George Orwell e le regole del buon comunicatore

Testo di: Lucia Senesi

 

Qualche giorno fa, Luca Sofri ha scritto un post dedicato a George Orwell e alle regole che bisognerebbe tenere a mente quando si scrive di politica (e non solo). Si trovano nel piccolo libro (saggio) di cui vi ho già parlato più volte: Why I write, e sono le seguenti:

 

1. Mai usare una metafora, una similitudine o un’altra figura retorica che siete soliti leggere sui giornali.
2. Mai usare una parola lunga quando una breve funziona lo stesso.
3. Se si può togliere una parola, toglietela sempre.
4. Mai usare il passivo quando potete usare l’attivo.
5. Mai usare una frase straniera, un termine scientifico, una parola di qualsiasi gergo se sapete pensare all’equivalente in inglese comune.
6. Piuttosto che scrivere una cosa orrenda ignorate le regole precedenti.

 

E ancora: “Uno scrittore scrupoloso, in ogni frase che scrive, dovrebbe farsi almeno quattro domande, che sono: Cosa sto cercando di dire? Quali parole saranno in grado di esprimerlo? Che immagine o idioma lo renderanno più chiaro? Questa immagine è abbastanza fresca perché possa avere effetto? E probabilmente se ne farà altre due: Potrei dirlo in modo più breve? Ho detto qualcosa di cattivo che si poteva evitare?”

Ora, io lo so cosa state pensando. State pensando: e tu quest’ultima domanda te la poni, Lucia? Ma certamente. E me la pongo sempre per prima. Mi dico: sei sicura di non essere stata ingiustamente terribile? E poi mi rispondo: ma certo! Anzi, sei stata ancora troppo gentile, comprensiva, indulgente.

Ma per tornare seri. Dice Orwell: “L’opinione che l’arte non dovrebbe avere niente a che fare con la politica, è già in sé un’opinione politica.” Ed esorta a capire bene di cosa stiamo parlando, quando stiamo parlando: “Dal momento che non sai cos’è il Fascismo, come puoi combattere contro il Fascismo?”

In questi giorni ho preso parte a due lezioni di comunicazione tenute da Alberto Daniele, e mi sono sorpresa nel constatare che tutte le regole di cui parla Orwell sono anche le regole che stanno alla base di ogni buona comunicazione (e di ogni buon comunicatore).

Infatti, a dispetto di quel che crediamo, o di ciò che viene comunemente detto, il buon comunicatore è colui che ascolta, che cerca di mettersi nei panni dell’altro, che si esprime in modo chiaro, e in modo chiaro risponde alle domande; non colui che zittisce tutti e pretende di avere sempre ragione.

Tuttavia, specifica Alberto Daniele: “I gruppi hanno bisogno di un leader. Se non c’è un leader, emergerà qualcuno che farà il leader”. Dice Orwell a questo proposito: “I so soltanto che gli uomini giusti arriveranno quando le persone li vorranno davvero, perché sono i movimenti che fanno i leader e non i leader i movimenti.”

Ecco, forse dovremmo imparare a scegliere meglio i nostri leader. Forse dovremmo lasciar perdere tigri e pecore (e anche gufi). Forse basterebbe semplicemente un uomo.

Orwellregole

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