Cosa raccontare ai bambini – Oriana Fallaci e Natalia Ginzburg

Scritto da: Lucia Senesi

 

” E così, vedi, non avevo mai dimenticato la domanda di Elisabetta: “La vita cos’è?”. E per molti mesi avevo cercato una risposta migliore di quella che le avevo dato prima di andare in Vietnam: “La vita è il tempo che passa fra il momento in cui si nasce e il momento in cui si muore”. Ma non ero riuscita a trovarla: si può forse imporre la propria amarezza a un bambino? Ti dirò, in fondo al cuore la tentazione c’era. E pensavo basta con le fiabe sui coniglietti, sulle farfalle, sugli angeli custodi, basta con i soliti imbrogli, quando nasci ti presentano il mondo come un miracolo di dolcezza di grazia e di bontà, poi cresci e t’accorgi che le farfalle son vermi, che i coniglietti si mangiano, che gli angeli custodi non esistono: e se la verità gliela confessassimo fin dall’inizio? Tutto mi spingeva a farlo in quest’estate che avanza all’ombra della violenza, della brutalità, della prepotenza. Ricordi l’estate del 1968?

Rientrai a New York dodici ore dopo l’assassinio di Robert Kennedy. In Aprile Martin Luther King, in giugno Robert Kennedy. Uscivo dal sangue per ricadere sempre nel sangue e il volto ottuso di Shiran Shiran, i suoi occhietti bestiali, non mi aiutavano certo a incanalare i miei dubbi verso l’ottimismo. Non mi aiutava neanche la sedia elettrica con cui la società civile si apprestava a punirlo perché se Shiran Shiran si fosse tolto alla guerra la voglia di sparare, ammazzare, mirando un disgraziato qualsiasi, invece della sedia elettrica gli avrebbero consegnato una medaglia per servigi resi alla patria, pensavo. Del resto, se distoglievi lo sguardo dal sangue di Bob cos’altro trovavi? Le fotografie dei bambini che morivan di fame o di bombe nel Biafra, i combattimenti fra gli arabi e gli israeliani, i carri armati sovietici a Praga, i vandalismi degli studenti borghesi che osano invocar Che Guevara e poi vivono in case con l’aria condizionata e col cuoco, a scuola ci vanno con la fuoriserie di papà e al night-club esibiscono camicie di trina. Vieni qua, Elisabetta, le fiabe te le racconto io. Lo vedi questo signore biondo che avanza stringendo le mani perché vuol diventare presidente e d’un tratto cade per non rialzarsi più? E’ la vita. Lo vedi questo bambino nero che ha la testa ridotta ad un teschio? E’ la vita. Lo vedi questo soldato scalzo che si trascina nel deserto mentre un aereo lo mitraglia? E’ la vita. Lo vedi questo corteo di autoblindo con la stella rossa? E’ la vita. Lo vedi questo cretino coi capelli lunghi che fa finta di fare le barricate senza sapere perché? E’ la vita. E intanto a Parigi i rappresentanti del cinismo al potere fingevano di cercare la pace in saloni colmi di lampadari preziosi tappeti soffici cordoncine dorate (…)

Lo so: la vita, François, è una condanna a morte. Però hai ragione a non dirmelo. E proprio perché siamo condannati a morte bisogna attraversarla bene, riempirla senza sprecare un passo, senza addormentarci un secondo, senza temer di sbagliare, di romperci, noi che siamo uomini, né angeli né bestie ma uomini. Vieni qua, Elisabetta, sorellina mia. Un giorno mi chiedesti cos’è la vita: vuoi ancora saperlo?

“Sì, la vita, cos’è?”

“E’ una cosa da riempire bene, senza perdere tempo. Anche se a riempirla bene si rompe.”

“E quando è rotta?”

“Non serve più a niente. Niente e così sia.” “

Oriana Fallaci, Niente e così sia

 

” E siamo gente senza lacrime ormai. Quello che commoveva i nostri genitori non ci commuove più affatto. I nostri genitori e la gente più vecchia di noi ci rimprovera per il modo che abbiamo di allevare i bambini. Vorrebbero che mentissimo ai nostri figli come loro mentivano a noi. Vorrebbero che i nostri bambini si trastullassero con fantocci di felpa in graziose stanze riverniciate di rosa, con alberelli e conigli dipinti sulle pareti. Vorrebbero che circondassimo di veli e di menzogne la loro infanzia, che tenessimo loro accuratamente nascosta la realtà nella sua vera sostanza. Ma noi non lo possiamo fare. Non lo possiamo fare con dei bambini che abbiamo svegliato di notte e vestito convulsamente nel buio, per scappare o nasconderci o perché la sirena d’allarme lacerava il cielo. Non lo possiamo fare con dei bambini che hanno veduto lo spavento e l’orrore sulla nostra faccia. A questi bambini noi non possiamo metterci a raccontare che li abbiamo trovati nei cavoli o di chi è morto dire che è partito per un lungo viaggio.

C’è un abisso incolmabile fra noi e le generazioni di prima. I loro pericoli erano irrisori e le loro case crollavano assai raramente. Terremoti e incendi non erano fenomeni che si verificassero di continuo e per tutti. Le donne lavoravano a maglia e ordinavano il pranzo alla cuoca e ricevevano le amiche nelle case che non crollavano. Ciascuno meditava e studiava e attendeva a comporre la sua vita in pace. Era un altro tempo e magari si stava bene. Ma noi siamo legati a questa nostra angoscia e in fondo lieti del nostro destino di uomini. “

Natalia Ginzburg, Le piccole virtù, Il figlio dell’uomo

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