Lettera da Parigi

Testo di: Lucia Senesi

Parigi. Non la vedevo da così tanto che mi sembra di vederla per la prima volta. Parigi di giorno e Parigi di notte: due facce della stessa medaglia, due città che si specchiano come Valdrada; anzi, forse Calvino per descrivere Valdrada si è ispirato proprio a questa Parigi, la sua Parigi.

Parigi

Non venite mai in nessun luogo con me. Tanto io sono sola. Le mie amiche a testimoniarlo. Dove sei, Lucia? Hai sentito quello che abbiamo detto? Macchè! Vivo altri mondi, non che mi faccia piacere, anzi. I luoghi mi influenzano. Quando Sartre scrive che gli oggetti lo condizionano, lo sento tremendamente intimate. No, non mi sta venendo la renzite, state sereni. E’ che su questo set si parla tedesco, inglese, francese, italiano e io oramai trovo parole perfette in una lingua e non ho il corrispondente nell’altra. Come lo volete tradurre intimate? E’ perfetto così, con quel suono e quell’intonazione lì, che quando devi dirlo bisogna che ci metti dentro tutta la tenerezza che riesci a trovare, come quando Mastroianni in Otto e Mezzo dice Claudia e poi il film continua, ma tu non lo segui più perché sei stordita, devi esserlo, da quel nome Claudia, che quante volte lo avrai sentito nella vita? Ma il punto non è il nome, il punto è il suono. Anche i suoni mi influenzano. Ma comunque. Si era anche deciso, a inizio riprese dico, di parlare inglese. Ma tanto poi ognuno fa come gli pare, ed ecco che componiamo frasi di quattro lingue, che potrebbe anche essere un modo per crearne una nuova. Pensiamoci. Tanto non è che con quelle che abbiamo a disposizione ci capiamo tanto bene eh. Magari cambia qualcosa. Magari.

Trovo scuse di ogni sorta per non scrivere il mio romanzo. Cerco alibi in ogni dove, sarà per questo che mi ritrovo tanto in Proust. Mi invento alibi come quando non volevo andare a scuola. Ma cerco di affidargli una dignità, così, per non sentire troppo il peso della mia pigrizia. Il primo fra tutti? Il respiro della storia, come lo chiamo io. Dico che la mia storia ha bisogno di respirare, e non lo dico solo a me stessa, no, lo ripeto a voce alta ai miei amici. Il respiro della storia. Sarà che mi piace perché suona poetico. Poetico, ma non veritiero, questo è certo. In fondo lo so. La mia storia ha già avuto tutto il tempo di respirare, è lì pronta che aspetta solo di essere scritta. I personaggi vogliono muoversi, vogliono parlare, mi chiamano. Allora scrivo cinque pagine e poi torno indietro, perché la struttura non mi convince e anche per la mia maniacale urgenza di perfezione. Non riesco ad abituarmi all’idea di non essere Proust. E neanche Sartre. Ma proprio per niente, neanche da lontano. Credo che accettare questo stato di cose mi farebbe bene, eppure non lo accetto.

Allora scrivo su questo blog, pur di non scrivere il mio romanzo, che è l’unica cosa sensata che dovrei fare. Lo capisco ma non lo faccio, questo è il peggio. Proprio ora che dovrei parlare di Roma e sono a Parigi, non lo vedo che è la condizione perfetta? Il distacco, il ricordo… E invece niente, continuo a scrivere su questo blog. Basterebbe cambiare pagina, chiudere questa e aprire quel file di word. Eppure non lo faccio. Se non mi vedrete più scrivere qui per un po’ significherà che sono guarita. Ma non c’è da sperarci troppo.

I miei personaggi mi chiamano. Iniziano alle cinque del mattino, ma io li ignoro, più o meno fino alle sette. Poi dico, lasciatemi dormire, un’altra ora e scrivo, giuro. No, dicono loro. Se ti addormenti poi dimentichi quello che volevamo dire. Come faccio a dimenticarmi quello che volete dire, che continuate a ripeterlo a ogni piè sospinto da due ore? Ho bisogno di dormire. E poi non sono io che scrivo la vostra storia, in caso la trascrivo. Quindi, tecnicamente, non sono io che potrei dimenticare quello che volevate dire, ma voi stessi. Qualcuno una volta ha detto che si dimentica ciò che non è importante. Deve averlo detto uno scrittore che mi piace, ma ora non ho voglia di pensarci, non ricordo chi, e ho sonno. Non usare frasi accattivanti con noi, dicono i miei personaggi, non siamo i tuoi lettori. Io non uso frasi accattivanti, le frasi accattivanti sono per gli scrittore mediocri. Ecco che l’hai appena fatto, mi dice Sofia, uno dei miei personaggi, hai appena utilizzato una frase accattivante, tecnicamente, come diresti tu. Grazie Sofia, prezioso intervento. Avete appena conosciuto Sofia, la saputella. Ok, non è saputella, è precisa. La smetto, la smetto. Sofia dice che non devo presentarla e soprattutto non devo definirla. Dice che se lo faccio leggendo il romanzo non sarete più interessati a lei perché vi ho già spiegato com’è fatta. A saperlo. Il fatto è che i miei personaggi sono fatti a modo loro, in questo non hanno proprio nulla da invidiare alle persone, vi assicuro. Io li seguo e basta. Eccoli lì in un angolino della mia mente, imbronciati e con le braccia conserte. Adesso saluto i miei amici e vengo da voi, giuro. Saluta Sofia, fai ciao ciao con la mano, altrimenti come pensi che avranno voglia di leggerti? Ecco brava, vedi che sei capace di cortesia?

Torno dai miei personaggi, vado a sentire cosa vogliono che scriva. Discuto con loro come un regista discute con il proprio produttore. Fellini diceva che era una delle cose che preferiva del fare un film. Ecco leggete il suo libro Fare un film. Anche perché l’introduzione è di Italo. Italo Calvino. Se fosse con me adesso… in questa macchina che corre lungo la Loira. Italo e Pier Paolo. Vorrei loro due, loro due a raccontarmi la Loira che vedo con i miei occhi, mentre vorrei vederla con i loro; mentre vorrei vederla con i loro che sanno vederla anche con quelli di Rimbaud. E Cesare, anche Cesare! Che me la mostra con i suoi occhi che contengono le langhe. Ah! Che giornata sarebbe, mi renderebbe capace di sopportare tutto il resto della vita con il sorriso sulle labbra. Mi lascio trasportare da questa macchina e scrivo perché vorrei trattenere i miei pensieri, vorrei prendere di questo eccesso di immagini e di suoni, e di intuizioni, quelli essenziali, la combinazione essenziale che sta dietro a ogni sistema complesso. Basterebbe quella. Basterebbe che sapessi fermare questa nuvola che passa veloce davanti al sole coperto dal cielo grigiastro e cupo; quella nuvola lì che sta davanti a tutte le altre e passa via veloce, che mi sembra che potrei andare su e prendermela, anche perché c’è tutto lo spazio che serve tra lei e il sole, lei è qui, è qui. Peccato che la macchina se ne va nel senso inverso e quella nuvola lì che neanche ho saputo raccontarvi com’era fatta, non la troverò mai più. O forse sì. Forse tra una ventina d’anni troverò una nuvola che passa veloce e vicina davanti al sole, ma proprio davanti che ti rende cosciente dello spazio che intercorre fra i due, e dirò hai visto? e chi mi sarà di fianco risponderà hai visto cosa? Che è tutto lì il problema della vita, l’avere accanto persone che ti rispondono hai visto cosa? e non trovare mai quella che sorride e dice sì, ho visto e poi se ne sta un po’ zitta.

Deve essere l’aria di campagna a farmi questo effetto. Difatti domani torno a Parigi. Di corsa.

Ah! Parigi.

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