La logica occidentale – Oriana Fallaci

Scritto da: Lucia Senesi

 

” “Dottor Khan,” ha esclamato infine Moroldo “non potevamo scegliere un posto più sicuro?”

Khan s’è stretto nelle spalle.

“Io ci sono abituato. Non ho visto altro dacché sono al mondo. Sono nato dalla morte. E cosa sia questa pace di cui parlate tanto, non lo so davvero.”

“Ma può immaginarla, dottor Khan.”

“No. Vede, quando scoppiò la guerra in Israele, mi faceva uno strano effetto leggere i vostri giornali. Non capivo perché se la pigliassero tanto. Per me Israele era un paese che tornava alla normalità, cioè alla guerra.”

“E la libertà? Quella sa immaginarla, dottor Khan?”

“No. L’ho letta sui libri di Pascal e di Sartre. Ma non so cosa sia. Cos’è?”

 

Allora gli ho chiesto da che parte fosse lui, se con i vietcong o con gli americani, e la sua risposta è giunta secca.

“Né con gli uni né con gli altri: ha letto Camus? Io mi sento come Lo Straniero. Tutto mi lascia indifferente, freddo. La guerra io la guardo senza condanna, la guardo come un temporale perpetuo e contro il quale non si può fare nulla. O, se preferisce, come un esquimese guarda la neve: l’elemento naturale in cui vivere.

– Dottor Khan, ma allo Straniero taglian la testa.

– Anche questa eventualità mi lascia del tutto freddo. La morte, sa, ha un valore reativo. Quando è poca, conta. Quando è molta, non conta più. Se muore un bambino sotto un’automobile a Roma o a Parigi, tutti piangono sulla grande disgrazia. Se muoiono cento bambini quaggiù, tutti insieme, per una bomba o una mina, senti solo un po’ di pietà. Uno più, uno meno, che importa? Li guardi come guardavi i cadaveri degli Ebrei in Germania. Io, quando in ospedale mi arriva un tale molto malato, non tento nemmen di salvarlo. Gli do un po’ di morfina e lo lascio crepare.

 

– Non si può lasciarsi andare così, alla rassegnazione.

– La mia non è neppure rassegnazione, è silenzio. Quando verrà il mio momento resterò in silenzio. Tutt’al più penserò: mi è andata bene fino ad oggi. E’ l’atteggiamento di molta gente in Vietnam. Il dolore per noi è un fatto ovvio non ci arrabbiamo di fronte al dolore: cerchiamo di sopravvivere e basta. Andiamo a ballare, organizziamo feste, e peggio per chi muore, capisce?

– No, non capisco.

– Non può capire. Lei è venuta qui con la sua logica occidentale, con la sua scuola umanitaria: tutti gli uomini sono uguali, la vita è bella e non bisogna farsi ammazzare eccetera. Chiacchiere, imbecillità. Qui non attaccano, cara mia, perchè qui si mangia il riso, non si mangia il pane. Qui il pensiero non significa logica. Qui la vita e la morte sono la stessa cosa. Morire, vivere, dipende forse da me? Dalla mia scienza medica? E dipende forse da me, dalla mia scienza medica che un tedesco chiamato Karl Marx abbia scritto un libro, che ora per via di quel libro ci sia una guerra ideologica fatta da analfabeti?

– Sta dicendo che la colpa va attribuita a Karl Marx?

– Non più di quanto vada attribuita alle vostre chiacchiere sulla democrazia e libertà. Non mi chieda di prender posizione: non posso, non voglio. Il mio paese io lo vedo come un ammalato che qualcuno contagiò. Ma poichè non sta a me guarirlo, e forse non guarirà mai, non m’importa nemmen di sapere chi fu a dargli il contagio.” ”

 

Oriana Fallaci, Niente e così sia

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