Ma la verità, caro amico, è noiosa. – Albert Camus, Paolo Sorrentino, Lars Von Trier e la generazione dell’Io-io-io

Testo di: Lucia Senesi

 

“Io, io, io, ecco il ritornello della mia cara vita, riecheggiante in tutto quel che dicevo. Non ho mai potuto parlare altro che vantandomi, soprattutto se lo facevo con quella discrezione fragorosa di cui possedevo il segreto. Vero è che sono sempre vissuto libero e potente. Solo, mi sentivo affrancato da tutti per l’ottima ragione che non riconoscevo nessuno come mio pari. Mi sono sempre considerato più intelligente di tutti, gliel’ho detto, ma anche più sensibile ed accorto, tiratore scelto, guidatore incomparabile, miglior amante. (…)

Vivevo perciò alla giornata, senz’altra continuità che quella dell’io-io-io. Alla giornata le donne, alla giornata virtù o vizio, alla giornata come i cani, ma ogni giorno io, saldo al mio posto. Procedevo così alla superficie della vita, in certo modo nelle parole e mai nella realtà. Tutti quei libri appena letti, gli amici appena amati, le città appena visitate, le donne appena possedute! Compivo dei gesti per noia o per distrazione. Gli esseri venivan dietro, volevano aggrapparsi, ma non c’era niente, ed ecco l’infelicità. Per loro. Perché, quanto a me, dimenticavo. Non mi sono mai ricordato d’altro che di me stesso.”

Ma la verità, caro amico, è noiosa. Sembra una battuta scritta da Paolo Sorrentino, ricordate? dice qualcosa di molto simile Toni Servillo ne Le conseguenze dell’amore, e invece, nel caso specifico, è una frase de La caduta, il geniale libro di Albert Camus dove un avvocato parigino, Clamence, divenuto giudice-penitente e trasferitosi ad Amsterdam, si confessa con i frequentatori di un locale, il Mexico-City, raccontando la sua vita precedente. Cos’è un giudice-penitente? Ma non ve lo dirò mai! Per scoprirlo dovrete leggere il libro.

E Clamence, l’io narrante, fa per tutto il racconto quel che fa Charlotte Gainsbourg, o meglio il suo personaggio Joe, in Nymphomaniac: racconta la brutta persona che è stata e si autodenuncia alla ricerca di empatia con il suo interlocutore, che prontamente arriva, e serve soltanto, una volta di più, ad alimentare il proprio ego, quello di eroi ed eroine che non hanno nessuna intenzione di cambiare. Lo dice Camus che Clamence percorre una carriera di falso profeta che grida nel deserto e rifiuta di uscirne; e lo dice Joe stessa in una scena del film: Io non sono come voi, io sono una ninfomane e adoro me stessa per questo, ma soprattutto adoro la mia fica e la mia lussuria sconcia e oscena. Imperrocché, direbbe il mio amico Schopenhauer (che non ho affatto dimenticato, vedrete), uomini e donne sono uno pari e le femministe almeno per un po’, ahimè sempre troppo poco, ci fanno la grazia del loro silenzio.

Ma torniamo alle affinità poetiche fra il nostro cineasta Premio Oscar e lo scrittore Premio Nobel; per esempio pensando a quanto Clamence c’è in Jep Gambardella:

 

“E’ vero che mi trovavo a mio agio in tutto, ma nello stesso tempo non ero soddisfatto di niente. Ogni gioia mi spingeva a desiderarne un’altra. Passavo da una festa all’altra. Mi capitava di ballare per notti intere, sempre più attratto dalle creature e dalla vita. Talvolta, a tarda notte, quando il ballo, i liquori, la mia frenesia, il violento abbandono di ognuno mi gettavano in un rapimento stanco ed appagato insieme, mi sembrava, allo stremo della stanchezza, e per lo spazio di un secondo, di capire finalmente il segreto degli esseri e del mondo. Ma la stanchezza spariva il giorno dopo, e con essa il segreto; mi lanciavo di nuovo. Correvo così, sempre appagato e mai sazio, senza sapere dove fermarmi, fino al giorno, o meglio la sera, in cui la musica cessò, e le luci si spensero.”

E ancora: “(…)giacché la caduta avviene all’alba, io esco, e me ne vado con passo impetuoso lungo i canali”. Capito? L’alba e le passeggiate lungo i canali. Il ritratto che mostro ai miei contemporanei diventa uno specchio, scrive. E non è forse uno specchio quello in copertina di Tony Pagoda e i suoi amici? E non è forse uno specchio, tutto, La Grande Bellezza?

lagrandebellezza

 

Andrea: “Se non prendo sul serio Proust chi devo prendere sul serio?”

Jep Gambardella: “Ma niente devi prendere sul serio, niente. Eccetto il menù.”

 

Clamence: “Il motivo di tutto questo, mi dica lei? Nessuno, tranne l’aperitivo.”

 

E così l’amore smodato di Jep e di Clamence per se stesso trova un perfetto collocamento nell’amore smodato verso tante donne.

“Così mi accesi di falsa passione per una deliziosa stupidella, consumatrice così assidua di letteratura sentimentale che parlava d’amore con la sicurezza e la convinzione con le quali un intellettuale preconizza la società senza classi. Una tal convinzione, come lei sa, è contagiosa. Anch’io mi provai a parlare d’amore e finii col persuadermi. Finché non diventò la mia amante ed io capii che le letture sentimentali insegnano a parlar d’amore, ma non a farlo. Dopo aver amato un pappagallo, mi trovai ad andare a letto con un serpente. Perciò cercai altrove l’amore promesso dai libri, quello che non avevo mai trovato nella vita. Però mi mancava l’allenamento. Erano più di vent’anni che amavo esclusivamente me stesso. Come sperare di perdere una tale abitudine?”

Che si potrebbe anche tradurre con: come sperare di poter finalmente uscire da noi stessi? Ma a questa domanda ha già risposto Proust, e in una maniera poco rassicurante. Jep e Clamence sono soli e, in quanto outsiders, esposti al giudizio della buona borghesia conformista, che tutto fa meno che guardare verso se stessa e verso le proprie ipocrisie. Così Jep zittisce Stefania che si vanta della propria vocazione civile, attento però, a mettersi per primo dalla parte del torto. Perché è così che funziona questo che è un vero e proprio metodo, lo spiega Camus:

“La mia idea è semplice e feconda. Come compromettere tutti e starmene libero e leggero? Salire in cattedra, come molti miei contemporanei, e maledire l’umanità? Pericolosissimo. La sentenza che uno pronunzia sugli altri, finisce col rimbalzargli diritto in faccia, non senza danno. E Allora? dice lei… Ebbene, ecco l’alzata d’ingegno. Visto che non si potevano condannare gli altri senza giudicare immediatamente se stessi, bisognava incolpare se stessi per aver diritto di giudicare gli altri. (…)

Cosparso di cenere, strappandomi lentamente i capelli, col viso lacerato dalle unghie, ma con lo sguardo penetrante, io sto dinanzi all’umanità intera e ricapitolo le mie vergogne, senza perder d’occhio l’effetto che producono, e dico: ‘Ero il più abietto di tutti’. Poi, insensibilmente, passo, nel discorso, dall’io al noi. Quando arrivo all’’ecco che cosa siamo’, il gioco è fatto, posso dire a ciascuno la sua verità. Io sono come loro, certo, siamo nella stessa broda. Io però ho una superiorità, quella di sapere, il che mi dà diritto di parlare. Il vantaggio è chiaro, lei lo vede. Più mi accuso e più ho diritto a giudicare. Non solo, ma io la provoco a giudicare se stesso, il che è di altrettanto sollievo. Ah! caro mio, siamo strane, miserabili creature e per poco che rivanghiamo le nostre vite, non mancano occasioni di stupirci e di scandalizzarci.”

Ecco dunque cosa interessa a questo tipo di essere umano: il potere. Io non volevo solo partecipare alle feste, io volevo avere il potere di farle fallire. Io-io-io. Non importa quanta infelicità per sé o per gli altri, purché sempre io. E voilà!

 

“Il grande ostacolo, per sfuggire al giudizio, non consiste forse nel fatto che siamo noi i primi a condannarci? Bisogna dunque cominciare coll’estendere la condanna a tutti, senza discriminazioni, al fine di stemperarla. Niente scuse, mai, per nessuno, questo è il principio da cui parto. Nego le buone intenzioni, l’errore degno di considerazione, i passi falsi, la circostanza attenuante. (…) In filosofia come in politica, io sono per ogni teoria che rifiuti l’innocenza all’uomo e per ogni prassi che lo tratti da colpevole.

Quando tutti saremo colpevoli, ci sarà la democrazia.”

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