Alabama Monroe: pronti con i Kleenex?

Testo di: Lucia Senesi

I need a Kleenex, dice senza riuscire a smettere di piangere Meg Ryan in When Harry met Sally; ha appena scoperto che il suo ex fidanzato è vicino al matrimonio e, con una lucida analisi, realizza che la verità non è che il suo ex non voleva sposarsi (si erano lasciati per questo motivo), la verità è che lui non voleva sposare lei. Comunque.

Se siete fatti come me e le storie d’amore le sopportate poco, che in tutta la storia del cinema ve ne saranno piaciute quattro o cinque, questo è il film che fa per voi. A patto che vi portiate i Kleenex al cinema, questo è certo.

 

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The Broken Circle Breakdown – Alabama Monroe è una semplice storia d’amore, ambientata ai nostri giorni a Gent, un’ordinaria cittadina belga. Elise è una tatuatrice, nel suo corpo sono incisi e cancellati tutti i nomi degli uomini che ha amato; Didier è un cantante di musica bluegrass, vive in campagna in una roulotte che si trova nel giardino della sua casa in attesa di essere ristrutturata, attesa che viene sistematicamente prolungata. Elise e Didier sono moderni e anticonformisti, vivono alla giornata. Semplicemente si guardano e si innamorano. Ricordate le parole di Victor Hugo? E da quello sguardo si ritrovano direttamente a fare l’amore, in macchina, in giardino, in roulotte. Didier presenta Elise agli amici con cui suona e così iniziano a cantare insieme. Sono giovani, sono felici. La loro vita è scandita soltanto dal ritmo del bluegrass e dall’amore. Semplicemente. Nabokov (in Lolita) a questo proposito scriverebbe: “In noi lo spirito e la carne si erano fusi con una perfezione che deve risultare incomprensibile ai rozzi, prosaici giovanotti di oggi, coi loro cervelli fatti in serie.” Fortunatamente, però, il regista Felix Van Groeningen è un esserino un po’ più gentile e questa fusione fra spirito e carne la mostra fino in fondo, fin che i nostri occhi, le nostre orecchie, tutti i nostri sensi sono talmente coinvolti nella vicenda, che se arrivasse qualcuno a spiegarci che in realtà no, noi siamo fuori, allora gli rideremmo in faccia.

 

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Potentissime le immagini, anche grazie all’utilizzo del montaggio alternato; si passa dal corpo di Elise che prova piacere mentre fa l’amore in macchina, al suo volto coperto di lacrime che grida e sbatte contro il clacson. Van Groeningen si diverte ad andare avanti e indietro nella narrazione, ed ha ragione lui. Deve farci capire cosa fa la vita con noi e non esiste nulla di meglio, per evidenziarlo, del confronto fra il prima e il dopo. Fra il prima e il dopo di cosa? Ma dell’abbattersi della tragedia, naturalmente. Perché è così che fa la vita: ti getta dritto dritto fra le braccia dell’abisso e poi pretende di vederti andare avanti.

Un giorno Elise torna a casa, Didier la aspetta in mutande e stivali da cowboy, ma lei ha una strana faccia. Sono incinta, dice. Didier non la prende bene, quel bambino non è cercato e lui in qualche modo si sente tradito e se ne va. Poco dopo torna insieme agli amici, ha portato l’attrezzatura per ristrutturare la casa, non farà certo vivere un bambino dentro a una roulotte. Tutto procede nel verso giusto, sembrano ancora felici. Eppure, eppure.

Nasce il bambino, che in realtà è una bambina, è bellissima e tutti e tre adesso sono una famiglia, di quelle vere. I giovani anticonformisti sono cresciuti, sono genitori e ne sentono tutto il peso. Basta alcol, basta fumo. Pensieri ragionevoli. Ma Didier non prenderà in giro sua figlia con la religione e tutte quelle cose a cui lui non crede, a differenza di Elise. Lui crede alla scienza e al dimostrabile ed è così che avrà intenzione di crescere la figlia, senza invenzioni e senza bugie. Scienza e verità.

 

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La scienza ha promesso la felicità? Non credo. Ha promesso la verità, e la questione è sapere se con la verità si farà mai la felicità.” Così Émile Zola (Discours à l’Assemblée générale des étudiants de Paris, 18 maggio 1893).

E succede quel che abbiamo già detto una prima e una seconda volta a proposito dell’amore. Lo so, mi ripeto, ma il mondo cari miei, è fatto per lo più di ripetizione e di schemi che ritornano. A un certo punto, per volere di nessuno ma soltanto della vita, un equilibrio si rompe. E contro questa cosa non c’è più niente da fare.

La bambina è malata, ha un tumore e deve curarsi. Elise e Didier si fanno forza, i medici dicono che ha ottime possibilità. Solo che i medici dicono tante cose che poi non succedono. E infatti. La bambina non ce la fa. Elise e Didier iniziano ad accusarsi a vicenda per le cose più banali. Tu non l’hai mai voluta, tu bevevi e fumavi durante i primi tre mesi di gravidanza. Perché in amore si può essere in due, ma nel dolore si è sempre soli. E sempre tremendamente egoisti.

Così diventa puro egoismo il rinchiudersi di Elise nel culto cristiano della figlia scomparsa, fatto di altari, croci e candale. E doppiamente egoista l’irriverente e arrogante laicismo di Didier che rifiuta l’idea di un’altra vita e gridando sbandiera in faccia alla moglie il fatto che la figlia è morta e non tornerà. Ed ecco che la coppia è sparita, e quel che ne resta sono due singole creature distrutte, che provano a sopravvivere. Ma come sopravvivere se ogni tuo pensiero tende irresistibilmente verso la morte? Non servirà a niente inventarsi una nuova vita, non servirà a niente inventarsi un nuovo nome.

Sarebbe sbagliato pensare che questo sia un film sulla malattia della bambina. Questo film è la fenomenologia di un amore, che come tutti gli amori è soggetto alle leggi della vita e del tempo. Dove Blue Valentine testimoniava la fine di una coppia per logoramento, Alabama Monroe ne struttura l’annientamento ad opera del destino, per chi ci crede, o del caso, per tutti gli altri. E in questo senso è apocalittico anche l’ultimo film dei Coen: non esiste niente che ci assicuri che per quanti sforzi facciamo noi riusciremo, ancor più non c’è niente, nessun dolore che ci assicuri di aver toccato il fondo del dolore.

“Giobbe credeva di poter costruire il proprio nido in alto, e che l’integrità del proprio comportamento l’avrebbe protetto contro la sfortuna. I suoi amici pensavano erroneamente che il Signore lo aveva punito soltanto perché in segreto aveva fatto qualcosa di male. E invece no. La sfortuna capita a tutti, anche ai buoni. Non c’è verso di proteggersi da essa. Non possiamo proteggere i nostri figli. Non possiamo dire a noi stessi: anche se io non sono felice, farò in modo che lo siano loro. Abbiamo il vento in poppa e pensiamo che ci sospingerà per sempre, ma non è così. Noi svaniamo come una nuvola, ci appassiamo come l’erba in autunno, e come gli alberi veniamo strappati. C’è qualche inganno nello schema dell’universo? Non c’è niente di immortale? Niente che non muore?

Non possiamo rimanere dove siamo, dobbiamo andare avanti, dobbiamo trovare quel qualcosa di più grande della fortuna o del destino. Non c’è niente che ci dia pace, a parte questo. Il corpo del saggio, o del giusto, è esente dal dolore, dall’inquietudine, dalla deformità che ne può deturpare la bellezza, dalla debolezza che ne può distruggere la salute? Voi avete fiducia in Dio? Anche Giobbe era vicino al Signore. I vostri amici e i vostri figli sono la vostra sicurezza? Non c’è nascondiglio al mondo dove i problemi non possano scovarvi, nessuno sa quando il dolore verrà a visitarlo, non più di quanto lo sapesse Giobbe. Nel momento stesso in cui Giobbe venne privato di tutto, capì che era stato il Signore a portarglielo via. Si allontanò dall’effimera apparenza della vita e ricercò qualcosa di eterno. Vede forse la mano di Dio solo colui che vede che egli dà, o non vede forse la mano di Dio anche colui che vede che egli toglie? O vede Dio solamente colui che vede Dio guardarlo con favore? Non vede forse Dio anche colui che vede Dio voltargli le spalle?”

The Tree of Life, Terrence Malick

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