A proposito di Anna Politkovskaja – Emmanuel Carrère

Testo di: Lucia Senesi

Martedì 20 maggio, dopo otto anni e tre processi, sono stati condannati cinque uomini per l’omicidio della giornalista russa Anna Politkovskaja; ancora sconosciuti (guarda un po’!) i mandanti.

 

anna_politkovskaya

 

Se siete miei amici avrete sicuramente ascoltato sino allo sfinimento le mie cantilene sull’evidente necessità di leggere Limonov, di Emmanuel Carrère, una delle menti più interessanti e delle penne più raffinate che circolano in Europa in questo momento. Ogni tanto, anche se poi risulto noiosa, vedete che è per buoni fini. Ecco cosa ha scritto su questo tema Carrère, proprio nell’incipit, peraltro.

“Prima che Anna Politkovskaja venisse ammazzata sulle scale del palazzo in cui abitava, il 7 ottobre 2006, soltanto chi si interessava da vicino alle guerre cecene conosceva il nome di questa giornalista coraggiosa, dichiarata avversaria della politica di Vladimir Putin. Da un giorno all’altro, il suo volto dall’aria triste e decisa è diventato in Occidente un’icona della libertà d’espressione. A quel tempo io avevo da poco finito di girare un documentario in una cittadina russa – andavo spesso in Russia – sicché, appena si è diffusa la notizia, una rivista mi ha proposto di prendere il primo volo per Mosca. Il compito che mi era stato affidato non era di svolgere un’inchiesta sull’assassinio della Politkovskaja, ma di far parlare le persone che l’avevano conosciuta e amata. Ho trascorso così una settimana negli uffici della «Novaja Gazeta», il giornale di cui lei era l’inviata di punta, ma anche nelle sedi di associazioni per la difesa dei diritti umani e di comitati di madri dei soldati uccisi o mutilati in Cecenia. Erano uffici minuscoli, male illuminati, forniti di computer antidiluviani. Non meno in là con gli anni, e pateticamente poco numerosi, erano spesso anche gli attivisti che trovavo ad accogliermi. Si tratta di una cerchia ristrettissima di persone, dove tutti si conoscono, e dove in poco tempo ho conosciuto tutti, una ristrettissima cerchia che rappresenta di fatto l’unica opposizione democratica in Russia.

Oltre ad alcuni amici russi, a Mosca frequentavo, e tuttora frequento, un’altra cerchia ristretta, formata da espatriati francesi, giornalisti o uomini d’affari, che sorridevano con un po’ di commiserazione quando, alla sera, raccontavo loro i miei incontri della giornata: i virtuosi democratici di cui parlavo, i militanti per la difesa dei diritti umani erano naturalmente persone perbene, ma la verità è che tutti se ne infischiavano. In un paese in cui nessuno bada granché alle libertà formali, purché gli sia garantito il diritto di arricchirsi, la loro era una battaglia persa in partenza. D’altro canto, nulla divertiva di più i miei amici espatriati – o, a seconda del carattere, niente li irritava di più – della tesi diffusa presso l’opinione pubblica francese secondo cui i mandanti dell’assassinio della Politkovskaja sarebbero stati l’FSB – la polizia politica che ai tempi dell’Unione Sovietica si chiamava KGB – e più o meno lo stesso Putin.

«Senti,» mi disse Pavel, un professore universitario franco-russo che si era dato agli affari «bisogna piantarla di parlare a vanvera. Sai che cosa ho letto – credo sul “Nouvel Observateur”? Che è davvero una strana coincidenza che abbiano fatto fuori la Politkovskaja proprio il giorno del compleanno di Putin. Una strana coincidenza! Ma ti rendi conto di quanto bisogna essere idioti per scrivere, nero su bianco, una strana coincidenza? Ti immagini la scena? Riunione di crisi all’FSB. Il capo fa: “Ragazzi, dobbiamo spremerci le meningi. Fra poco è il compleanno di Vladimir Vladimirovic. Bisogna assolutamente trovare un regalo di suo gradimento. Qualche idea?”. Tutti ci rimuginano su, poi si alza una voce: “E se gli portassimo la testa di Anna Politkovskaja, quella rompiballe che non fa altro che criticarlo?”. Mormorii di approvazione. “Ottima idea! Al lavoro ragazzi, avete carta bianca”. Scusa eh,» ha continuato Pavel «ma una scena del genere non me la bevo. Al limite, in un remake russo di In famiglia si spara, ma non nella realtà. E sai un’altra cosa? La realtà è quella che ha detto Putin scandalizzando tanto le anime belle occidentali: l’assassinio di Anna Politkovskaja e il baccano che ne è seguito danneggiano il Cremlino molto più degli articoli che scriveva lei quand’era viva, in quel suo giornale che non leggeva nessuno».

Ascoltavo Pavel e i suoi amici, in quei begli appartamenti del centro di Mosca che la gente come loro affitta a peso d’oro, mentre difendevano il potere sostenendo che, in primo luogo, le cose potrebbero andare mille volte peggio, e, in secondo luogo, che i russi sono contenti così – e allora in nome di che cosa fargli la lezione? Ma ascoltavo anche donne tristi e sciupate che passavano la giornata a raccontarmi storie di rapimenti compiuti nel cuore della notte da automobili senza targa, di militari torturati non dal nemico ma dai loro stessi superiori, e soprattutto di giustizia negata. Era questo l’argomento che ricorreva incessantemente. Che la polizia o l’esercito siano corrotti rientra nell’ordine delle cose. Che la vita umana valga poco rientra nella tradizione russa. Ma l’arroganza e la brutalità dei rappresentanti del potere di fronte a semplici cittadini che si azzardavano a chiedere spiegazioni, e la certezza che avevano di restare impuniti: ecco quello che non potevano sopportare le madri dei soldati, né le madri dei bambini massacrati nella scuola di Beslan, nel Caucaso, né i familiari delle vittime del teatro della Dubrovka.”

Emmanuel Carrère, Limonov

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