Devo anche scusarmi con i ragazzi di The Dreamers

Testo di: Lucia Senesi

L’anno scorso, gentilmente, sono stata invitata a parlare di Pier Paolo Pasolini e il cinema d’autore dai ragazzi dell’Associazione The Dreamers presso la Facoltà di Lettere di Arezzo. Fra le altre cose, ho parlato di come la messa in scena di Pasolini fosse fortemente influenzata dai suoi studi di storia dell’arte e, in particolare, dalle lezioni con il suo professore Roberto Longhi. Vi ricordate? Ho detto, magari avessimo potuto avere tutti un professore come Longhi!

Vi ricordate ancora che abbiamo parlato del finale di Mamma Roma e di come i critici vedessero in quell’inquadratura una citazione del Cristo Morto del Mantegna?

Ecco, proprio oggi mi sono imbattuta in un testo di Pasolini dove, senza mezzi termini, rifiuta nettamente questo accostamento e si appella, disperato, a Longhi. Perciò, chiedendovi scusa, ve lo allego. Pardonne moi! (e, soprattutto, speriamo che mi perdoni lui!) Ora vado a finire di vergognarmi nell’altra stanza; è sabato sera: il momento esatto per cercare un monastero entro cui ritirarmi e fare penitenza. Potete allegare insulti, mi faranno bene, aiuteranno a espiare la mia colpa.

Mamma Roma(finale)

“Il caso Mantegna, per esempio. Io avevo detto, in qualche intervista, e poi scritto abbastanza esaurientemente, in un lungo articolo-racconto (apparso sul Giorno, e poi nel volume di Mamma Roma) come la mia visione figurativa della realtà fosse piuttosto di origine pittorica che cinematografica: e con ciò spiegavo certi fenomeni tipici del mio modo di girare. Insomma, i riferimenti pittorici erano visti come fatti stilistici interni: non, accidenti!, come ricostruzione di quadri!

Ma certi critici cinematografici, leggendo evidentemente quei miei scritti con una fretta che nulla ha da vedere con la cultura, hanno tratto delle conclusioni che sono quasi commoventi, nella loro totale e disarmata ingenuità: siccome, nel finale, la figura di Ettore è vista di scorcio, ecco che tutti, in coro, hanno fatto il nome di Mantegna!

Mentre il Mantegna non c’entra affatto, affatto! Ah, Longhi, intervenga lei, spieghi lei, come non basta mettere una figura di scorcio e guardarla con le piante dei piedi in primo piano per parlare di influenza mantegnesca! Ma non hanno occhi questi critici? Non vedono che bianco e nero così essenziali e fortemente chiaroscurati della cella grigia dove Ettore (canottiera bianca e faccia scura) è disteso sul letto di contenzione, richiama pittori vissuti e operanti molti decenni prima del Mantegna? O che se mai, si potrebbe parlare di un’assurda e squisita mistione tra Masaccio e Caravaggio? … Ma lasciamo perdere; figurarsi se simili “mistioni” toccano la sensibilità di gente che ogni giorno deve buttar giù il suo pezzo, preoccupata solo di non sbagliare troppo, e quindi di seguire, soprattutto, quello che dicono gli altri…

Questa incompetenza che non potrebbe sussistere se non fosse sorretta dal conformismo e dal cinismo, è la base di gran parte della critica cinematografica italiana. Ora per una produzione commerciale media, è una base che può anche andar bene: è un ingranaggio, manovrato dai vari interessi, nel rapporto fra produttore e consumatore. Un aspetto fatale del nostro mondo, una forma dell’aridità neo-capitalistica. Ma proprio al centro di questa fatalità del ciclo produzione-consumo, proprio nel cuore di questa aridità culturale, sta nascendo, contraddittoriamente, in Italia, il cinema di autore. Cioè un cinema caratterizzato, come tutti i casi di poesia, da una forte necessità culturale. Perciò la critica cinematografica di tanti quotidiani, è ormai impari al suo compito. Mi sembra questo uno dei problemi centrali della nostra cultura.

Non si può pretendere rigore, intransigenza, amore della verità, onestà, infine, da dei mestieranti, che, in fondo al loro cuore di piccoli-borghesi, hanno per la cultura, un profondo, ideologico disprezzo. Il fatto che operi poi, nei giornali, una dozzina di critici bravi – onesti e geniali – non significa nulla: la situazione resta quella che ho tristemente delineato. (…)

Si fanno tante storie, ci si indigna tanto a proposito dei festival: che invece sono quello che sono, delle Fiere della Vanità, manovrate dai produttori, che, col cinismo del vecchio capitalista, conoscono fin troppo bene le debolezze umane. Comunque, tutto ciò non ha un gran peso nella reale vita culturale della nazione. La critica cinematografica sì, invece. Ed è un problema che va urgentemente – non dico discusso e affrontato, per non dire delle cose inutili – ma almeno conosciuto nella sua triste e umiliante realtà.”

Dialoghi, n.40 a. XVIII, 4ottobre 1962

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