Beata la patria che non ha bisogno di eroi (e di semplificazioni)

Testo di: Lucia Senesi

 

Si sono dette diverse cose in questi giorni. Ieri sera guardavo Di Martedì, mi ha molto colpito l’intervento della professoressa, antropologa, Amanda Signorelli; che, intendiamoci, è sempre bello ascoltare, specie quando ricorda Durkheim: “i gruppi sociali hanno bisogno ogni tanto di una celebrazione collettiva che li renda compatti e capaci di agire”. Sparisce l’ideologia, fa notare la Signorelli, per lasciare spazio al mito. Bello, tutto molto bello. Peccato che poi la Signorelli mi cade in una di quelle semplificazioni spaventose, se mai mi sia concesso di farlo notare. Interrogata sulla differenza fra la Leopolda e la manifestazione della CGIL, dice: “Da una parte c’è il mito del successo, dall’altra il mito del lavoro. Questi due miti comportano una diversa struttura culturale.” E spiega la differenza, naturalmente ovvia, fra i comportamenti di chi insegue il successo e quelli di chi è interessato al lavoro. Insomma: da una parte i buoni e dall’altra i cattivi, da una il Bene e dall’altra il Male. E’ così lineare la realtà? Se fosse davvero così, oggi il Paese sarebbe in queste condizioni? Tutti questi grandiosi/e uomini e donne di sinistra si sono veramente interessati solo al lavoro durante questi anni? Sfido chiunque a dimostrarmi che è così.

Diceva Bobbio: “Cultura è equilibrio intellettuale, riflessione critica, senso di discernimento, aborrimento di ogni semplificazione, di ogni manicheismo, di ogni parzialità.”

 

norbertobobbio

 

Ma andiamo avanti. In puntata era presente anche la parlamentare del PD Anna Ascani. Partite da questo presupposto: se io dovessi scegliere fra la Signorelli e la Ascani, sceglierei la prima tutta la vita. Della seconda avevo visto soltanto un intervento nell’ultima Direzione Nazionale del PD, che non mi era piaciuto peraltro: né nei toni (e nei modi), né nei contenuti. Eppure quando si considera un atteggiamento, se si vuol conservare la propria coscienza critica, bisognerebbe sempre, nel farlo, prescindere dalla persona che lo assume. Eliminiamo le simpatie e le antipatie, e proviamo a essere oggettivi.

A un certo punto della serata, parlando di scuola, la professoressa Signorelli chiede all’Onorevole Ascani: “Mi scusi, lei sta nella scuola?” Risposta: “Io sì, ho fatto il tirocinio che serve per insegnare.” Replica: “Però la classe vera e propria davanti non ce l’ha mai avuta.” “Come no!” dice l’Ascani. E la professoressa Signorelli cosa fa? Le ride in faccia. Guardate che non è importante il merito della questione, importante è l’atteggiamento. Perché la professoressa Signorelli ride in faccia alla giovane parlamentare? Perché, è evidente, la professoressa Signorelli ha letto Durkheim, ha letto Marx, ha letto tutti filosofi tedeschi, e si sente più colta della sua interlocutrice. Dunque è convinta di essere nella posizione, non solo di non considerare quel che le viene detto, ma addirittura di non ascoltarlo proprio. La risata significa, più o meno: “senta, parliamo d’altro!” Ed è la stessa Amanda Signorelli che mezzora prima aveva indicato Renzi come il rappresentante del NON-ASCOLTO; diceva addirittura: l’ha teorizzato. Eppure lei, neanche mezzora dopo, ha fatto la stessa cosa. Ripeto, non è un giudizio sulla sua persona, è l’analisi di un atteggiamento. E che atteggiamento è questo? Non quello della professoressa Signorelli in sé, ma quello della sinistra radicale, che si sente in perenne posizione di superiorità, e dunque può dire ciò che va bene e ciò che non va, ciò che è giusto e ciò che non lo è, quello che si dovrebbe fare e quello che non si dovrebbe fare. E, questo è importante: quello che non possono fare, chi? Gli altri. A loro, naturalmente, tutto è concesso. Dimostrano una brillante capacità critica, quando si tratta di analizzare i comportamenti altrui; peccato che sparisca senza lasciare traccia come arriva l’ora del confronto, e tu chiedi loro: sì, ma voi?

La cultura, vedete, ha senso finché significa condivisione, ma la verità è che in tutti questi anni non si è fatto altro che allontanare da essa le persone, imponendo loro una servitù psicologica praticamente su tutto: poiché io sono più intelligente di te, la tua opinione deve assoggettarsi alla mia. Da qui, se ci pensate, la crescente, smisurata importanza, data ai libri di critica, che sono oramai più attesi di quelli di narrativa. Lo diceva anche Calvino: “La scuola e l’università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che parla d’un libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per far credere il contrario.”

Il culto della personalità nasce così: io che ho studiato nelle migliori università, io che scrivo per questi giornali, io che ho fatto questo e quest’altro, adesso ti spiego come funziona il mondo. Io-io-io.

Oggi le persone sono stanche, e mi verrebbe da dire: era l’ora. Dicono: certo, molto bello Marx, ma che avete fatto voi con Marx? Niente.

Niente. Guardate che ascoltare Corrado Augias, a fine puntata, parlare di Leopardi, e sentirlo sottolineare n-i-e-n-t-e , è stato inquietante. Oggi in tanti, più o meno giovani, sono stufi di quel niente; sicché si gettano disperati in un altro niente, se possibile ancora più profondo. Eppure nessuno se ne preoccupa, perché a tutti interessa soltanto il proprio popolo, la propria parte. “Il mio popolo!”, dicono, come se di popoli ne esistessero chissà quanti. La verità è che il popolo è solo uno e che non è di nessuno fuorché di se stesso. Questo popolo non ce la fa più e non è più disposto a farsi dare lezioni, perché chi vorrebbe impartirgliele ha perso qualunque credibilità. La sinistra radicale critica (giustamente o no) Renzi, il popolo risponde: bene, che offrite voi? Sempre la stessa minestra? No, grazie. Non siamo interessati, dice il popolo.

Quindi la sinistra radicale è a un bivio: continuare a dire che il popolo è così perché non legge Marx, perché è figlio dei patriarchi e anche perché non riesce a capire il profondo debito storico che ha nei confronti della sinistra (che poi, quale sarebbe?); oppure può iniziare a chiedere scusa, e anche a cambiare atteggiamento.

Concludo dicendo che a me Susanna Camusso, come persona, piace. La trovo vera, molto più vera di tanti sedicenti leader “di sinistra”, verso cui provo una fisiologica avversione. Ma non sarà che anche ai sindacati un po’ di sguardo autocritico non guasterebbe?

Diceva ancora Bobbio (con cui ho aperto e dunque chiudo): “Se è vero che il fine giustifica i mezzi, ne discende che il non raggiungimento del fine non consente più di giustificarli”. (No, non c’è mai stato il comunismo giusto, l’Unità, 3 aprile 1998)

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