Ma esiste davvero un artista “della gioia”?

Testo di: Lucia Senesi

In relazione a un mio post, Sara mi scrive:

Buongiorno Lucia, ho visto il suo post su Wislawa Szymborska e Sartre, “sugli innamorati”, e volevo chiederle delucidazioni.

Wislawa è sempre stata definita la poetessa della gioia, in questa poesia non sembra però così gioiosa, anzi sembra tradita, perché allora è definita così? 

E questa poesia mi sembra chiara senza alcun bisogno di parafrasi, ma credo che di un commento ci sia bisogno, potrebbe darmi delucidazioni?

Non so se sono stata chiara, nel caso mi faccia presente, la prego, mi farebbe davvero un piacere nel rispondermi.

 

La ringrazio vivamente.

Sara

 

Wisawa_Szymborska

 

Francesco invece, da buon uomo, mi chiede, secco: Ma perché leggi solo cose tristi?

Francesco ma per te leggo cose tristi? Stai scherzando, vero?! 😉

Ma partiamo da Sara, che vedrai che rispondo anche a te.

 

Sara chiede, giustamente, Wislawa Szymborska è o non è la poetessa della gioia?

Cara Sara, la prima cosa che mi verrebbe da fare, so che magari non le sarà molto d’aiuto ma prometto che ci ragioniamo insieme, è di risponderle con un’altra domanda, cioè questa: Ma esiste davvero un artista definibile “della gioia”? Perché se esiste, io non lo conosco.

Sentiamo che ne pensa Baudelaire (Opere postume): “Non pretendo che la gioia non possa accompagnarsi alla bellezza; ma dico che la gioia è uno degli ornamenti più volgari, mentre la malinconia è della bellezza, per così dire, la nobile compagna, al punto che non so concepire un tipo di bellezza che non abbia in sé il dolore.”

Cristina, che segue assiduamente il blog, dopo aver letto il post su Camus, lamentava come una specie di stizza; ha scritto proprio “mi viene da stizzirmi, chissà perchè mi immedesimo e mi sembra di ritrovarmi in certi processi?”.

Insomma, perché allora leggiamo questi autori, se ci fanno stare male?

Io credo che il compito di un autore non sia quello di impartirci una lezione su come funziona la vita; e men che meno credo che il nostro compito sia quello di ripetere a pappagallo tutto quello che leggiamo. Io credo che il compito di un autore sia quello di mostrarci un punto di vista peculiare e di minoranza per obbligarci a prenderlo in considerazione; e credo che quello che dobbiamo fare noi sia ragionarci sopra, anche se è scomodo, anche se è doloroso, e anche se poi tireremo conclusioni completamente opposte. Ho usato il verbo obbligare non a caso, perché l’artista fa e deve fare così: deve scuotere parti di te che non pensavi di possedere, deve, proprio in modo violento, tirare via la copertina di lana dove ti sei rintanato a giudicare il mondo. In pratica deve rendere la tua coscienza coscienziosa, specie quella di coloro da sempre convinti di esserlo, coscienziosi. Me inclusa, naturalmente.

Veda bene, Sara, che io sto ragionando con lei e non per lei. Scrivere, come girare un film, è sempre una ricerca filosofica e non si può mai sapere cosa si scopre finché non si inizia.

Piccola curiosità su Baudelaire: Kerouac ha detto di lui: “Avrei preferito che fosse stato felice invece di lasciarci poesie infelici.” A volte mi pare di poter dire la stessa cosa di Proust, ma sarà davvero così? O sarà che siamo tanto egoisti da essere felici che siano stati infelici, visto che ci hanno lasciato testi tanto infelici da essere belli? Vede che a iniziare con le domande non si finisce più.

Lei dice che in questa poesia la Szymborska le sembra tradita. Ma anche qui: un artista forse non lo è sempre? Non è forse sempre tradito dal mondo prima ancora che da una persona? Non è un essere sempre a disagio? E, questo è interessante, non è forse sempre a suo agio nel suo disagio? Mi fermo di nuovo.

Lei mi chiede, giustamente, un commento; perciò le dirò questo: che non ho accostato questi due testi casualmente e che l’uno e l’altro si parlano. E non da uomo e donna, ma da persona a persona. E questo, credo, è talmente bello e raro, che vale tutto il tempo delle nostre riflessioni.

Lucia

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