Tu sei un paese che non sei stato nettato. – Philipp Meyer, Il figlio

Testo di: Lucia Senesi

“Ripensandoci, è chiaro che mia madre sapeva come sarebbe andata. A quei tempi la mente umana era aperta, coglievamo ogni movimento, ogni sussulto; perfino quelli come mio fratello erano in armonia con le leggi naturali. Oggi l’uomo vive dentro una bara di carne. Non sente e non vede nulla. La Terra e la Legge sono sovvertite. Dice il Buon Libro, vi radunerò a Gerusalemme nel fornello della mia ira (Ezechiele 22,19-21, N.d.T.). E poi dice: tu sei un paese che non sei stato nettato (Ezechiele 22,24, N.d.T). Concordo. Ci vorrebbe un grande incendio che si estende da un oceano all’altro, e giuro solennemente che mi cospargerò di cherosene se promettono di non spegnerlo.”

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(Foto tratta dal profilo Instagram di Emmanuel Lubezki)

 

Adorno ha scritto di Proust che la sua cortesia sta tutta qui: nel risparmiare al lettore la vergogna di sentirsi più intelligente dell’autore. Credo che si possa tranquillamente dire la stessa cosa di Philipp Meyer che, secondo Publishers Weekly, ha scritto un libro destinato a diventare un classico. Il libro in questione è Il figlio (The son) e, personalmente, pur avendo finito di leggerlo da qualche giorno, non riesco a liberarmene.

Il fatto è che Philipp Meyer è uno di quegli scrittori che hanno un dono: sono eccellenti narratori, non c’è verso che tu possa distogliere lo sguardo dalla storia che ti stanno raccontando o che ti venga in mente di saltare qualche riga; e, allo stesso tempo, sono anche divini prosatori, ironici, geniali, e ti costringono, tuo malgrado, a rileggere un’infinita serie di volte la stessa proposizione perché non ti capaciti di quanto quell’unicum, da cui tu vorresti scindere la struttura, sia semplicemente perfetto.

Sul piano dei contenuti, poi, la situazione è la stessa. Meyer è un pensatore libero, non si lascia condizionare da nulla, non ha paura di essere criticato. Costruisce personaggi femminili forti, ma non vuole certo arruffianarsi le donne, anzi. Ne mette in evidenza i lati più oscuri, quelli peggiori, quelli istintivi e animali, e fa vedere una volta di più, sì probabilmente nel mondo di oggi ce n’è bisogno, che le donne non sono questi esserini puri, eterei e ineffabili che qualcuno/a vorrebbe farci credere (perché gli torna comodo), che anche loro, esattamente come gli uomini, sanno essere corrotte, menefreghiste, egoiste fino al midollo.

Meyer è un pensatore libero anche perché rigetta il manicheismo: ha capito che dividere il mondo fra buoni e cattivi è semplicemente ridicolo, e che ogni persona è un individuo che si forma sulla propria storia e la propria esperienza, che nessuno ha il diritto di giudicare. Ed è probabilmente questa la sua grandezza: che leggendo Il figlio è impossibile schierarsi; in caso è possibile specchiarsi. Ma per ogni personaggio che vorremmo condannare, ecco che finiamo per assolverlo; e per quei personaggi in cui ci rispecchiamo, ecco che salta fuori un punto di vista di un altro che ci fa dire sì, ha ragione lui, alla fine siamo tutti davvero egoisti fino al midollo.

Eppure per Meyer una divisione del mondo si può comunque fare: da una parte quelli che lavorano, e dall’altra quelli che vogliono apparire sulle copertine delle riviste. E che, di solito, vivono o vanno a vivere in California. “La guerra andava bene finché non dovevano combatterla in persona, e ho sempre pensato che è per questo che la California è diventata come è diventata.” Finché il potere è nelle mani di quelli che lavorano, le cose procedono in un certo modo, ma quando il potere finisce in mano a quelli che vogliono apparire sulle copertine, allora quello è l’inizio della fine. Questo faremo bene a tenerlo a mente, è un’indicazione politica, prima ancora che sociale.

E così questo scrittore appena quarantenne costruisce un romanzo straordinario che ripercorre la storia del suo Paese, l’America, e lo fa nel modo più onesto, il che equivale a dire crudo, possibile. Una storia scritta con il sangue e con il principio di natura che il più forte vince sul più debole. E’ un romanzo che parla di politica, di sentimenti e di libertà. Tre argomenti poco trattati, insomma… il fatto dei grandi autori è però sempre il solito: parlano di cose che esistono da milioni di anni, che sono sempre esistite, eppure lo fanno in maniera innovativa e con uno sguardo talmente limpido, che bisognerebbe continuare a ringraziarli fino alla fine dei nostri giorni.

 

“Dice bene mio padre. Gli uomini sono fatti per essere sottomessi. Il povero preferisce associarsi, mentalmente se non fisicamente, con il ricco e il vincente. Di rado si concede di pensare che la sua povertà è indissolubilmente legata alla ricchezza del vicino, perché questo gli imporrebbe di agire, e per lui è più facile pensare ai motivi che lo pongono al di sopra degli altri suoi vicini, che sono solo più poveri di lui. (…) Mi è venuto da pensare, mentre guardavo scorrere il petrolio, che presto nulla terrà più a freno l’orgoglio degli uomini. Diventeremo padroni di tutto. All’infuori, ovviamente, di noi stessi.”

Meyer racconta la storia della famiglia McCullogh, attraverso il punto di vista dell’adolescente Eli, che poi da grande verrà soprannominato il Colonnello; dei diari di Peter (o Pete), suo figlio; e di Jeanne Anne, nipote di Peter e pronipote di Eli. La narrazione parte dunque dalla metà dell’ottocento per arrivare ai giorni nostri, gli anni duemila.

Il Colonnello Eli racconta di aver avuto un fratello e una sorella molto diversi da lui; il fratello è un intellettuale che Tolti Goethe e Byron, mia sorella era l’oggetto di ogni suo pensiero e che il padre accetta solo perché io ero riuscito praticamente perfetto, che all’epoca significava un ragazzino interessato solo alla caccia e alle cose pratiche. Fatto sta che una sera, mentre il padre è assente, la casa viene circondata dagli indiani.

 

“Ci fu un lungo silenzio, poi mia madre ci guardò e disse, con la sua voce da maestrina: – Eli e Martin, posate le armi a terra, per favore – . Cominciò a togliere la spranga dalla porta e lì mi resi conto che quello che si dice delle donne è tutto vero: mancano di buon senso e sono inaffidabili.”

Quanto vorrei che fosse dato a tutti di sorridere! Ma siccome so che non sarà mai così, ve lo dico subito: prima di iniziare con le vostre cantilene, vi sarei grata se mi enunciaste secondo quale principio un essere che fa una battuta sul sesso femminile è un maschilista, fisiologicamente “patriarcale”, e invece un altro che ne fa una sul sesso maschile, ecco quello è un genio, un Eletto inviato sulla pianeta terra per risolvere tutti i mali del mondo e indicare il giusto cammino all’umanità. Quando sarete in grado di spiegarmelo, io vi ascolterò… non vedo l’ora.

Ma tornando al romanzo. Il sorriso ci pensa subito Meyer a fartelo passare, raccontando la cordiale visita degli indiani in casa McCullogh; l’unico che alla fine riesce a salvarsi, essendo appunto il più forte, (vince sempre la legge del più forte) è Eli, che viene rapito e inizia a vivere in mezzo ai Comanche, con i quali resterà per tre anni (dai tredici ai sedici). E imparerà a conoscerne le leggi e a scoprirne le differenze con l’uomo bianco “e forse era questa la differenza principale fra i bianchi e i Comanche: i bianchi erano disposti a rinunciare alla libertà per vivere più a lungo e mangiare meglio, i Comanche no.”; e imparerà ad amare la loro cultura e a capire che il tuo vero padre non è chi ti fa nascere, ma chi ti cresce attraverso i suoi insegnamenti, nel suo caso l’indiano Toshaway.

 

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“- … Il vigliacco pensa solo al proprio corpo, – disse Toshaway – e lo ama sopra ogni cosa. L’uomo coraggioso ama prima gli altri e poi se stesso.”

Così Eli, soprannominato Tiehteti, cresce all’interno di una nuova famiglia, l’unica di cui poi sentirà la mancanza in futuro, una volta rientrato nella buona e onesta società civile. Eli/Tiehteti impara a vivere e a sopravvivere e, come è logico, questo influenza anche la sua educazione sentimentale. Ma all’interno di una società dove vige la legge di natura, dove ti svegli al mattino e devi trovare il modo per sopravvivere, non c’è molto spazio per i sentimenti. Con la stessa logica seguita da Mo Yan, Meyer scrive il suo Sorgo Rosso americano; poiché gli uomini sono simili e cambia la loro storia, ma non la loro natura. Non c’è tempo per amare, è un concetto di cui abbiamo già parlato. Cavalli e scalpi, ecco a cosa è bene pensare. Cavalli e scalpi.

 

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Bella logica, soprattutto se condivisa. Peccato che esistano delle eccezioni e il problema arriva se l’eccezione è tuo figlio. Il figlio in questione, infatti, è l’esatto opposto del padre, incarna in tutto e per tutto il fratello di Eli, Martin, quello ucciso dagli indiani. Peter non è come il padre, della legge di natura non vuole neanche sentir parlare, lui non si interessa al potere e alle lotte per la terra; al contrario non riesce a capacitarsi di come gli uomini continuino ad agire sempre ed unicamente interessati alla supremazia costi quel che costi, anche quando si tratta di eliminare amici di lunga data, persone che hanno presenziato al battesimo dei tuoi figli.

 

“Essere un animale semplice come mio padre, mai turbato dalla coscienza, o dalla consapevolezza. Dormire profondamente, tranquillo con le tue certezze, mandando gli uomini al macello come manzi.”

Peter, l’incompreso da tutti, che parla di etica e di morale; ma non lo sa come si sta al mondo? Non lo sa quanti compromessi servono, quanto bisogna, appunto, sporcarsi le mani? “E’ da quando sono nato che cerco di scoprire cosa ti passa per la testa, – ha detto. – Prima ho pensato che fossi ritardato, poi che magari eri comunista. Alla fine ho capito che sei solo un sentimentale.” Così il fratello(!). Peter solo, incompreso persino dalla moglie e dai figli, che non vedono l’ora di andare alla guerra e di uccidere altri uomini; ma sono davvero figli suoi? Possibile? Ma come li ha cresciuti? Possibile che somiglino più a suo padre e ai suoi fratelli che a lui? Possibile che tutti continuino a trattarlo come uno incapace di intendere e di volere?

 

“Fanno sempre così: mi chiamano per nome, come per mettere in riga un bambino. Eppure sento ancora l’esigenza di rispondere, come se, malgrado decenni a conferma del contrario, potessi spiegare il mio punto di vista.”

E la moglie che ragiona esattamente come suo padre? Possibile che lui non se ne sia mai accorto, che abbia subito passivamente tutto, che abbia sempre permesso agli altri di scegliere per lui, che non sia mai riuscito a prendere una decisione davvero sua?

Poi arriva la tragedia, un elemento che contraddistingue le sorti di questa famiglia, e Peter non può più subire; è arrivato tempo anche per lui di scegliere, di diventare grande.

 

“- Se mi odi è perché ho dei principi morali.

E’ rimasta ammutolita. Sono andato nel mio ufficio, ho messo qualche ciocco nel camino e ho steso le lenzuola sul divano.

Solo ora che non dormiamo insieme da tre mesi mi chiedo come ho potuto provare qualcosa per lei. E’ ancora bella, affascinante a modo suo. Ma che io sappia, non ha mai avuto un pensiero se non per se stessa.”

Si è sempre da soli. Ecco l’insegnamento del Colonnello (e quello di Proust, aggiungo io). Si è sempre da soli e da soli bisogna trovare la forza per ricominciare, per orientarsi nel disordine del mondo. E poi arriva Marìa, che è indissolubilmente legata alla tragedia e che ci rivoluziona il modo di vedere il mondo. Marìa che è più giovane di Peter e già in questo è un’incognita. Marìa che ha uno sguardo disincantato, ma allo stesso tempo straordinariamente puro. Bisogna scegliere: o la famiglia, la comodità e il potere, o lei.

 

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Ma c’è sempre la moglie, che pur nella sua logica, lo pone di fronte a una scomoda verità: “Lo so che non ti interessa, Peter. Non ti interessa niente all’infuori di te e della tua tristezza. Solo questo ti interessa, cercare di essere il più infelice possibile.” Giuro che ancora, pensando a questa frase, non riesco a dormire.

E mentre si sceglie, bisogna fare i conti con noi stessi, bisogna ricordarci da dove proveniamo e tirare un bilancio.

 

“Non c’è niente di sbagliato in mio padre: lui è l’uomo allo stato naturale. Il problema sono quelli come me, che speravano di sollevarsi dalla nostra condizione istintiva. Speravamo di trascendere la nostra natura.”

Ma trascendere la propria natura è impossibile e poi la vita ha le sue leggi, contro le quali nulla possiamo. Ed ecco che il carattere del Colonnello rinasce nella pronipote Jeanne Anne, in lei aveva sempre visto quello che nessun altro vedeva, l’incrollabile senso della propria perfettibilità, la certezza che quando si prefiggeva un obiettivo lo raggiungeva, lei che non poteva stare con le altre bambine perché troppo diverse, e non poteva stare con i maschi perché non la volevano. Lei che non aveva troppo stima del padre perché, a differenza del Colonnello, non si interessava del lavoro ma di finire sulle copertine delle riviste.

“Se non lavoravi non mangiavi. Se non ti alzavi con il buio, con dieci sotto zero o quaranta all’ombra, se non passavi la giornata fra la polvere e le spine, non sopravvivevi, la famiglia non sopravviveva, avevi ricevuto i doni di Dio e li avevi dissipati.”

Jeanne Anne, o Jeannie, che deve farsi strada in un mondo di uomini interessati soltanto al potere, un mondo ipocrita dove con bugie su bugie si giustificano malamente le scelte che si fanno: “Ecco cosa dicevano sempre: se non avessimo fatto questa o quest’altra cosa terribile, la guerra non sarebbe mai finita. Non ne era così convinta. Sembravano uomini che erano caduti da cavallo perché tanto volevano scendere.”

 

“Essere uomo significava vivere senza regole. Potevi dire una cosa in chiesa e un’altra al bar e chissà com’erano vere entrambe. Potevi essere un buon marito, un buon padre e un buon cristiano e portarti a letto ogni segretaria, cameriera e prostituta di tuo gusto. Avevano tutti il loro codice, gli ammiccamenti e i cenni del capo per dirsi: Mi sono scopato quella cheerleader o quella bambinaia o quella hostess della Pan Am, quella cameriera o quella maestra di equitazione. Intanto lei, al minimo indizio che non era vergine (esclusi i tre figli), sarebbe stata per sempre un reietta, marchiata come una peccatrice.”

Una vita di solitudine quella di Jeannie, una solitudine insopportabile, che si interrompe quando incontra Hank, che le ricorda il Colonnello. Si potrebbe dire che le donne decidono di aver trovato l’uomo della propria vita, quando questo ricorda in tutto, o in parte, la figura maschile, un padre, un nonno, a cui sono più legate. Non ci avete mai fatto caso?

Eppure c’è un’altra cosa che contraddistingue sempre Jeannie: Era stanca di rimanere da sola. E il problema è proprio questo, che quando ci stanchiamo di questa condizione, la solitudine, che ahimè è l’unica veritiera, allora diciamo addio a una parte della nostra libertà, che lo vogliamo riconoscere o no non ha importanza. Quando un essere decide di stare con un altro, non perché nel pieno delle sue facoltà e dei suoi equilibri ha intenzione di costruirci qualcosa insieme, ma perché è stanco di stare da solo, allora prima o dopo salterà fuori un problema. Allora i casi sono due: o ti accontenti della prima persona che incontri, o passi da una persona all’altra senza un criterio, e quando arriva quella che sarebbe la più giusta fra tutte, allora non c’è più spazio per lei nella tua vita. Ricordiamo Céline:

“Ah! Se l’avessi incontrata prima, Molly, quando c’era ancora il tempo di prendere una strada invece che un’altra! Prima di perdere il mio entusiasmo su quella troia di Musyne e su quella stronzetta di Lola! Ma era troppo tardi per rifarmi una giovinezza. Non ci credevo più.

Si diventa rapidamente vecchi e in modo irrimediabile per giunta. Te ne accorgi dal modo che hai di amare le tue disgrazie, tuo malgrado. La natura è più forte di te, ecco tutto. Ci prendi le misure in un certo genere e non puoi più uscirne dal quel genere lì.

Io avevo scelto la strada dell’inquietudine. Si prende pian piano sul serio il proprio ruolo e il proprio destino senza rendersene ben conto e poi quando ci si volta indietro è troppo tardi per cambiare. Si diventa tutti agitati e rimane così per sempre.”

E per Jeannie i problemi veri iniziano con la maternità, una cosa a cui non sembra abituarsi, a vivere con la sensazione costante di essere stata ingannata, tradita dal proprio corpo; ed oltre a questo, la rabbia e l’invidia verso il marito, che non ha passato quello che ha passato lei (e che non la capisce): “Continuava ad essere arrabbiata anche per questo; i suoi solerti consigli su cose di cui non sapeva niente.”

“Ci pensa la tata, non c’è più bisogno di preoccuparsi… così funzionava il cervello di suo marito, un computer con una serie di interruttori. Lei invece, anche dopo essere arrivata in ufficio, restava per mezza giornata in collera con la figlia. Prendeva i suoi capricci personalmente, prendeva la sua fragilità personalmente, i deboli esistevano in tutte le famiglie, c’erano quelli che si sedevano e si crogiolavano nei problemi e quelli che si alzavano e si rimboccavano le maniche. Jeannie, all’età di sua figlia, aveva imparato da sola ad andare a cavallo e a prendere il bestiame al lazo, a competere con gli uomini alle loro condizioni. Sua figlia competeva alzando la voce, provocando, era una principessa viziata; vedeva il padre come un santo già prima di restare orfana, e la madre come tutt’altro; qualunque cosa Jeannie facesse non bastava mai. Ovviamente sua figlia si comportava come una normale ragazza del Texas. Era Jeannie quella strana.”

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Ho finito di leggere questo libro da diversi giorni, ma non riesco a riporlo. Ho anche appreso, con molto piacere, che è in finale al Premio Pulitzer. Staremo a vedere come andrà a finire ma per quanto mi riguarda ha già vinto. Segnatevi questo nome: Philipp Meyer. Ne sentirete molto parlare negli anni a venire.

 

“Ci vorrebbe un’altra glaciazione che ci trascini tutti nell’oceano. Così Dio avrebbe una seconda possibilità.”

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