Guardare il mondo con gli occhi di Kechiche – La vie d’Adèle (rivisto un anno dopo)

Testo di: Lucia Senesi

 

“L’arte, innanzitutto, agisce non sull’intelletto dell’uomo, ma sulle sue emozioni. Essa si propone di dissodare, di ammorbidire l’anima dell’uomo. Infatti, quando guardi un buon film, o un quadro, o ascolti della musica, non è un’idea in quanto tale che fin dall’inizio ti disarma e ti affascina se, naturalmente, si tratta della “tua” arte. Tanto più che […] l’idea di una grande opera d’arte è sempre bifronte, ambigua (come avrebbe detto Thomas Mann), è multidimensionale e indeterminata come la vita stessa. Per questo l’autore non può contare su una percezione univoca, coincidente con la sua, della propria opera.

L’artista tenta soltanto di rappresentare la propria immagine del mondo affinché gli uomini guardino il mondo con i suoi occhi, si imbevano delle sue sensazioni, dei suoi dubbi, dei suoi pensieri…”

 Andrej Tarkovskij, Scolpire il tempo

 

Ho rivisto La Vie D’Adèle, circa un anno dopo la vittoria della Palma D’Oro a Cannes. L’ho rivisto due o tre volte nel giro di una settimana perché io sono fatta così, e su questo argomento sarà bene non dilungarsi ulteriormente, altrimenti è finita.

Rivedere un film, specialmente dopo tanto tempo, significa prima di tutto apprendere quanto in quell’arco di tempo ciò che hai visto ti ha influenzato e che sul momento non puoi assolutamente rilevare, proprio perché deve passare del tempo, appunto; rivedere un film dopo tanto tempo significa averlo fatto crescere dentro di te, avergli permesso di farti ragionare sui dubbi a cui riferisce qui sopra Tarkovskij, significa in qualche modo aver dato la possibilità all’autore di entrare nei tuoi pensieri con i suoi pensieri, e alle sue sensazioni di mescolarsi alle tue con risultati che solitamente corrispondono all’estasi o alla delusione. Un autore è un radicale, non può restarti indifferente: o lo ami o lo odi e su questo punto non c’è discussione.

Quando invece discuto di questo film con le mie amiche che nella vita preferiscono accompagnarsi con le ragazze piuttosto che con i ragazzi, e sono tante, solitamente lo faccio animatamente. Anche se, c’è da dirlo, io e le mie amiche (e amici), quando parliamo d’arte, discutiamo, più o meno animatamente su tutto. Un paio di domeniche fa, comunque, ne stavo parlando al mare con Chiara. E lei mi diceva che “la grandezza di Kechiche è quella di aver saputo cogliere certi meccanismi di una coppia omosessuale senza cadere nei facili stereotipi… pur essendo etero”. Ed è proprio di fronte a questi discorsi che dovete essere presenti se volete vedermi perdere la misura, che è anche uno spettacolino divertente. “Ma come puoi dire questo, Chiara? Ma non hai proprio capito nulla, allora! Questa non è una storia d’amore fra due donne, è una storia d’amore fra due persone, non lo capisci? Non lo capisci che è proprio questa la genialità dell’autore? Quella di aver dato alla storia una dimensione umana universale, quella di non aver categorizzato proprio nulla! Perché dovete fare così, ma perché? Perché parlate di voi stessi come se aveste un problema che nessun altro al mondo può comprendere, come se foste malati di peste? Siete come le femministe, sempre pronti a voler fare gruppo a parte, ad autocompiangervi… ecco perché nessuno vi rispetta! Sai che c’è? Che io sono assolutamente etero, ma mi riconosco più in questa storia che in milioni di altre!” E i siparietti continuano, sotto lo sguardo attonito dei nostri vicini di spiaggia (siamo ad Ostia), finché Chiara, con una mossa lungimirante, passa a parlare di doppie punte e operazioni chirurgiche, e io me ne torno a leggere Alice Munro decretando, come Emma nel film nei riguardi di Klimt, che tanto con voi non si può parlare. E taccio almeno per una quarantina di minuti, fin quando, senza togliere gli occhi dal libro, le minaccio di tacere, prima che mi venga in mente di utilizzare i loro discorsi per le mie sceneggiature, e Chiara, da buona produttrice e con la sua rinomata e sottile ironia (senza la quale non sarebbe mia amica), mi ricorda subito che esistono le querele e che sarà bene per me non dimenticarlo mai. Intanto i nostri vicini ci osservano interessati, come fossimo marziani.

 

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Ma per tornare serie. Cercherò di far valere le mie ragioni partendo dal principio. C’è questa Adèle, che è un’adolescente e rappresenta noi, o la parte migliore di noi, quando eravamo giovani come lei. Adele va al liceo, le piace leggere, tanto, non si trucca e arruffa i capelli in strane code o codini improvvisati. Adèle ha delle amiche molto simili e molto diverse da lei: simili perché tutti gli adolescenti si somigliano un po’; è quella l’età in cui si fumano le prime sigarette, si bevono le prime birre, si baciano i primi ragazzi. Ah, no. Scusate. Stavo parlando della mia, di adolescenza. Queste adolescenti invece parlano, da buone adolescenti moderne, in modo esplicito e disinvolto dei loro rapporti sessuali con i ragazzi, che vogliono consumare, al massimo, dopo quattro giorni dal primo incontro, non certo dopo quattro mesi! Adèle con loro è spiazzata, lei è diversa. E’ pudica innanzi tutto, sarà l’educazione, sarà un dono di natura, fatto sta che lei risponde se interrogata, ma alla fine che ne sa? C’è questo ragazzo che la guarda e le sue amiche che la incitano e lei non capisce perché. E’ carino, non è mica Brad Pitt! Eppure gli adolescenti, si sa, sono spietati, le amiche insistono e Adèle un po’ per farle contente, un po’ per curiosità, accetta di uscire con il ragazzo.

E mentre è per strada, mentre sta andando all’appuntamento, succede una cosa: vede dall’altra parte della strada una ragazza dai capelli blu, blu come i suoi occhi. Adèle non riesce a togliere i suoi occhi dagli occhi di lei. Anche se è abbracciata ad un’altra. Le due si incrociano e si guardano. Adèle si blocca in mezzo alla strada. Capisce che è successo qualcosa. Qualcosa che ha a che fare con quello di cui parlava il suo professore di lettere in classe (e il solito Victor Hugo!), riguardo il libro La vie de Marianne: “Secondo voi che vuol dire che al suo cuore manca qualcosa? Quando incrociate per sbaglio lo sguardo di un’altra persona, quando entrambi spontaneamente vi guardate negli occhi, insomma il colpo di fulmine. Andate via con qualcosa di più o di meno nel cuore? (…) e mi piacerebbe che rifletteste sul significato della predestinazione dell’incontro, d’accordo?”

Non è che ad Adèle questo ragazzo non piaccia, ma non la entusiasma ecco. Lei gli parla di questo libro, La vie de Marianne, che secondo lui è un mattone. Ma per lei, lo dice chiaramente, esistono libri sottilissimi che la annoiano alla seconda pagina, mentre questo non riesce proprio a smettere di leggerlo. E insomma lui non la capisce, si parlano ma non hanno nulla da raccontarsi. Poi succede un’altra cosa: Adèle sogna la ragazza dai capelli blu. La sogna sul suo corpo, sogna i loro due corpi insieme e quando si sveglia per lei è la tragedia. Non è una cosa normale che una ragazza desideri un’altra ragazza. Non è sano. La buona società borghese le ha sempre insegnato così. Prova anche ad andare a letto con il ragazzo, ma non cambia nulla, anzi la situazione peggiora.

Intanto, in classe, la professoressa parla di Antigone: “Antigone è ancora una bambina. E’ ancora piccola. Perfino “troppo piccola” dice lei. Però non vuole più essere piccola, non può più, non quel giorno. Perché quello è il giorno in cui dirà di no, il giorno in cui dice no e in cui morirà. Ancora una volta ci troviamo di fronte ai tratti propri della tragedia. La tragedia è l’ineluttabile, qualcosa a cui non si può sfuggire in alcun modo. Ha a che vedere con l’eternità dell’essere, con l’atemporalità, l’essenza stessa dell’essere umano.”

Adèle si avvicina a una sua compagna, le due si baciano, ma per la sua amica è poco più di un gioco. E l’incubo della sua diversità prosegue.

Poi, una sera, va in un locale gay insieme al suo compagno di classe e vede di nuovo lei, la ragazza con i capelli blu. Si chiama Emma, si vede che è più grande e che frequenta quei posti, insieme alla ragazza con cui l’ha vista abbracciata la prima volta. Ma che dobbiamo dire di questa straordinaria Léa Seydoux, che non si capisce neanche come abbia fatto a liberarsi di tutta la sua indubbia femminilità e riporla chi sa dove per interpretare il ruolo di una ragazza tanto maschile? Nulla, se non che è la prova vivente che anche nel nuovo secolo, ringraziando il cielo, fare l’attrice significa qualcosa di più che avere gli occhi chiari e saper sbattere le ciglia. Adèle ed Emma si parlano e Adèle le confessa di frequentare ancora il liceo.

Neanche a dirlo, il giorno dopo Emma la aspetta fuori da scuola. Le due si allontanano insieme, in mezzo al chiacchiericcio dei compagni di Adèle. Vanno al parco e si siedono in una panchina che diventerà un luogo di culto per la loro storia. C’è sempre un luogo di culto per ogni storia. Emma è un artista, dipinge, e improvvisa un ritratto di Adèle, che è molto in imbarazzo. Però fra le due c’è qualcosa, si sente. Loro parlano e si capiscono, non è come con il ragazzo. Parlano di Sartre, lo abbiamo già detto. Emma confida ad Adèle che Sartre al liceo le ha cambiato la vita: “Sartre parte dal principio che l’esistenza precede l’essenza, cioè noi dapprima veniamo al mondo e poi siamo definiti dalle nostre azioni. Questo ci dà una grande responsabilità. Sartre ha fatto una specie di rivoluzione intellettuale, che ha avuto il merito di liberare un’intera generazione e ora possiamo decidere delle nostre vite senza alcun principio superiore. Quando ero al liceo Sarte mi piaceva molto. Sì, mi faceva bene. Soprattutto riguardo all’affermazione della mia libertà e dei miei valori. E poi sono totalmente d’accordo con lui anche sull’esigenza dell’impegno.” Capite che quando si arriva a questo punto ormai è fatta. Come diceva Hugo, il resto non è che il resto e viene dopo.

 

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Al secondo appuntamento al parco si baciano. La compagna di Emma sparisce e per loro due inizia la vita di coppia. La vita di coppia inizia con la vita sessuale e Kechiche non ha certo timore a mostrarla. Le scene intime sono tante e prolungate, ma non hanno nulla di quella volgarità che vorrebbero trovarci certi uomini poco intelligenti. E’ una sessualità sana e pura, di quella purezza che corrisponde sempre all’attrazione mentale. E poi, con Kechiche quello che può sembrare eccesso in un primo momento, viene sempre bilanciato da qualche cosa d’altro, ma ci torniamo fra un attimo.

 

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La vita di coppia inizia anche con la conoscenza delle famiglie dei compagni. Emma ha una madre divorziata e risposata; i due hanno una mentalità molto libera e accolgono Adèle a braccia aperte. Situazione opposta per quanto riguarda lei: la sua famiglia tradizionale e vecchio stampo è convintissima che Emma sia solo un’amica della figlia che la aiuta in filosofia. E così sia.

Intanto gli anni passano. Adèle finisce il liceo e lavora come maestra all’asilo; lavorare con i bambini è sempre stato il suo sogno. Emma, che ha abbandonato i suoi capelli blu per tornare al biondo naturale, invece, continua per la sua strada di artista: dipinge e in tutti quadri c’è Adèle, compagna e musa ispiratrice che, un po’ come la povera moglie di Matisse (giuro che questa storia ve la racconto meglio in separata sede perché è troppo interessante), posa per lei. Le due vivono insieme.

Per festeggiare la nuova residenza e i lavori di Emma, organizzano una cena dove ci sono tutti i suoi amici e c’è Lise. Lise è anche lei una pittrice, naturalmente bionda e bellissima. Adèle sente che c’è qualcosa che non va, nonostante quel grosso pancione (aspetta un bambino). E poi Adèle che ci fa in mezzo a tutti quegli artisti che parlano di Schiele e di Klimt, che lei neanche sa chi siano, e che discutono di orgasmi come se parlassero del caffè al mattino, che ci fa lei che arrossisce persino se le fanno un complimento? E quella Lise non la convince proprio, c’è troppo feeling fra lei ed Emma. E poi Emma continua a farle pressioni perché vorrebbe che lei scrivesse, che coltivasse il suo talento. Ma lei non vuole scrivere, lei vuole fare la maestra ai bambini e la sera tornare a casa e preparare la cena per la sua compagna, che c’è di tanto male in questo? Bisogna per forza essere tutti artisti? Sentiamo Carrère, in Limonov:

“”Eddy, non sei capace di immaginare che si possa avere una vita piena anche senza il successo e la celebrità? Che il criterio per valutare se uno è o no un uomo affermato sia per esempio l’amore, una famiglia, una vita tranquilla e armoniosa?” No, Eddy non è capace, e si vanta di non esserlo. L’unica vita degna di lui è quella dell’eroe; lui vuole che il mondo intero lo ammiri e pensa che ogni altro criterio, una vita familiare tranquilla e armoniosa, i piaceri semplici, il giardino coltivato al riparo dagli sguardi, siano autogiustificazioni da falliti, la minestra che Lidija serve al suo povero Kadik per tenerlo a cuccia. “Povero Eddy” sospira l’amica. Poveri voi, pensa Eddy. E, certo, povero me se divento come voi.”

Date retta a me: non innamoratevi mai degli artisti. Tutti presi come sono dall’Arte, non riescono a concepire nulla all’infuori di quella.

Con l’inizio dei dubbi si potrebbe far coincidere la fine delle relazioni. Il fatto è che si rompono gli equilibri, la coppia smette di parlare e, o prima o dopo, uno dei componenti combina un casino. E infatti. All’asilo c’è un collega di Adèle che prova interesse nei suoi confronti, anche se lei lo evita. Poi una sera tornando a casa, Adèle trova un messaggio in segreteria: è Emma. Dice che è con Lise e che stanno lavorando, dice di non aspettarla perché sicuramente farà tardi. Adèle non ci pensa neanche ad andare a dormire, ha bisogno di aria fresca. Esce e va in un locale insieme ai suoi colleghi, c’è anche quello che è interessato a lei. I due si baciano.

 

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Adèle si sente sola e stupidamente, invece di parlare con Emma, cerca conforto in una relazione fisica con un’altra persona. Questo finché Emma, che non è stupida, se ne accorge. Allora la aspetta a casa con le braccia conserte e le chiede spiegazioni. Con chi sei tornata? Perché non ti sei fatta lasciare davanti a casa? Chi è quello? Se non è nessuno perché piangi? C’è questa lite incredibile. E c’è Kechiche che piazza la macchina da presa sul primo piano di Adèle e poi su quello di Emma, e non le lascia più. Tanto che quel primo piano inizia a farsi sentire sopra il tuo stomaco, che glielo vorresti proprio dire a Kechiche: è davvero necessario mantenerlo? Non si può uscire in un totale? Non lo vedi che stanno male, non lo vedi che stanno soffrendo, accidenti?! No, non si può. E questa irriverenza del regista, che ti disturba, che fa sta stare male te insieme alle due ragazze sullo schermo, bisogna dirlo, alla fine ti fa sentire compreso, ti fa sentire meno solo al mondo. E vale quello che avevo detto per le scene intime: in Kechiche ciò che potrebbe sembrare eccesso, trova sempre il suo bilanciamento in qualche cosa d’altro, prende equilibrio nella comparazione degli opposti: piacere/dolore, amore/odio, virtù/vizio.

Certo, mi verrebbe da dire: don’t try this at home. Quella cosa lì la può fare solo lui. Solo lui può costruire un film sui primi piani senza diventare pesante, solo lui può ignorare ogni regola di pudore senza diventare irrispettoso, solo lui può provocarti a tal punto da farti provare piacere piuttosto che indignazione.

E così il tempo della storia si chiude, ma quello del dolore ancora deve cominciare. Adèle sola, ancora più sola di prima, torna nella panchina del parco, quel luogo dove era stata felice, che sarebbe anche quello da cui dovrebbe stare più lontana possibile, certo, se solo fosse possibile. E naturalmente non lo è, perché è fango il mondo, direbbe Leopardi. E Adèle piange, piange sempre anche se si sforza di non farlo, soprattutto davanti ai bambini.

 

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Intanto gli anni passano, ma i sentimenti, come è logico, no. Adèle ed Emma si danno un appuntamento in un locale. E’ passato davvero tanto tempo. Come stai? Bene, grazie, tu? Tutto bene. E si scopre che Emma sta con Lise e sai, a proposito, è nata la bambina! Non ricordi che aveva il pancione quando è venuta a casa nostra? Ha tre anni la bambina, è bellissima e adesso siamo una famiglia, ci divertiamo un sacco noi tre insieme. Ma che bel quadretto! Adèle sta in silenzio e ascolta. Ma quella che voleva la famiglia era lei! Era lei quella che voleva un bambino, che non era interessata a nessuna carriera d’artista! Com’è che la situazione si è ribaltata, come è possibile? Che è successo? E poi a lei Emma manca, non riesce a stare con nessun altro. Però è tardi, sai. Io provo una grandissima tenerezza per te, ma non ti amo più. Sto con un’altra persona adesso.

E allora lo spettatore, stremato, spera che il film finisca così: con queste due creature in lacrime che si stanno dicendo addio. Con Emma che si alza e se ne va e con Adèle che chiede il conto. E invece no. Se lo spettatore spera di cavarsela così, si sbaglia di grosso.

Adèle sta mettendo uno smalto rosso alle unghie dei piedi, indossa un vestitino blu e si è raccolta i capelli con tante forcine, in quel modo confusionario che le è proprio. Non cresce mai, Adèle! Ma dove va? Scusa, Kechiche, dove sta andando? Sta andando alla mostra dei quadri di Emma, è anche famosa adesso! Ma che ci va a fare, scusa? Non lo sa cosa la sta aspettando? Non lo sa quel che vedrà? Certo che lo sa, ma vuol andarci lo stesso. Sa che incontrerà Emma felice come non mai. Sa che ci saranno i suoi amici artisti che le faranno delle domande sulla loro storia finita con la stessa faciloneria con cui si discute del tempo, e sa che incontrerà la bellissima e perfetta Lise, sempre pronta a sorriderle. Allora perché ci va?

Bisognerebbe capire definitivamente, e una volta per tutte, perché abbiamo bisogno di fare così. Bisognerebbe capire se è una mera volontà di autopunirci, oppure se è proprio un’estrema ricerca di uno straccio di verità, questa necessità che abbiamo di voler vivere fino in fondo certe esperienze. Bisognerebbe sapere se quello straccio di verità vale il prezzo di un’anima lacerata, di una persona che si annienta, di un essere che dopo non può più essere lo stesso.

E vale la pena ringraziare Kechiche per quell’inquadratura finale dove Adèle, uscita dalla mostra, si accende una sigaretta e, turbata, si allontana per le vie di Parigi.

 

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E lo spettatore sa per certo di non aver assistito alla storia d’amore fra due donne, ma, in senso molto più ampio, a quella fra due persone, fra due esseri, fra due individui liberi, pensanti, fatti di sensibilità e di difetti, di generosità e di egoismi, di vizi e di virtù, esattamente come tutti.

In questo senso l’omosessualità è giusto un pretesto su cui si posa lo sguardo irato della società borghese, che oggi si scaglia su una cosa e domani su un’altra. Basta pensare a Le affinità elettive di Goethe.

E uno continua a vivere con in testa l’immagine di Adèle che cammina e non sa neanche dove sta andando, e pensandoci ripensa anche a quel che diceva il suo professore di filosofia, e si chiede: ma dopo questo film, resto con qualcosa di più o di meno nel cuore?

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