Il Musée d’Orsay in gita a Roma

Testo di: Lucia Senesi

In questi tempi bui ognuno, per sopravvivere, fa quel che può. Io, per esempio, mi affido al bello e alla sua aura salvifica, secondo la scuola Calvino “cercare e saper riconoscere chi e che cosa, in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare e dargli spazio”.

Ed ecco che i miei amici francesi mi vengono in soccorso con questa mostra al Vittoriano. E se è vero che sono appena tornata da Parigi, è anche vero che mi trovavo là per lavoro, quindi tutto ciò che avrei fatto da donna libera come passare dall’alba al tramonto rinchiusa in un museo, cercare tutti i luoghi dei miei scrittori, andare a fare visita alle loro tombe, ecco questo resta in sospeso nella lista dei buoni propositi per la prossima volta; l’unico sfizio di questa è stata una passeggiata veloce agli Champs-Elysées.

Ma torniamo alla mostra. Il Musée d’Orsay, sarebbe meglio dire un suo accenno, in gita a Roma e per la precisione al Vittoriano… state tranquilli è appena iniziata, avete tempo fino al 8 Giugno 2014. Ma io, era evidente, non potevo attendere troppo, anche perché, sia detto fra noi, io il d’Orsay l’ho sempre preferito di gran lunga al Louvre, tanto per restare allineata ai miei gusti di minoranza. E ve lo dico anche subito: non troverete nulla di quel che c’è di più distintivo del d’Orsay; non troverete, per dire, Olympia, che se non siete completamente sciocchi come la sottoscritta, dovreste aver visto qualche mese fa a Venezia, che bisogna essere proprio degli incoscienti per aver mancato di vederla appesa accanto alla Venere di Urbino (Tiziano), che chissà se questa occasione capiterà ancora… non vedrete neanche Le balcon o Le déjeuner sur l’herbe (entrambi di Manet), dimenticatevi tutti i più famosi Monet, Renoir, Degas, Gauguin, Seurat… sì, ci sono le Jeun filles au piano (Renoir), ma insomma non è certo come vedere il Bal du moulin de la Galette (sempre Renoir), almeno per me.

Eppure, eppure, c’è qualcosa che ti lascia questa mostra… sarà la prima parte che racconta com’è nato il museo, sarà l’affascinante storia di come quella stazione d’Orsay è stata salvata dalla distruzione (volevano costruirci un hotel, un po’ come succede da noi, con la differenza che da noi poi lo costruiscono sul serio). Sarà che il vero volto del d’Orsay viene alla luce nel 1986, anno in cui è nata la sottoscritta. Sarà l’orgoglio che un’architetta italiana, Gae Aulenti, abbia contribuito a questa meraviglia, sarà a lei che dobbiamo questa architettura sobria e nascosta, come lei stessa la definisce, un’architettura che desse assoluta priorità alle opere e che non distraesse il visitatore da queste.

Sarà che dopo tutto questo parlare di fredde e crude strutture, di foto in bianco e nero, arrivi nella prima sala dalle pareti rosse e ti trovi di fronte La Jeunesse et l’Amour  (William Bouguereau, 1877, olio su tela, lascito di Laure Euphrasie Acloque, 1892) , che tu non sei per niente preparato, ed è una cosa da infarto. Stunning, direbbero gli americani. Allora ti blocchi all’ingresso, per una sorta di pudore, e guardi la tela da lontano. Se sei fortunato e vai il tardo pomeriggio, magari non c’è nessuno. Nessuno a parte te e lei. Allora tu sei lì bloccato e bisogna che avanzi. Fai timidamente qualche passo e non puoi toglierle gli occhi di dosso, non c’è niente da fare. Il suo magnetismo ti impedisce di concertarti sul resto. Su tutto il resto. Che a pensarci con il senno di poi è anche abbastanza ingiusto nei confronti delle sue compagne di stanza (Diana, Elie Delaunay; La Chaste Suzanne, Jean-Jacques Henner; Thamar, Alexandre Cabanel; Femme nue au chien, Gustave Coubert). Una di loro è dipinta da Coubert, quel Coubert di cui Walter Benjamin parla nella sua Lettera da Parigi. Sì, anche Benjamin ha scritto una lettera da Parigi, solo che la sua è leggermente, ma proprio leggermente, più interessante della mia. Scrive Benjamin: “La particolare posizione di Coubert consiste nel fatto che egli è stato l’ultimo in grado di cercare di superare la fotografia. Dopo di lui si è cercato di sfuggirle. (…)” Scusate se è poco! (Sotto Femme nue au chien, 1861/1862)

 

courbet_femme nue au chien

 
 

William Bouguereau. La Jeunesse et l'Amour

 

Ma torniamo a La Jeunesse et l’Amour e al come staccarmi da lei. Come si lascia una tela di cui ci siamo innamorati? Come ho lasciato Danae di Tiziano in occasione della mostra alle Scuderie del Quirinale? Come faccio ogni volta ad allontanarmi dal San Giovanni Battista di Caravaggio a Galleria Corsini? E dal suo Narciso di Galleria Barberini? Non si può, non si può, è un dolore.  E io mi prendo il tempo che serve, mi aggiro per guardarla da tutte le angolazioni, e alla fine faccio così: scelgo un particolare e mi concentro su quello: rivolgo a lui tutta la mia attenzione fin quando non lascio la sala, cerco di tenerlo con me ancora un po’. Per questa tela è stato il caso degli sguardi; mi sono fissata sugli occhi di Gioventù e su quelli di Amore che si cercano gli uni con gli altri e poi, lentamente, ho passato la porta. E i miei occhi dai loro occhi, con una forza magnetica uguale e contraria, si sono posati su la Bergère avec son troupeau (Jean-Fraçois Millet, 1863 c.a., olio su tela) . Dalla sala rossa del trionfo dei nudi, a quella verde muschio dedicata al mondo rurale. Ma quel passaggio dallo sguardo di Giovinezza e Amore alla pastorella in disparte dal gregge mentre fila la lana, è irraccontabile. Si potrebbe raccontare solo con una carrellata al cinema. O con una camminata se fate quello che ho fatto io. E mi sembra il caso che lo facciate. Dal rosso della prima sala, dai corpi nudi, alla campagna dove una pastorella assorta con la berretta rossa fila la lana. Questo mi basta per decretare l’indiscussa genialità di chi ha disposto le tele e ancora mi basta per sapere quanto di questo semplice passaggio resterà in me e per me. Tutta la mia ammirazione a Guy Cogeval, curatore della mostra.

 

Jean-François Millet. Bergère avec son troupeau. Pastorella con il suo gregge

 

Una mostra a cui è doveroso andare. Magari prima (ri)leggendo la Lettera da Parigi di Benjamin. La trovate nella raccolta ‘Aura e choc’. Inizia così:

“Se, di domenica e nei giorni di festa, quando il tempo è passabile, si va a passeggiare nei quartieri parigini di Montparnesse o di Montmartre, nelle strade spaziose si incontrano qua e là paraventi disposti in fila o combinati in modo da creare piccoli labirinti, dove sono appesi quadri offerti in vendita. Vi si ritrovano gli argomenti del salotto buono: nature morte e marine, nudi, quadri di genere e interni. Il pittore, che non di rado ha un equipaggiamento romantico, con cappello floscio e giubba di velluto, si è sistemato vicino ai suoi quadri, su una seggiola pieghevole. La sua arte si rivolge alla famiglia borghese in passeggiata. Quest’ultima è forse attratta dalla sua presenza o dal suo costume imponente più che dai dipinti esposti. Però si sopravvaluterebbe, probabilmente, il senso degli affari di questi pittori, se si credesse che essi si servano della propria persona per attirare i clienti. (…)”

Buona mostra a tutti!

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