La sinistra che utilizza il linguaggio della destra (e vince). – No-I giorni dell’arcobaleno

Testo di: Lucia Senesi

 

“L’uomo medio dei tempi del Leopardi poteva ancora interiorizzare la natura e l’umanità nella loro purezza ideale oggettivamente contenuta in esse; l’uomo medio di oggi può interiorizzare una Seicento o un frigorifero, oppure un week-end a Ostia.”

Così Pasolini in un articolo che potete trovare in Scritti Corsari. E sempre nella stessa raccolta annuncia, in tempi non sospetti (correva l’anno 1973 [!]), Destra e Sinistra si sono fisicamente fuse.

NO-I-giorni-dellarcobaleno-nuovi-spot-tv-in-italiano-due-video-e-una-clip-con-Roberto-Saviano

Domenica mattina sono andata a votare e poi, per uno di quegli eventi decisi dal destino, mi sono ritrovata a vedere No-I giorni dell’arcobaleno. Non l’avevo ancora visto perché non si può sempre vedere tutto e anche perché certe cose vanno viste nel momento in cui la vita lo decide.

Anzitutto i miei sorrisi: è un film girato, volutamente, con macchine da presa degli anni ’80, quindi con una qualità delle riprese molto scadente rispetto a quelle di oggigiorno; allora mi stavo già immaginando di guardarlo insieme a un direttore della fotografia, che tradotto per i comuni mortali significa doverlo rianimare da crisi respiratorie ogni tre minuti circa, se va bene. Perché i direttori della fotografia sono così, capacissimi di guardare un film che ha vinto Cannes e l’Oscar, uno di quelli dalla fotografia impeccabile e di dirti: ma questa apertura del diaframma? E tu li guardi e vorresti rispondergli, ma poi taci e sorridi perché quello degli artisti è un mestiere ben strano, e ci vuole pazienza! Chiusa parentesi.

Ma di che parla il film? Siamo nel 1988 e il dittatore del Cile, Augusto Pinochet, è costretto da reiterate pressioni internazionali, prima fra tutte quella dell’America, questa autoelettasi campione di democrazia, come direbbe la Fallaci, a chiedere un referendum sulla sua presidenza. Così, per la prima volta, i partiti dell’opposizione hanno l’opportunità di utilizzare lo spazio televisivo per 15 minuti giornalieri da dedicare alla campagna del NO, affidata al giovane pubblicitario René Saavedra.

René ha un figlio e una ex moglie che non vive più con loro perché attivamente dedita, con il nuovo compagno, al rovesciamento della dittatura. René è un pubblicitario quindi il suo lavoro consiste nel vendere un prodotto. Ed è proprio quello che spiegherà subito ai politici dell’opposizione: il popolo non si conquista con le immagini dei desaparecidos, della violenza e del dolore. Il popolo si conquista con l’ALLEGRIA! Chile alegria ya viene!

“Con me la sinistra non manderà più messaggi negativi! Basta parlare di crisi, è il momento di parlare di Grease!” Così il lucidissimo Maurizio Crozza, sempre seguito anche da Scalfari e citato nel suo ultimo editoriale.

Ma torniamo al film. Solo che quando lui dice la battuta sull’allegria diventa impossibile non pensare a Crozza. E ti dici, ma dai! E invece dai e dai, finisce che il caro René ha ragione perché con la sua campagna pubblicitaria dell’allegria riesce a conquistare il popolo. Voilà.

Sentiamo il parere della sua ex moglie:

“La tua campagna è una copia. La copia della copia della copia della copia della copia. Mescolate. Arcobaleni, bella gente, bambini biondi che corrono felici festeggiando non so che cazzo. Un uomo alto cinque metri che non so dove sei andato a pescarlo, forse in Danimarca, chi è quell’idiota? Sai bene che noi cileni siamo bassi. E chi è tutta quella gente che ride, che festeggia, che canta? Che festeggia cosa? Che ci inculeranno con questo referendum? Non so che Paese stai immaginando.”

Eppure lui vince. Vince con la sua campagna dell’allegria e rovescia il regime. Certo era in buona fede e certo il fine è alto, ma il punto interessante è un altro ed è di ordine sociologico. Il punto è che René vince utilizzando il linguaggio della destra, il linguaggio su cui lui si è formato, vale a dire quello della società dei consumi, delle sue aziende e dei suoi slogan.

Vediamo cosa scrive Pasolini (sempre Scritti Corsari):

“C’è un solo caso di espressività – ma di espressività aberrante – nel linguaggio puramente comunicativo dell’industria: è il caso dello slogan. Lo slogan infatti deve essere espressivo, per impressionare e convincere. Ma la sua espressività è mostruosa perché diviene immediatamente stereotipa, e si fissa in una rigidità che è proprio il contrario dell’espressività, che è eternamente cangiante, si offre a un’interpretazione infinita.

La finta espressività dello slogan è così la punta massima della nuova lingua tecnica che sostituisce la lingua umanistica. Essa è il simbolo della vita linguistica del futuro, cioè di un mondo inespressivo, senza particolarismi e diversità di culture, perfettamente omologato e acculturato. Di un mondo che a noi, ultimi depositari di una visione molteplice, magmatica, religiosa e razionale della vita, appare come un mondo di morte.”

Così la tremenda verità che si evince da questo film, e che investe tutti i Paesi cosiddetti “sviluppati”, è che vince l’uomo in grado di interpretare i tempi, anche qualora questi siano malati. Poiché a nessuno interessa l’uomo che si occupa della sfera umana, mentre a tutti piace l’uomo che vince, e per il resto, che volete, basterà riesumare il vecchio detto del fine che giustifica i mezzi. Il popolo vuole questo e noi questo gli diamo. Ma siamo sicuri che sia davvero così?

L’opinione di Adorno (Minima Moralia):

“L’industria culturale pretende ipocritamente di regolarsi sui consumatori e di fornire loro ciò che desiderano. (…) anziché adattarsi alle reazioni dei clienti, le crea o le inventa. Essa gliele inculca, conducendosi come se fosse anch’essa un cliente. E’ lecito sospettare che tutto l’adjustment a cui assicura di obbedire sia pura ideologia; gli uomini aspirerebbero ad adeguarsi agli altri e al tutto tanto più quanto più tendono, attraverso l’esagerata uguaglianza, attraverso l’affermazione giurata della propria impotenza sociale, a partecipare al potere e a impedire l’uguaglianza. (…) è l’odioso trucco degli adulti che quando vogliono affibbiare qualcosa a un bambino, lo stordiscono col linguaggio che vorrebbero che quello adoperasse, e gli presentano il regalo più discutibile con l’espressione di schioccante rapimento che intendono evocare in lui.”

E così la sinistra vince, abdicando ai suoi tratti distintivi, rinnegando se stessa, diventando la copia della copia della copia della copia della copia e appropriandosi volentieri del linguaggio e degli strumenti dell’avversario. Intanto a Roma è ancora in corso la mostra Pasolini Roma. Jordi Ballò, uno dei suoi curatori, al momento della presentazione ha detto: “La verità è che in Europa il fascismo ha vinto.” Utilizzando il termine fascismo nella maniera in cui lo intendeva Pasolini. Ma a guardare questo film, il grottesco scenario che si manifesta è il fascismo che ha vinto in ogni dove.

“(…) secondo me, la vera intolleranza è quella della società dei consumi, della permissività concessa dall’alto, voluta dall’alto, che è la vera, la peggiore, la più subdola, la più fredda e spietata forma di intolleranza. Perché è intolleranza mascherata da tolleranza. Perché non è vera. Perché è revocabile ogni qualvolta il potere ne senta il bisogno. Perché è il vero fascismo da cui viene poi l’antifascismo di maniera: inutile, ipocrita, sostanzialmente gradito al regime.”

 

Qualche mese fa, a Parigi, ho acquistato un piccolo, prezioso libro di George Orwell, che dice così:

“In our time, political speech and writing are largely the defence of the indefensible. (…)

Political language – and with variations this is true of all political parties, from Conservative to Anarchists – is designed to make lies sound truthful and murder respectable, and to give an appearance of solidity to pure wind.”

E a proposito della società fondata sull’edonismo e il culto della persona, del salvatore venuto dal cielo in soccorso della patria, precisa:

“I only know that the right men will be there when the people really want them, for it is movements that make leaders and not leaders movements.”

E chiudo come ho aperto, con Pasolini, a cui mi sento sempre di potermi associare. “Ad ogni modo, quanto a me (se ciò ha qualche interesse per il lettore) sia chiaro: io, ancorché multinazionale, darei l’intera Montedison per una lucciola.” Pier Paolo Pasolini, 1 febbraio 1975, L’articolo sulle lucciole

 

Annunci

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...