Oriana, la donna del NO che per amore diventa Sancho Panza – Un uomo

Testo di: Lucia Senesi

 

“La solita fiaba dell’eroe che si batte da solo, preso a calci, vilipeso, incompreso. La solita storia dell’uomo che rifiuta di piegarsi alle chiese, alle paure, alle mode, agli schemi ideologici, ai principi assoluti da qualsiasi parte essi vengano, di qualsiasi colore si vestano, e predica la libertà. La solita tragedia dell’individuo che non si adegua, che non si rassegna, che pensa con la propria testa, e per questo muore ucciso da tutti.”

 

A me leggere Oriana Fallaci fa lo stesso effetto che leggere Pasolini: mi rimette aria nei polmoni, mi purifica e, in qualche modo che non riesco bene a spiegare, mi ricongiunge con l’umanità. Oriana, Pier Paolo, e poi Alekos, il protagonista di questo libro: menti troppo vaste, troppo libere per poter essere apprezzate dal popolo. Loro, senza scheda, senza chiesa, senza patria. Quelli che non hanno nessuno dietro: nessun apparato, nessun partito, nessuna corporazione pronta a difenderli. Quelli che non si nascondono dietro nulla, neanche dietro alle ideologie perché ciò che hanno a cuore è perseguire la libertà, che è un dovere, prima che un diritto è un dovere. Quelli che dicono al gregge di smetterla di essere sempre “gregge, gregge, gregge!”, di provare ad elaborare un pensiero proprio; quelli che si applaudono sempre dei luoghi comuni: bisogna ragionare, non applaudire o disapprovare. (P.P.P.)

 

“Gli indipendenti, concludesti, che stanno fuori dei cortei non per menefreghismo o qualunquismo ma per protesta, rifiuto d’aggregarsi al fiume di lana. I ribelli, ti convincesti, che alla liturgia delle cerimonie commemorative si oppongono non per aridità o indifferenza ma perché cercano qualcos’altro, qualcosa. Chissà che cosa ma qualcosa. Forse sé stessi, la loro individualità calpestata, la loro unicità offesa dalle masse, dal concetto di uomo-massa.”

 

Naturale che attirino su di loro lo sguardo irato di tutti gli altri; creano un precedente scomodo, li conducono dritti dritti a quello che Mo Yan chiama il vortice del confronto, li fanno sentire in difetto perché la libertà è scomoda, e costa fatica, e dolore, e molta solitudine, e per dirla come Camus, uno degli autori più letti da Oriana e Alekos, libertà non è una ricompensa, né una decorazione che si festeggi con lo spumante; e neppure un regalo, una scatola di leccornie. Oh! no, anzi è un lavoro ingrato, una corsa di resistenza molto solitaria, molto estenuante. Niente spumante, niente amici che levano il bicchiere guardandoti amorevolmente. Mentre la chiacchiera è comoda, fare i comunisti nei salotti è comodo, emettere giudizi di valore su tutto e tutti perché tanto si è convinti di essere nati dalla parte dei buoni e dei giusti è comodissimo. Come tutti gli esseri senz’anima, non potete sopportare chi ne ha troppa. La gente sana detesta i malati. Chi è felice non può vedere chi soffre. Troppa anima! Che seccatura, no? Allora si preferisce chiamarla malattia: e tutti sono in regola, contenti. (Albert Camus, Caligola)

 

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Sorrentino, in Hanno tutti ragione, ha scritto: “La stanchezza è la migliore amica della libertà. Solo stanco di tutto puoi finalmente dire: no non vengo. Non partecipo. No, no e ancora no. La libertà è dire sempre no.” E Oriana era così, era la donna del no, quella forte, quella che diceva tutto il contrario di tutto quel che ti aspettavi. Quella che rifiutava i conformismi e anche gli anticonformismi, che sono soltanto conformismi al rovescio conditi con un po’ d’ipocrisia. Quella che incitava i grandi nomi del cinema, innamorati di questo romanzo, a scriverne una sceneggiatura, e poi diceva sempre no, come racconta Domenico Procacci. No, no e ancora no. Naturale, anche questo. Eppure questa donna forte come una montagna, che nessuno ha visto piangere mai, neanche alla morte del suo grande amore, strisciandomi addosso bavate di curiosità, la gente diceva: “Non piange”!, come se da questo si determinasse il dolore di una persona, ebbene anche lei diventò Sancho Panza.

 

“Noi greci siamo ossessionati dalla tragedia. Poiché la inventammo, la vediamo ovunque.”

“Ma di quale tragedia parla?!”

“V’è solo un tipo di tragedia e si basa su tre elementi che non cambiano mai: l’amore, il dolore, la morte.”

Innanzitutto Platone. Parte sempre tutto da Platone. Qualche mese fa mi sono scambiate delle e-mail con la mia professoressa di filosofia del liceo, che aveva letto alcune cose scritte da me. Ebbene mi diceva che ero andata avanti, ma sempre con attenzione e in un colloquio continuo con le mie risonanze platoniche. Che lì per lì non avevo capito molto bene, ero anche un po’ scettica, ma non riuscivo a non pensarci. Ed effettivamente ho realizzato che ha ragione lei. Perché Platone se ti prende, è uno di quegli autori che inevitabilmente forma tutto quello che verrà dopo, e non solo limitatamente ai gusti letterari, devo dire. A lui devo, nel bene e nel male, il mio grande amore per la tragedia, per esempio, e quello per Benjamin, di cui praticamente conosco a memoria Il dramma barocco tedesco. E a lui devo, anche questo nel bene e nel male, l’amore per Dostoevskij, e Camus, e Sartre. Tutti scrittori che partono da quella riflessione lì, sulla massa che non sarà mai filosofa, che vuole essere serva perché la servitù è comoda, sulla democrazia che alla fine, bene che vada, è il governo dei meno peggio, non certo dei migliori. Ah, vi segnalo che se siete fra quelli che danno della fascista alla Fallaci per aver detto che la democrazia è il governo dei meno peggio, fareste bene a riprendere in mano La Repubblica di Platone; per non rischiare di far la stessa figuraccia di certe signorine che si sono permesse di fare dello spirito con la saccenza di chi la guerra l’ha vista al cinematografo, per usare le molto indicate parole di Oriana.

 

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E lo dico perché questi autori: Platone, Dostoevskij, Camus, Sartre, compaiono più volte nel romanzo e in modo determinante. Scriveva Proust, un altro figlio di Platone, che ci sono persone che nella vita rincorrono i soldi, la fama, il potere. E poi invece ci sono persone che rincorrono fantasmi. Alexandros, detto Alekos, Panagulis era uno di loro.

Alekos Panagulis fu un rivoluzionario, intellettuale, poeta, attivista e solo infine, e con una posizione indipendente, politico greco. Quando lui e Oriana si conobbero, aveva già vissuto anni e anni di prigionia, in celle sempre più restrittive, e subito interrogatori, pestaggi, torture e abusi sessuali che la Fallaci racconta con la precisioni di chi li ha vissuti sulla sua pelle; per forza, oramai lei era lui e lui era lei, una cosa sola insomma. Ed è un libro crudo e spietato, ma allo stesso tempo capace di tenerezza infinita; ed è un libro che suscita pianti violenti e altrettante incontrollabili risa; ed è una storia d’amore, di dolore, di morte: una tragedia insomma.

Alekos e Oriana si incontrano per un’intervista, non si erano mai visti prima, eppure si riconoscono. Invece ti riconobbi immediatamente perché immediatamente le nostre pupille si incontrarono scoccando. E ancora: mi afferrasti le mani, le stringesti forte bucandomi gli occhi con gli occhi. “Sei qui, ci siamo trovati.”

Il che equivale a dire che si sono amati perché si sono guardati. Ancora una volta la ragione è di Hugo, non c’è niente da fare. E ora un annuncio che sconvolgerà tutti noi nati nel boom della società dell’immagine: lui era bruttino. E nonostante questo lei s’innamorò di lui. Sono choc, eh! Sapere che è possibile innamorarsi anche dei brutti… Eh lo so, lo so… vi lascio qualche secondo per riprendervi.

 

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“(…) non era il tuo corpo che cercavo bensì la tua anima, i tuoi pensieri, i tuoi sentimenti, i tuoi sogni, le tue poesie. E forse è vero che quasi mai un amore ha per oggetto un corpo, spesso si sceglie o si accetta una persona per la malia inesplicabile con la quale essa ci investe, o per ciò che essa rappresenta ai nostri occhi, alle nostre convinzioni, alla nostra morale.

(…) l’incontro di due solitudini è anche l’incontro di due immaginazioni e la nostra fantasia sapeva riempire ogni silenzio, ogni vuoto.”

 

La felicità dura una settimana, scrive la Fallaci. Poi inizia la vita reale, quella dove amarsi non sempre è abbastanza. Perché ognuno porta con sé il proprio bagaglio di umanità e a volte quel bagaglio è troppo ingombrante, troppo doloroso per essere scansato. Allora succede che giorno dopo giorno tu sei costretto ad affrontarlo, e la sofferenza che ne deriva investe te e tutti quelli che ti stanno intorno, che non possono vivere bene con te, ma ormai neanche più senza di te. E così la sofferenza raddoppia, ma è troppo tardi per farci qualcosa. E succede che ti maledici per non aver ascoltato i tuoi presentimenti, per aver alzato gli occhi, per aver smesso di evitare quello sguardo con la viltà di una lumaca.

 

“E poi c’erano le agonie, le servitù che mi avresti inflitto riducendomi a un Sancho Panza col suo asinello, rubandomi alla mia identità, alla mia vita. Guai ad accettare il tuo amore ed amarti: lo seppi con certezza, in un lampo.”

Sapete, no, come fa Don Chisciotte con Sancho Panza? Continua a dire che i mulini a vento non sono mulini a vento ma terribili guerrieri, che una catinella di rame non è una catinella di rame bensì l’elmo di Mambrino. E Sancho Panza un po’ prova a farlo ragionare, ma poi finisce che si lascia guidare dalle chimere di Don Chisciotte, l’eroe che non si cura d’esser solo, anzi fiero d’esser solo. E fa sorridere vedere la Fallaci tanto moderata come non te l’aspetti, lei!, la donna guerriera. Perché è come succede da bambini, vogliamo tutti scherzare e fare confusione, ma poi quando avvertiamo che qualcuno passa il segno ci mettiamo a ragionare e diventiamo responsabili per lui. Questa osservazione sui bambini non è mia, è del mio amico Damiano, ma la trovo azzeccatissima.

Comunque noi parliamo bene. Noi non abbiamo mai incontrato qualcuno che ci aspetta con un fascio di rose pur non avendoci mai visto, qualcuno che possiede tutti i libri che abbiamo scritto tradotti nella sua lingua (vi ricordo che era greco, Alekos), e ci spiega che per ottenerli quando era in prigione ha fatto lo sciopero della fame, che nella solitudine della sua cella gli avevano fatto spesso compagnia e che le rose significavano questo. Non mi pare che ci sia molto da dire, se non che tutti saremmo diventati, molto volentieri anche, il suo Sancho Panza.

 

“La fiaba dell’eroe non si esaurisce col gran gesto che lo rivela al mondo. Sia nelle leggende che nella vita, il gran gesto non costituisce che l’inizio dell’avventura, l’avvio della missione. Ad esso segue il periodo delle grandi prove, poi il ritorno al villaggio o alla normalità, poi la sfida dietro cui si nasconde l’insidia della morte sempre evitata. Il periodo delle grandi prove è il più lungo, forse il più difficile. E lo è perché, durante quello, l’eroe si trova completamente abbandonato a sé stesso, irresistibilmente esposto alla tentazione di arrendersi, e tutto congiura contro di lui: l’oblio degli altri, la solitudine esasperata, il rinnovarsi monotono delle sofferenze. Ma guai se egli non supera quel secondo esame, guai se non resiste, se cede: il gran gesto che lo rivelò al mondo diventa inutile e la missione fallisce.

(…) il vero eroe non si arrende mai, a distinguerlo dagli altri non è il gran gesto iniziale o la fierezza con cui affronta le torture e la morte ma la costanza con cui si ripete, la pazienza con cui subisce e reagisce, l’orgoglio con cui nasconde le sue sofferenze e le ributta in faccia a chi gliele impone. Non rassegnarsi è il suo segreto, non considerarsi vittima, non mostrare agli altri tristezza o disperazione.”

Ma come si vive accanto agli eroi senza essere risucchiati dal loro oblio? Non si può, non si può. Allora si prova a scappare, a Parigi, a New York, alle conferenze, in mezzo alle rivolte. Il guaio però è che alla fine ti arriva sempre una telefonata “Pronto sono io, sono me.” E tutti i tuoi buoni propositi cadono e ti ritrovi punto e a capo.

 

“Il poeta ribelle, l’eroe solitario, è un individuo senza seguaci: non trascina le masse in piazza, non provoca le rivoluzioni. Però le prepara. Anche se non combina nulla di immediato e di pratico, anche se si esprime attraverso bravate o follie, anche se viene respinto e offeso, egli muove le acque dello stagno che tace, incrina le dighe del conformismo che frena, disturba il potere che opprime. Infatti qualsiasi cosa egli dica o intraprenda, perfino una frase interrotta, un’impresa fallita, diventa un seme destinato a fiorire, un profumo che resta nell’aria, un esempio per le altre piante del bosco, per noi che non abbiamo il suo coraggio e la sua veggenza e il suo genio. E lo stagno lo sa, il potere lo sa che il vero nemico è lui, il vero pericolo da liquidare. Sa addirittura che egli non può essere rimpiazzato o copiato: la storia del mondo ci ha ben fornito la prova che morto un leader se ne inventa un altro, morto un uomo d’azione se ne trova un altro. Morto un poeta, invece, eliminato un eroe, si forma un vuoto incolmabile e bisogna attendere che gli dèi lo facciano resuscitare. Chissà dove, chissà quando.”

 

E la litania ricomincia. Bisogna scappare, tagliare i cordoni di un amore malato, un amore da combattere come si combatte un cancro. Via ancora, a Parigi, a New York, a Roma, ovunque pur di stargli lontano, di non pensarci, di farsi distrarre dal lavoro; via dall’altra parte dell’oceano, lontano dalla Grecia dove non si vuol più mettere piede, mai più, che si vuol dimenticare persino che forma abbia. Poi di nuovo quella telefonata. “Pronto sono io, sono me.” E richieste di aiuto annesse. Come si fa a dire di no ad un uomo che non ha nessuno, a cui tutti rispondono non posso sai, tengo-famiglia-tengo-casa? Come si fa, inoltre, a dire di no a quest’uomo che si ama? Quest’uomo che non ha neanche intenzione di infierire sui suoi carnefici perché Non si offende un uomo in catene. Mai. Neanche se prima era un tiranno.? Quest’uomo che mi sarebbe piaciuto fare la politica per i bambini e per i vecchi perché per loro non la fa mai nessuno?

 

“La solita storia del Potere, l’eterno potere che non muore mai, e anche quando pare che cada non cade, anche quando pare che cambi non cambia: non cadono che i suoi rappresentanti, non cambiano che i suoi interpreti, e la quantità o qualità dell’oppressione. È sempre stato così, sarà sempre così, la storia dell’umanità è una interminabile beffa sui regimi che vengono travolti e restano come prima: in ogni epoca e in ogni paese i fogli per dimostrarlo sarebbero stati o saranno press’a poco come questi, diverse solo le date i nomi e la lingua. Sì, anche nelle democrazie sane e forti, ammesso che esista una democrazia sana e forte: tutte le democrazie sono deboli e malate in quanto democrazie cioè sistemi che si basano sul meno peggio.

Perché soffrire, allora, perché lottare, perché rischiare d’essere investiti dalla raffica che parte dalla montagna e ti butta laggiù in fondo al pozzo tra i pesci? Ma perché è l’unico modo di esistere quando sei un uomo, una donna, una persona non una pecora del gregge, perdio! Se un uomo è un uomo, non una pecora del gregge, v’è in lui un istinto di sopravvivenza che lo induce a battersi anche se capisce di battersi a vuoto, anche se sa di perdere. E non ha importanza che egli agisca per sé stesso o per l’umanità, credendo al popolo o non credendoci, non ha importanza che il suo sacrificio abbia o non abbia risultati: finché lotta e nel momento in cui soccombe fisicamente è lui il Popolo, è lui l’Umanità.”

“Perché non ci siamo incontrati prima?” Ora, in questo momento catartico non vorrei fare dell’ironia, ma non vi avevo forse già detto che gli uomini fanno così? Loro procedono per assiomi immaginifici, non c’è niente da fare. Poi io cerco di essere gentile e di non infierire, ma i fatti sono pur sempre fatti! Comunque. E’ sempre poco indicato inoltrarsi nella strada dei se: se Oriana quella sera in cui litigarono non avesse perso il bambino? Se lei avesse detto prima che quel bambino lo stava aspettando? Se, se, se. Ma il destino ha una logica, in esso niente avviene per caso: se ci fossimo incontrati in tale occasione o prima, non ci saremmo riconosciuti (…) tutti giri di ruota per venire da te, tutte tappe di un grande amore fedele.

 

“Ma viene sempre il giorno in cui un uomo, per quanto eroe, per quanto poeta, non ce la fa più a vagare solo nel deserto. Viene sempre il momento in cui si stanca di vivere perché si stanca di perdere, stroncato dalla nausea dice a sé stesso bisogna-che-vinca-almeno-una-volta, e dicendolo pensa alla morte quasi fosse una carta vincente. Non v’è eroe vivo che valga un eroe morto, lo dicevano anche gli antichi.”

Il resto è storia e storia resterà. Tre giorni fa ho sognato Oriana; è una cosa molto strana per me, non ho mai sognato persone che non ho conosciuto e raramente, così in carne e ossa, quelle che ho conosciuto. E poi, non ho mai sognato neanche Proust, neanche Calvino (!), per dire. Era bellissima, avrà avuto quarant’anni. Indossava un abito nero e fumava, fumava. Le braccia conserte, camminava avanti e indietro in mezzo a tutto quel fumo. Aveva il volto preoccupato e mi chiedeva di ricordarmi una frase di questo libro. “Ricordi questa frase, Lucia? Devi ricordarla.” E io ero consapevole che fosse un sogno ma lei era così vera e quella frase così bella, che mi dicevo che era un peccato non poterla scrivere perché stavo dormendo e anche che non l’avrei mai ricordata. Infatti non la ricordo, ma ricordo che ne ero come stregata. Era davvero bellissima, Oriana.

 

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“…non siate gregge, perdio, non riparatevi sotto l’ombrello delle colpe altrui, lottate, ragionate col vostro cervello, ricordate che ciascuno è qualcuno, un individuo prezioso, responsabile, artefice di se stesso, difendetelo il vostro io, nocciolo di ogni libertà, la libertà è un dovere, prima che un diritto è un dovere.”

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