mi interessa perché parla di quello che è la vita, di quello che significa essere umani.

 

“Lui mi guarda. Non dice nulla; mi guarda e basta, con quei suoi occhi strambi che fanno parlare la gente. Dico sempre, non è tanto quello che ha mai fatto oppure detto o qualsiasi cosa quanto come ti guarda. E’ come se ti fosse entrato dentro, in qualche maniera. E’ come se in un modo o in un altro tu ti stia guardando e guardando quello che fai con gli occhi di lui.”

E’ proprio il personaggio di Darl, affidato nel film alla recitazione dello stesso James Franco, a farci riflettere maggiormente riguardo la condizione dell’essere umano, sia per quanto concerne il dentro, potremmo dire la sfera personale, sia per il fuori, riguardo al giudizio di tutti gli altri, della comunità, che si abbatte su di lui come una maledizione; lui che, come scrive Faulkner, ha degli occhi strambi che fanno parlare la gente. E’ così che lo vediamo all’inizio del romanzo: fermo sulla porta a guardare la madre morente. Lui sa che morirà quella notte, ma sceglie coscientemente di partire per un lavoro che gli frutterà pochi soldi; e con lui parte il fratello Jewel, il prediletto della madre, a cui Darl continuerà a ripetere – Lo sai che sta per morire, Jewel? –

“Ci vogliono due persone per farti e una per morire. E’ così che il mondo finirà.”

E lo sperimentalismo di James Franco tocca il suo apice: lo schermo si divide in due parti e le immagini entrano una dentro l’altra accompagnate da un lavoro maniacale sul suono che ti fa esattamente percepire che quel film è quel romanzo; che l’essenza di James Franco è trasmutata in quella di William Faulkner, si è presa il suo abisso e il suo buio, li ha sradicati dalla solitudine della parola scritta per inserirli in un crescendo di movimento, e colore, e suono che non sono nuovi, ma già intrinseci a quel romanzo e a quella storia, sono quelli che il lettore aveva visto nella sua mente, quelli i volti, quelle le intonazioni e quelli i movimenti, tutto incredibilmente corrispondente e tutto incredibilmente altro.

 

“E’ stato Darl. Si è fatto sulla porta e è rimasto lì, a guardare sua madre morente. Guardarla e basta, e io ho sentito di nuovo l’amore immenso del Signore e la Sua misericordia. Ho capito che con Jewel lei aveva solo fatto finta, ma che era tra lei e Darl che c’era comprensione e amore vero. E’ rimasto lì a guardarla, semplicemente, senza neanche entrare e mettersi dove lei avrebbe potuto vederlo e agitarsi, sapendo che Anse lo stava cacciando via e lui non l’avrebbe mai più rivista. – Cosa vuoi Darl? – ha detto subito Dewey Dell, senza smettere col ventaglio, tenendo perfino lui lontano da lei. Non ha risposto. E’ rimasto lì a guardare la madre morente, il cuore troppo pieno per delle parole.”

Ed è questa la vera forza di Faulkner, che rinuncia alla tentazione di tracciare una realtà unica, lineare, trasparente, per mostrare invece il volto del molteplice, del contraddittorio, del relativo e del non detto, di quello che i personaggi, nella loro individualità, decidono di far diventare dogma, realtà per loro e dunque realtà assoluta, ma sempre e solo limitatamente al loro campo cognitivo; ed è proprio la relazione fra queste realtà assolute e allo stesso tempo personali a fare da struttura al romanzo prima ancora che al film.

“Un giorno stavo parlando con Cora. Si mise a pregare per me perché credeva che fossi cieca al peccato, e voleva che anch’io m’inginocchiassi a pregare, perché la gente per cui il peccato è solo una questione di parole, per loro anche la salvezza non è altro che parole.”

Infatti è così: ognuno di questi personaggi legati da un comune dolore, ebbene ognuno di loro sente per sé e sente l’impossibilità di uscire da sé; sono insieme ma sono soli, dice James Franco. Peggio: perché nella loro solitudine essi sentono, lucidamente, di non essere mai stati insieme, sentono che il loro essere soli non è mai stato violato; per loro l’altro è una forma vuota, per loro l’altro è egoismo e morte.

 

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E ancora una volta a vincere è l’arte, quella di uno scrittore che guarda l’abisso e l’oblio e quella di giovane uomo che ci si vede riflesso. James Franco ancora adolescente legge questa storia e la lascia sedimentare dentro di lui, la lascia muoversi e svilupparsi attraverso le esperienze della vita e quelle dello studio. Aspetta che questa storia e questi personaggi gli diventino tanto familiari da pensare che siano suoi. Aspetta che questa storia e questi personaggi abbiano raggiunto in lui la maturità che serve. E poi li prende per mano entrambi, personaggi e storia, e li avvicina allo spettatore così come ha fatto Faulkner, guardandolo dritto negli occhi. Hey siamo qui, dicono. Siamo vivi, ma stiamo morendo.

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“Perché rido? Perché ridi, Darl? E’ perché detesti il suono del ridere?  E’ per questo che ridi, Darl? E’ perché tua madre è un pesce? Un cavallo? E’ perché non hai più una madre? Perché senti parlare di Dio, della sua bellezza e dei suoi peccati nelle terre oscure? Perché ci usiamo a vicenda con le parole… come i ragni, appesi alle travi… penzolando, girando, senza mai toccarsi.”

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One comment

  1. e qui si sente proprio la tua ammirazione, direi persino il tuo amore per James e anche per faulkner…e le profondità che ti toccanograzie lucy

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