Everyone wants to get rich – The Wolf of Wall Street

Testo di: Lucia Senesi

Forza, che diano subito questo Oscar a Leonardo Di Caprio, e che non se ne parli più.

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The Wolf of Wall Street mi è piaciuto molto, e dire che dopo la visione del trailer ero carica di pregiudizi, d’ansia, certa che lo avrei odiato. Ecco, c’è sempre qualcosa da imparare, ma non mi riferisco al fatto che non bisognerebbe mai farsi un’idea di un film da un trailer: quello dovrei già saperlo da un pezzo. Mi riferisco al fatto che tutte le idee che ti fai sulla tua estetica personale, sul fatto che non potrai mai trarre piacere da un certo tipo di cosa, le tue elucubrazioni sui massimi sistemi della bellezza, ecco tutte queste cose non valgono più nulla quando arriva uno come Martin Scorsese a ricordarti che è sempre lì pronto a fare di te ciò che vuole, che ti piaccia o no.

Perché mi è piaciuto? Per una come me, non troppo interessata alle trame e fanatica della psicologia dei personaggi, questo film è un invito a nozze. Per me la prima domanda da farsi è: come ragiona questo personaggio? Seconda: perché? Terza: Perché tutti vanno pazzi di lui? Ma proverei a rispondere partendo dalle motivazioni di coloro ai quali non è piaciuto.

Perché non vi è piaciuto? Troppo forte, troppo volgare per le vostre pupille delicate? Beh, voglio darvi una notizia: il compito di un regista, o di uno scrittore, non è quello di raccontare storie carine. Il compito di un regista, o di uno scrittore, è quello di raccontare storie che contengano verità, quand’anche questa verità sia cruda e difficile da mandare giù. Se Scorsese non si fosse soffermato su certe scene di sesso o di orge o di utilizzo di droghe, o dell’abbinamento alternato di questi tre elementi, avrebbe adoperato nei confronti di questa storia la cosiddetta censura. Scorsese ha raccontato il mondo di questi individui, e lo ha fatto con chiarezza e senza retorica; che vi piaccia o no questi individui esistono, vivono e ragionano così, e fare finta che non sia vero non aiuterà nessuno, a parte loro, ovviamente. Questi individui vivono di un lavoro irreale, basato sull’inganno del prossimo e su di una morale prettamente dubbia. Sicuri che stiamo parlando solo di Wall Street? Vivono solo lì? O sono in mezzo a noi ogni giorno, magari sono nostri amici, prendono il caffè con noi, ci raccontano quanto è bella e producente la loro attività dove le persone che ci lavorano sappiamo essere sottopagate, ma non hanno alternative e dunque lo accettano? Provate a chiedervelo. Magari è anche per questo che non vi piace troppo. Magari minaccia le vostre vite tranquille esattamente come il film di Sorrentino. Perché è questo che fa un autore, prende la tua coscienza pulita e te la riporta sopra al tavolo da gioco. La vedi ancora pulita la tua coscienza?, ti chiede l’autore. Eh certo, capisco che sia una metodologia che non risulti simpatica a tutti.

Ma questi individui, dicevamo, forti del loro lavoro irreale, hanno naturalmente molto tempo libero che, con molta perizia, impiegano alla ricerca di droghe che li sballino sempre di più, e ragazze più belle (sempre secondo il loro criterio di bellezza, ovvero quello a loro imposto dal modello americano) e nuovi giochi erotici. Perché è così che ragionano: seguono fino in fondo il modello che la società dei consumi gli ha procurato e non si soffermano mai a pensare che il loro è un universo fittizio e patetico. Questi personaggi, che poi in realtà sono solo uno, lui, Jordan Belfort, sono in balia di loro stessi e della loro follia. Quando all’inizio del film Jordan è ancora giovane ed entra per la prima volta a Wall Street fa anche un po’ tenerezza. Lui se ne sta lì fra quei pazzi dall’io smisurato che sanno parlare solo di soldi e prostitute e subito si fa comprare dal loro mondo. Subito, accetta abbassando la testa la scissione della sua personalità. Da una parte c’è il suo vecchio lui, senza un soldo e con una moglie che lo ama per quel che è, che lo esorta ad andare avanti nel lavoro che gli piace; dall’altra c’è il mondo corrotto che lo chiama, e lui, obbediente, abbassa la testa e corre a rispondere.

E’ così che ragiona questo personaggio, lo spiega bene ai suoi seguaci quando potrebbe lasciare, quando è ancora in tempo prima di far precipitare tutto: LUI NON ACCETTA UN NO COME RISPOSTA. Se non metabolizziamo questo passaggio è impossibile capire la ratio agendi del signor Belfort. Il signor Belfort è stato programmato dalla rispettabile società dei consumi americana per non accettare un “no” come risposta. Lui non farà come gli altri, non prenderà la metro con vestiti comprati ai grandi magazzini. Lui ingannerà il prossimo e sarà ricco e stimato, contento di vivere dentro ai suoi vestiti Armani, alle sue macchine cafone e alle sue donne volgari. Tutto chiaro? E lo dice con orgoglio: Se volete potete andarvene a lavorare da McDonald’s, ma guardate la persona di fianco a voi perché sarà probabile che fra qualche anno vi ritroverete fermi ad un semaforo con una vecchia auto e una brutta moglie e vedrete quella stessa persona con una moglie bellissima e rifatta e una nuova Porche.

Perché è chiaro, per questo signore non può essere che così: “Everyone wants to get rich”

E io lì che pensavo: che meraviglia lavorare da McDonald’s, quelle sono il tipo di persone che vorrei frequentare per tutta la vita (curiosità: prima di fare l’attore, ci lavorava anche James Franco). Ed è per questo che il mio sentimento costante, mentre guardavo, era proprio la pena. Vedete come sono fatta? In certi film trovo volgare un bacio, in altri, ed è questo il caso, mi lasciano indifferente il sesso vuoto, i corpi sballati e sbavanti a terra, i reiterati nudi, l’intercalare di parolacce, le mimiche indecenti, i deliri di onnipotenza. Guardo tutte queste cose e vedo la volgarità in sé, ma è una volgarità di poco conto, che non mi indigna. Tutto quello che io riesco a fare è provare una profonda pena nei confronti di questi personaggi. Mi fa pena il loro non vedersi da fuori, il loro assoggettamento alle regole del mercato e a quelle della moda, mi fa pena il loro pensare di poter comprare tutto, per cosa infine? Per avere ancora una fetta di infelicità, che non ne hanno avuta abbastanza. Devono aspettare di finire in prigione per scoprire che le loro mogli stanno con loro per i soldi, devono aspettare di finire in prigione per capire che il sistema che li ha creati è anche quello che li ha distrutti. Ma loro non accettano un “no” come risposta, e vanno avanti, ciecamente, verso il punto più buio di loro stessi.

No, mi spiace, io non mi indigno. Per come la vedo io questo è un film che andrebbe proiettato nelle scuole. Proprio come Salò o le 120 giornate di Sodoma.

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One comment

  1. sappiamo che il buio il peggio il male esiste
    ma non per questo dobbiamo scandagliarlo per conoscerlo meglio e poi magari dire io non sono come lui/lei … anche se…
    e chiuderci in una bolla di perbenismo vacuo e soddisfatto o riempirci la mente di pseudocultura del “reale”.
    io credo che potremo sviluppare la conoscenza della luce del meglio del bene
    e per questo cercare di tendervi e propagarla come tensione profonda dell’uomo che si erge umilmente-vittorioso sopra le sue miserie
    riscattando non solo se stesso ma l’intero genere.
    ciao

    Mi piace

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