Il potere – Oriana Fallaci

Scritto da: Lucia Senesi

 

” Era morto l’uomo che amavo e m’ero messa a scrivere un romanzo che desse senso alla tragedia. Per scriverlo m’ero esiliata in una stanza al primo piano della mia casa in Toscana ed era stato come infilarsi in un tunnel di cui non si intravede la fine, uno spiraglio di luce. La stanza era in realtà un corridoio brevissimo, arredato con alcuni scaffali di libri, un tavolino, una sedia, e male illuminato da una mezza finestra che s’apriva su un campo di ulivi. Al bordo del campo e proprio sotto la mezza finestra, un pero su cui mi cadeva lo sguardo quando alzavo gli occhi in cerca di sole. Non uscivo di casa neanche per recarmi in giardino o alla piscina, non comunicavo nemmeno con le persone della mia famiglia. All’alba mi alzavo, sedevo al tavolino, ci restavo fino a notte inoltrata ammucchiando fogli scritti che a volte approvavo e a volte gettavo. Tutt’al più mi interrompevo per andare giù da mia madre che si estingueva come una candela in un letto, divorata da un invisibile mostro che chiamavano cancro.

Con identici passi, identici gesti, scendevo le scale che portano al piano terreno, attraversavo il salone col grande orologio che ogni sessanta minuti suonava col rintocco della Westminster Bell, ed entravo nella camera dove lei giaceva con adirata rassegnazione: il bel volto sempre più smunto, le belle mani sempre più affilate. «Come stai?» «Male.» Parlavamo poco, quasi avessimo paura di dirci quel che pensavamo: «Ora te ne vai anche tu», «Ora me ne vado anch’io». Le pause che trascorrevo con lei erano un susseguirsi di movimenti che rubavo all’infermiera e che avevano l’unico scopo di mascherare il nostro silenzio: sollevarla in una posizione meno scomoda, aggiustarle i guanciali, controllare le bombole dell’ossigeno grazie a cui respirava. Esaurito il cerimoniale, lei bisbigliava una frase: quasi sempre la stessa. «Diventerai cieca su quel libro.» Io rispondevo scherzosa che mi sarei messa gli occhiali, posavo un timido bacio sulla fronte d’avorio, riattraversavo il salone, risalivo le scale, e tornavo al mio esilio privo di rapporti col mondo.

Dentro il tunnel lo spazio non aveva più spazio, il tempo non aveva più tempo, e la Storia non esisteva. Non vedevo mai nessuno, non rispondevo mai al telefono, non leggevo mai i giornali: il mio cervello era un muscolo, che agiva esclusivamente in funzione della fatica in cui mi stavo distruggendo, del fantasma a cui cercavo di ridare vita col ricordo e con la fantasia. (…) Ignoravo perfino il calendario. A raccontarmi il trascorrere d’una giornata c’era soltanto l’orologio del salone, il suo ripetere ogni sessanta minuti quei rintocchi ossessivi; a testimoniare l’alternarsi delle stagioni c’era soltanto il pero sotto la mezza finestra. Grondava pere quando m’ero messa al tavolino, sicché doveva essere estate, ma dopo un poco aveva ingiallito le foglie sicché doveva esser giunto l’autunno, dopo un poco le aveva perdute denudandosi in mezzo alla neve sicché doveva esser giunto l’inverno. E poi doveva essere inverno perché faceva freddo e pioveva e qualcuno parlava d’un Natale trascorso sebbene non rammentassi d’aver festeggiato il Natale, qualcuno parlava d’un Capodanno anch’esso trascorso sebbene non rammentassi d’aver festeggiato il Capodanno. Era stato forse la volta in cui ero rimasta con mia madre più a lungo e l’avevo aiutata a mangiare un dolce che non riusciva a inghiottire?

* * *

«Non riesco a liberarmene» dissi all’amico che annunciando una sorpresa m’aveva invitato a cena e che, appena uscito dal centro di Washington, guidava sull’autostrada della Virginia. «Mi segue ovunque vada, qualsiasi cosa faccia, neanche fosse geloso del mio ritorno alla vita e volesse impedirmelo.» Pubblicato a giugno in Italia, Un uomo aveva sollevato un tumulto pari al suo successo e ciò che avevo temuto s’era avverato: l’incubo continuava. Quasi ciò non bastasse, presto sarebbe stato tradotto in quindici lingue, e in ogni paese si sarebbe rinnovato il soffocante cerimoniale del lancio, delle lodi e delle polemiche che rinverdivano la presenza del fantasma resuscitato. «Non ci riesco perché è un morto che non vuole morire.»
«Non può più morire ora che l’hai strappato all’oblio» rispose l’amico. «Non può più riposare, permetterti di dimenticarlo. Ti perseguiterà sempre. Lo avrai sempre al tuo fianco, nel tuo letto, nel tuo cervello. Ora non hai altra scelta che quella di imparare a viverci insieme senza permettergli di sequestrare la tua mente, la tua intelligenza. Smetti di parlarne, fai qualcos’altro. Riprendi a intervistare la Storia.»
Scossi la testa: «Intervistare la Storia significa intervistare il Potere, e ne ho abbastanza di scrivere sopra il potere. Quel libro non è forse sul potere, non racconta forse la fiaba di un uomo in lotta contro il potere e ucciso dal potere?».
«Sì, ma non dice tutto sopra il potere. Non dice ad esempio che cosa sarebbe diventato quell’uomo in lotta contro il potere e ucciso dal potere se fosse sopravvissuto e fosse andato al potere.»
«Si sarebbe comportato bene» replicai, offesa.
«Non ne sono certo, anche se mi piace pensarlo. Il potere è una malattia che contagia anche chi crede d’esserne vaccinato. È un diavolo che porta all’Inferno anche gli angeli del Paradiso. Se egli fosse sopravvissuto e un giorno fosse andato al potere, avrebbe perso tutta la sua innocenza, tutta la sua purezza. E avrebbe fatto quel che fanno gli altri: si sarebbe corrotto, sarebbe diventato malvagio. Non lo avresti più amato.»
«Non è possibile! Non è vero!»
Sorrise senza distogliere gli occhi dall’autostrada. «È possibile ed è vero. Succede qualcosa agli uomini e alle donne che arrivano in un modo o nell’altro al potere. Qualcosa che li imbruttisce, che li incattivisce, che li distrugge e li induce a distruggere anche se volevano costruire sulla Terra il Giardino dell’Eden. Lo sai quanto me. E così mentono anche se prima erano sinceri, diventano vanitosi anche se prima erano modesti, prepotenti anche se prima erano tolleranti. Uccidono anche se prima erano incapaci di schiacciare una mosca. Non si salva nessuno dal potere: a qualsiasi livello, in qualsiasi regime, nelle democrazie come nelle rivoluzioni. Guarda i rivoluzionari del nostro tempo: non si è salvato Lenin, non si è salvato Tito, non si è salvato Mao Tse-tung, non si è salvato Castro. Eppure all’inizio non erano mossi da intenzioni malvagie.»

«Erano mossi dall’idea di sostituire l’altrui potere col proprio potere!»
«No, erano mossi da un sogno. Il sogno di cambiare il mondo, renderlo migliore. E per quel sogno avevano sacrificato una vita tranquilla, magari agiata, avevano rischiato la vita, s’erano fatti perseguitare, arrestare, esiliare. Non avevano ambizioni personali, o non sempre. Non intendevano mentire, tradire, uccidere. Eppure, appena abbattuto il potere che mentiva, tradiva, uccideva, hanno incominciato a mentire e a tradire e a uccidere. Sono diventati tiranni. Quanto ai leader che nessuno oggi osa definire tiranni, come Churchill o Roosevelt o De Gaulle, potrei dimostrarti che fino a un certo punto furono tiranni anche loro. E comunque non li definirei campioni di innocenza e di purezza. Hanno tradito e mentito e ucciso quanto i tiranni riconosciuti.»
«Forse perché non erano puri, non erano innocenti neanche prima.»
«In alcuni casi no. In altri lo erano, invece. E hanno cessato d’esserlo appena si sono trovati al comando. Io ti dico che nemmeno Giovanna d’Arco, se fosse diventata regina di Francia, sarebbe rimasta pura e innocente. E non escludo che, come condottiero, non abbia commesso qualche infamia, o almeno alcune ingiustizie. Anche un capotreno diventa arrogante quando sa di amministrare i suoi passeggeri.» ”

 

Oriana Fallaci, Intervista con il potere

 

OrianaeAlekos

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