Il potere (Vol. II) – Oriana Fallaci

Scritto da: Lucia Senesi

 

Orianadedica1

 

” Io non mi sento, né riuscirò mai a sentirmi, un freddo registratore di quel che ascolto e che vedo. Su ogni esperienza professionale lascio brandelli d’anima, a quel che ascolto e che vedo partecipo come se la cosa mi riguardasse personalmente o dovessi prender posizione, (infatti la prendo, sempre, in base a una precisa scelta morale), e dai ventisei personaggi non mi recai col distacco dell’anatomista o del cronista imperturbabile. Mi recai oppressa da mille rabbie, mille interrogativi che prima di investire loro investivano me stessa, e con la speranza di comprendere in che modo, stando al potere o avversandolo, essi determinano il nostro destino. Per esempio: la storia è fatta da tutti o da pochi? Dipende da leggi universali o da alcuni individui e basta? (…)

Non riesco a escludere insomma che la nostra esistenza sia decisa da pochi, dai bei sogni o dai capricci di pochi, dall’iniziativa o dall’arbitrio di pochi. Quei pochi che attraverso le idee, le scoperte, le rivoluzioni, le guerre, addirittura un semplice gesto, l’uccisione di un tiranno, cambiano il corso delle cose e il destino della maggioranza.
Certo è un’ipotesi atroce. È un pensiero che offende perché, in tal caso, noi che diventiamo? Greggi impotenti nelle mani di un pastore ora nobile ora infame? Materiale di contorno, foglie trascinate dal vento? E per negarlo abbracci magari la tesi dei marxisti secondo cui tutto si risolve con la lotta di classe: la-storia-la-fanno-i-popoli-attraverso-la-lotta-di-classe. Però presto ti accorgi che la realtà quotidiana smentisce anche loro, presto obbietti che senza Marx non esisterebbe il marxismo (nessuno può dimostrare che, se Marx non fosse nato o non avesse scritto Il capitale, John Smith o Mario Rossi l’avrebbero scritto). E sconsolato concludi che a dare una svolta anziché un’altra son pochi, a farci prendere una strada anziché un’altra son pochi, a partorire le idee, le scoperte, le rivoluzioni, le guerre, a uccidere i tiranni son pochi. Ancor più sconsolato ti chiedi come siano quei pochi: più intelligenti di noi, più forti di noi, più illuminati di noi, più intraprendenti di noi? Oppure individui come noi, né meglio né peggio di noi, creature qualsiasi che non meritano la nostra collera, la nostra ammirazione, la nostra invidia?

Chi ci assicura che a scuola non ci abbiano insegnato menzogne? (…) Forse non capisco il potere, il meccanismo per cui un uomo o una donna si sentono investiti o vengono investiti del diritto di comandare sugli altri e punirli se non ubbidiscono. Sia che venga da un sovrano dispotico che da un presidente eletto, da un generale assassino che da un leader amato, il potere io lo vedo come un fenomeno disumano e odioso. (…)Non si sa mai dove incomincia e finisce il potere di un capo: l’unica cosa sicura è che non puoi controllarlo e che fucila la tua libertà. Peggio: è la dimostrazione più amara che la libertà in assoluto non esiste, non è mai esistita, non può esistere. Anche se bisogna comportarsi come se esistesse e cercarla. Costi il prezzo che costi.

(…) nella stessa misura in cui non capisco il potere, io capisco chi avversa il potere, chi censura il potere, chi contesta il potere, soprattutto chi si rivolta al potere imposto con la brutalità. Alla disubbidienza verso i prepotenti ho sempre guardato come all’unico modo di usare il miracolo d’essere nati. Al silenzio di chi non reagisce e anzi applaude ho sempre guardato come alla vera morte di una donna o di un uomo. E ascolta, il più bel monumento alla dignità umana per me resta quello che vidi su una collina del Peloponneso, insieme al mio compagno Alessandro Panagulis, il giorno in cui egli mi condusse da alcuni resistenti, ed era l’estate del 1973, Papadopulos era ancora al potere. Non si trattava di un simulacro, e nemmeno di una bandiera, ma di tre lettere, OXI, che in greco significa NO. Uomini assetati di libertà le avevano scritte tra gli alberi durante l’occupazione nazifascista e, per trent’anni, quel NO era rimasto lì: senza sbiadirsi alla pioggia ed al sole. Poi i colonnelli lo avevano fatto cancellare con una mano di calce. Ma subito, quasi per sortilegio, la pioggia e il sole avevano sciolto la calce. Sicché giorno per giorno le tre lettere riaffioravano testarde, disperate, indelebili. (…)

Introducendo l’intervista che emblematicamente chiude il libro, quella con Alessandro Panagulis, ho ritenuto opportuno aggiungere un largo brano che racconta cosa avvenne di lui. I motivi non sono sentimentali, cioè dovuti al fatto che Alekos fosse divenuto il compagno della mia vita, bensì morali. Egli è morto ucciso dallo stesso Potere che il libro denuncia e condanna e odia. A maggior ragione, dopo il suo assassinio, ciò che ho tentato di dire con questo mio lavoro va letto tenendo presente il NO che raffiorava, raffiora, testardo, disperato, indelebile, tra gli alberi di una collina del Peloponneso. ”

 

Oriana Fallaci, giugno 1977, Intervista con la storia

 

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