Contro gli sciacalli: perché potete tranquillamente riporre le bandiere della pace – Ilan Pappe

Testo di: Lucia Senesi

Contro gli sciacalli che vivono in perenne campagna elettorale, sarebbe intelligente prendere in considerazione le ragioni degli storici (e magari agire fattivamente in proposito), in modo particolare di quelli che da quel che scrivono non hanno nulla da guadagnare, anzi (!).

 

Gaza

 

 

“In questo libro voglio esplorare sia il meccanismo della pulizia etnica del 1948, sia il sistema cognitivo che ha permesso al mondo di dimenticare e dato ai responsabili la possibilità di negare il crimine commesso dal movimento sionista contro il popolo palestinese nel 1948.

In altre parole voglio sostenere la fondatezza del paradigma della pulizia etnica e usarlo per sostituire il paradigma della guerra come base per la ricerca accademica e per il dibattito pubblico sul 1948. Non ho dubbi che l’assenza fino a oggi del primo paradigma sia legato alla ragione per cui la negazione della catastrofe ha potuto continuare così a lungo. Nel creare il proprio Stato-nazione, il movimento sionista non condusse una guerra che “tragicamente, ma inevitabilmente” portò all’espulsione di parte della popolazione nativa, ma fu l’opposto: l’obiettivo principale era la pulizia etnica di tutta la Palestina, che il movimento ambiva per il suo nuovo Stato. Alcune settimane dopo l’inizio delle operazioni di pulizia etnica, i vicini Stati arabi inviarono un piccolo esercito – piccolo in proporzione alla loro forza militare complessiva – per cercare inutilmente di impedirla. La guerra con gli eserciti arabi regolari non mise fine alle operazioni di pulizia etnica fino a quando queste non furono completate con successo nell’autunno del 1948.

Questa impostazione – adottare il paradigma della pulizia etnica come base di partenza per la narrazione del 1948 – a qualcuno potrà sembrare come un’imputazione già dall’inizio. A ogni modo il mio J’accuse è realmente diretto contro i politici che progettarono e i generali che perpetrarono la pulizia etnica. Eppure, quando faccio i loro nomi non lo faccio perché voglio che siano sottoposti a un processo postumo, ma allo scopo di umanizzare tanto le vittime quanto i carnefici: voglio evitare che i crimini commessi da Israele siano attribuiti a fattori elusivi quali “le circostanze”, “l’esercito” o, come la pone Morris, “à la guerre comme à la guerre” e simili vaghi riferimenti che deresponsabilizzano gli Stati sovrani e permettono agli individui di sfuggire alla giustizia. Io accuso, ma faccio anche parte della società che è condannata in questo libro. Mi sento insieme responsabile e parte della storia e, come altri nella mia stessa società, sono convinto che un simile doloroso viaggio nel passato è il solo percorso che abbiamo di fronte se vogliamo creare un futuro migliore per tutti noi, palestinesi e israeliani. Di ciò tratta, in fondo, questo libro.

Non mi risulta che in precedenza qualcuno abbia mai tentato questa impostazione. Le due narrazioni storiche ufficiali in competizione su quel che accadde in Palestina nel 1948 ignorano entrambe il concetto di pulizia etnica. Da un lato la versione sionista-israeliana sostiene che la popolazione locale se ne andò “volontariamente”, dall’altro i palestinesi parlano di una “catastrofe” che li colpì, Nakba, un termine in qualche modo elusivo dal momento che si riferisce al disastro in sé e non tanto a chi o a che cosa lo ha causato. Il termine Nakba fu adottato, per comprensibili ragioni, come tentativo di controbilanciare il peso morale dell’Olocausto ebraico (Shoah), ma l’aver trascurato i protagonisti può in un certo senso aver contribuito a perpetuare la negazione da parte del mondo della pulizia etnica della Palestina nel 1948 e successivamente.

(…)

«Gli stranieri», dicono nel mio paese, «non capiscono e non possono capire questa storia sconcertante» e quindi non occorre nemmeno tentare di spiegargliela. Né dovremmo permettere loro di intervenire nei tentativi di risolvere il conflitto – a meno che non accettino il punto di vista di Israele. Tutto quanto possono fare, come i governi nostri dicono al mondo da anni, è di permettere a “noi”, gli israeliani, in quanto rappresentanti della parte “civilizzata” e “razionale” nel conflitto, di trovare una soluzione equa per “noi stessi” e per l’altra parte, i palestinesi, che in definitiva compendiano il mondo arabo “non civilizzato” ed “emotivo” al quale la Palestina appartiene. Da quando gli Stati Uniti si sono dimostrati pronti ad adottare questo approccio perverso e ad avallare l’arroganza che lo sostiene, abbiamo avuto un “processo di pace” che non ha portato, e non poteva portare, da nessuna parte, dal momento che ignora totalmente il nocciolo del problema.

Ma la storia del 1948 non è per niente complicata e quindi questo libro è scritto sia per quanti vi si avvicinano per la prima volta, sia per quanti, già da molti anni e per varie ragioni, sono stati coinvolti nella questione palestinese e nei discorsi su come giungere a una soluzione. È nostro dovere strappare dall’oblio la semplice ma orribile storia della pulizia etnica della Palestina, un crimine contro l’umanità che Israele ha voluto negare e far dimenticare al mondo. Non tanto per un atto di ricostruzione storiografica o per un dovere professionale, ma per una decisione morale, in assoluto il primo passo da compiere se vogliamo che la riconciliazione possa avere una possibilità e la pace possa mettere radici nelle terre lacerate di Palestina e Israele.”

Ilan Pappe, La pulizia etnica della Palestina

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