Oriana Fallaci fra l’eroina e la donna – La biografia di Cristina De Stefano

Testo di: Lucia Senesi

“ Io non ho mai autorizzato, né autorizzerei mai, una mia biografia personale. Te l’ho detto mille volte. I miei avvocati hanno sempre fermato coloro che volevano scrivere la mia biografia personale cioè la storia della mia vita e della mia famiglia. E conosci le ragioni. Una è che non affiderei mai a un’altra persona la storia della mia vita; una è che i biografi sono traditori come i traduttori e in buona o cattiva fede sbagliano sempre; una è che sono ossessionata dalla privacy.”

Cristina De Stefano apre i suoi ringraziamenti citando così Oriana Fallaci. E aggiunge: “E’ chiaro che avrebbe disapprovato questo libro.”

Diceva Calvino: “Io sono ancora di quelli che credono, con Croce, che di un autore contano solo le opere. (Quando contano, naturalmente.) Perciò dati biografici non ne do, o li do falsi, o comunque cerco sempre di cambiarli da una volta all’altra. Mi chieda pure quello che vuol sapere e Glielo dirò. Ma non Le dirò mai la verità, di questo può star sicura.”

Eppure, eppure. Anch’io che solitamente mi allineo a questo tipo di approccio, ho posto una deroga nel caso di Beethoven, (di cui ho letto, naturalmente, la biografia scritta da Maynard Solomon), e di Limonov (ma siamo sicuri che il libro di Carrère sia considerabile una semplice biografia?) e, alla fine, ho ceduto anche per la Fallaci.

Tanto non c’è niente da fare: Oriana Fallaci è una di quelle scrittrici, anzi diciamolo meglio, di quegli scrittori (lei non ha mai declinato questa parola al femminile), con cui prima o dopo tutti coloro che vogliono fare della propria scrittura una professione devono confrontarsi. Oriana Fallaci, come Pasolini, è un personaggio dalle mille sfaccettature, uno di quelli che ha fatto tutto e anche quello che non ha fatto puoi star certo che l’avrebbe fatto meglio di te. La regista, per esempio. Basta leggere uno qualunque dei suoi libri, o delle sue interviste. Messe in scena da manuale, dettagliate minuziosamente da tener banco a Proust.

Orianabio

E allora no, non posso essere d’accordo con Cristina: io credo che questo libro le sarebbe piaciuto. Magari non l’avrebbe mai detto, ma magari sì; come ne “Il sesso inutile” quando confessa di aver comprato un giornale dove era stato pubblicato un articolo su di lei, per pura vanità, dice. Non si nascondeva dietro a nulla, la Fallaci. Neanche dietro a se stessa.

E’ sempre difficile in realtà sapere come si sarebbero espressi i grandi personaggi in merito a qualcosa; del resto la loro genialità sta tutta nella loro criticità imprevedibile, nei loro punti di vista più unici che di minoranza, lo abbiamo già detto.

Quindi dirò perché a mio avviso le sarebbe piaciuta questa sua biografia.

Prima di tutto perché Cristina ce la restituisce umana, e lo fa partendo dal punto di vista più scontato ma, se ci si pensa, quello fondamentale: il nome.

Oriana, ci racconta Cristina, come la duchessa di Guermantes. I genitori della Fallaci erano molto poveri, ma compravano tanti libri, a rate. Ed erano appassionati di Proust. La duchessa di Guermantes, Oriane. E la Fallaci ne ha ereditato il fascino indiscutibile, la capacità di entrare in una stanza e attirare attorno a sé tutti i presenti, che interrompono le loro attività, inspiegabilmente attratti da lei, dalla sua sola presenza. Ma è anche vero che la Fallaci è tanto diversa da quell’Oriane, salottiera, che denigra gli altri per esaltare se stessa, quell’Oriane interessata solo a se stessa. Tutte cose contro le quali la Fallaci ha combattuto per tutta la vita, ovunque le vedesse. A destra, a sinistra, al centro. E così, naturalmente, odiata da tutti. A destra, a sinistra, al centro.

Cristina ci restituisce la donna Oriana, accanto a Oriana, l’eroina. Sì, perché alla fine la vera eroina tragica è lei, molto più dei personaggi che impariamo a conoscere attraverso i suoi racconti. Oriana con la passione per la tragedia ( “Ma di quale tragedia parla? V’è solo un tipo di tragedia e si basa su tre elementi che non cambiano mai: l’amore, il dolore, la morte.” ), che presto l’attirerà in modo incontrollabile alla guerra, perché alla guerra ci va chi è “solo e infelice”. “Dipende dalla dose di infelicità. Se è troppa, non hai più voglia di combatterla. Solo di scordarla per un attimo, con un brivido. Chi ha detto quella terribile sentenza: capita a volte a chi ha perso tutto di perdere anche sé stesso?”

OrianaVietnam

Oriana che va alla guerra, Oriana che intervista i potenti come un giornalista normale farebbe con il bottegaio sotto casa, Oriana che lascia la propria foto agli astronauti e loro la portano sulla Luna, Oriana che snobba i divi hollywoodiani, Oriana quattordicenne che porta le bombe nel cestino della bicicletta, Oriana adolescente che disobbedisce agli ordini dei datori di lavoro, Oriana adulta che salta senza pensarci due volte sull’elicottero, sapendo che quello che ha perso appena cinque minuti prima è stato abbattuto dai vietcong; ancora Oriana che si mette in lista per le missioni speciali, che, in mocassini, siede su un aereo militare che deve sganciare le bombe al napalm, Oriana che se la prende con gli studenti americani francesi italiani che inneggiano a Che Guevara ma poi si vestono con le camicie a trine e vanno in giro con i fuoristrada di papà, ma ancora Oriana che si schiera dalla parte degli studenti poveri a Città del Messico e manca poco che si fa ammazzare per non abbandonarli.

Tutto questo come se sapesse che non sarebbe morta lì, come se sapesse che il Destino aveva qualcos’altro in serbo per lei. Quel Destino di cui non si è mai liberata. Oriana, l’eroina tragica che corre incontro al proprio Destino.

E accanto a lei, l’Oriana donna. Quella tenera: l’Oriana che lavora a maglia, che cucina e pulisce casa, che si rifiuta di avere una donna che faccia le pulizie al suo posto, che si commuove, che piange, che soffre, che non riesce a trovare pace, persa dietro ai suoi amori disperati, ai suoi standard troppo elevati, alla sua incontentabilità fisiologica. E mentre tutte le donne sognavano di essere lei, lei sognava una vita normale. Un marito, tanti bambini, una bella famiglia, un casolare nella Toscana dov’era nata. E invece.

E’ la vita.”, scrive, “A volte credi che due occhi ti guardino e invece non ti vedon neanche. A volte credi d’aver trovato qualcuno che cercavi e invece non hai trovato nessuno. Succede. E se non succede, è un miracolo. Ma i miracoli non durano mai.

Gli effetti benefici della rassegnazione, li chiamava Proust.

La sua delusione nei confronti del mondo che arriva prestissimo: “Io lo guardai andare via, biondo, secco, indifeso, un ragazzino quasi come me, e la mia infanzia fu di colpo finita, finiti i miei quattordici anni, la mia capacità di perdonare.”

“Per me la qualità più importante in un uomo è il coraggio.”, dice in un’intervista. “Il coraggio abbinato alla dignità.” Coraggio, dignità, lavoro, impegno, coerenza. Ecco il metro con cui misurerà tutto, per il resto della vita, e quello che gli costerà tutta la solitudine possibile.

“Qualsiasi cosa mi capitasse di fare, di vedere, di udire, io la misuravo usando quel metro: perfino l’amore, mio Dio. Ormai donna, sciupai i primi anni della giovinezza paragonando gli uomini che via via conoscevo ai miei eroi: rifiutandoli perché non somigliavano affatto ai miei eroi. Poche creature, io temo, sono state perseguitate da un ricordo o da un equivoco quanto lo sono stata io.”

Oriana e i suoi amori sfortunati. Il primo che non l’amava, mentre lei avrebbe dato la vita per lui. Il secondo sposato, che non riesce a lasciare la famiglia. Il terzo Alekos.

E un po’ come Anna nel Maometto II: “Amo … ma pria sepolta / Che cedere all’amor ; e un po’ come l’Erika della Jelinek: “Io non ho sentimenti, Walter, e anche se ne avessi per un giorno essi non prevarranno mai sulla mia intelligenza.”, lei afferma:

“Sono troppo rissosa, aggressiva, non perdono mai. Non so perdonare. Mai! Non so dimenticare. Mai! Questo è molto brutto. E a volte mi piace vendicarmi. Questo è bruttissimo, anche se lo faccio in modo aperto: come i cani che prima di mordere abbaiano. (…) Non sparo mai per prima, mai. Porgo sempre la mano, e per prima. Se poi me la mordono, ammazzo: sì. Ma non è umano? E non ho nulla da nascondere nulla. Non c’è nulla di cui possa vergognarmi. Nulla. Non ho mai venduto me stessa, né moralmente, né fisicamente.”

Oriana che non ha mai approfittato del fatto di essere donna e di essere bella: “Era molto carina e lo sapeva. Ma non usò mai questa sua indole femminile con i militari per carpire delle informazioni, come facevano molte altre sue colleghe. Lei era diversa, era superiore, voleva conoscere, capire.”, dice François, il suo secondo amore. Forse se con lui le cose fossero andate diversamente, la vita di Oriana sarebbe cambiata. Forse quel François riflessivo, che più che somigliarle la completava, avrebbe potuto renderla felice. Ma Vita e Destino sono regolati a modo loro, e François messo alle strette fra sua moglie e suo figlio da una parte e lei dall’altra, sceglie i primi due.

Oriana, sola contro tutti, che tuona: “Il fascismo non è un’ideologia, è un comportamento”!

Scrive Cristina: “Una giornalista scomoda, che dice sempre quello che pensa. Il risultato è che, con il tempo, si inimica tutti: per la sinistra italiana è una conservatrice, per il governo americano una sovversiva.”

Orianaverità

Oriana a cui non piace praticamente nessuno, ma che si lascia conquistare dal garbo di Pertini, e prova una vera e propria affinità elettiva nei confronti di Pietro Nenni al quale scrive “Lei mi incanta senza far fatica. Lei appartiene alla mia educazione, alla mia cultura, ai miei sentimenti”.

Oriana che da buona eroina tragica a un certo punto si chiude in un ostinato silenzio. Ricordate Rosenzweig? “Poiché questo è il contrassegno del Sé, il marchio della sua grandezza come anche il segno della sua debolezza: il tacere. L’eroe tragico possiede solo un linguaggio che gli si addice completamente: appunto il tacere. Così è fin dall’inizio. Il tragico ha elaborato la forma artistica del dramma proprio per poter rappresentare il silenzio. Tacendo l’eroe rompe i ponti che lo congiungono con dio e col mondo, abbandona la regione della personalità, che si definisce e si individualizza mediante la parola, per innalzarsi nella gelida solitudine del Sé. Il Sé non sa nulla fuori di sé, è perfettamente solo. E come potrà affermare questa sua solitudine, questo caparbio chiudersi in se stesso, se non appunto tacendo?”

Ed ecco la sua passione per Alekos, in cui rivede se stessa al maschile; Alekos così simile a lei, così troppo simile.

“La solita fiaba dell’eroe che si batte da solo, preso a calci, vilipeso, incompreso. La solita storia dell’uomo che rifiuta di piegarsi alle chiese, alle paure, alle mode, agli schemi ideologici, ai principi assoluti da qualsiasi parte essi vengano, di qualsiasi colore si vestano, e predica la libertà. La solita tragedia dell’individuo che non si adegua, che non si rassegna, che pensa con la propria testa, e per questo muore ucciso da tutti.”

E in un’intervista in cui parla di Inshallah dice: “Sentimentalmente sono la cavalla bianca.” Pensa, fa un tiro di sigaretta e specifica: “Quella che, da ultimo, viene sparata da tutti, tormentata, e infine uccisa.” “Sì”, dice sorridendo e portando di nuovo la sigaretta alla bocca, “sono la cavalla bianca”.

La verità è che Oriana Fallaci è sempre stata dalla parte dei deboli, dei guerrieri delle Termopili, e mai da quella dei prepotenti travestiti da buoni, degli eserciti superequipaggiati; ed è una scelta che ha pagato a caro prezzo, sempre, tutt’ora. Una scelta che pochi le perdonano.

Dunque leggete il libro di Cristina De Stefano. E se non avete mai perdonato la Fallaci eroina, forse riuscirete a perdonare la Fallaci donna.

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One comment

  1. niente da perdonare a questa straordinaria donna di cui ho letto tutto, ma proprio tutto tutto, con amore, dedizione, meraviglia, abbagliata dal modo sì semplice di scrivere ma tanto eloquente, come pochi sanno fare. L’ho amata tantissimo in vita, continuo ad amarla oggi ancora più agganciata alla memoria delle tante vite da lei vissute, provando ancora le stesse sensazioni rileggendo i suoi scritti, i suoi appunti, le frasi che alcuni vorrebbero cancellare e comunque ravvisano la splendida femmina che è sempre stata in lei .

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