L’ethos israeliano dello “spara e piangi” – Oriana Fallaci intervista Ariel Sharon

Testo di: Lucia Senesi

 

L’ethos israeliano dello “spara e piangi”: lo chiama così Ilan Pappé, e per capire quanto la formula sia precisa basterà leggere l’intervista.

Ma anzitutto raccontiamo la singolare modalità in cui Oriana riuscì ad ottenerla, pur non lavorando più da tempo per alcun giornale; lo racconta Cristina De Stefano nel suo Oriana una donna:

 

“ Il collega di Oriana Fallaci racconta così: “L’auto di Sharon arriva all’hotel Alexandre. D’improvviso una donna si para davanti all’auto. Sento una guardia del corpo che urla “crazy woman!”, è una pazza! Poi la voce che ben conosco: “I am Oriana Fallaci, you must give me an interview!”. Qualcuno degli accompagnatori di Sharon deve aver letto uno dei suoi libri, perché gli parla all’orecchio e allora lui abbassa il finestrino, si sporge e le dice: “No problem, Miss Fallaci, come to my office in Tel Aviv monday morning at ten o’clock!”. Gli inviati internazionali sono attoniti e Oriana li guarda, sfidandoli come il gatto che ha mangiato il topo.

Al termine dell’intervista Sharon le dice: “Sapevo bene che lei voleva aggiungere un altro scalpo alla sua collana. Lei è dura, molto dura. Ma mi è piaciuto ogni momento di questo incontro tempestoso perché lei è una donna coraggiosa, leale e capace. Nessuno è mai venuto da me documentato come lei. Nessuno va alla guerra come ha fatto lei, sotto le bombe, solo per preparare un’intervista.” ”

 

Sharon

 

Siamo nel settembre del 1982, è appena finita la guerra in Libano, quella che gli israeliani chiamano “Operazione Pace in Galilea”. Per il governo di Israele ogni missione è una missione alla ricerca della pace o alla salvaguardia della sicurezza. Peccato che Oriana non la veda così.

Lei è dura, molto dura, dice Sharon, anche durante l’intervista. Infatti Oriana lo è, e non solo perché, come dice sempre Sharon, è documentata come nessun altro, ma perché Oriana è stata a Beirut, ha parlato con i giovani e soprattutto ha visto i bombardamenti sui civili, le case saltate per aria, i corpi maciullati dei bambini. Ah, no, generale Sharon! Posso dirglielo io che ho seguito quasi tutte le guerre del nostro tempo, e per otto anni quella in Vietnam. Neanche a Hué, neanche ad Hanoi ho visto bombardamenti feroci come quelli di Beirut!

Ma Sharon è furbo, scivola via dalle domande, tergiversa. Sa, dice, hanno mandato una foto di una bambina tutta fasciata a Reagan; pareva mutilata, e invece non aveva che un braccio rotto. Probabilmente pensava di chiudere il discorso così ma, sfortunatamente, di fronte a lui c’è Oriana Fallaci, che subito lo incalza: Generale Sharon, se vogliamo batterci a colpi di fotografia, posso inondarla, soffocarla con fotografie di bambini morti o feriti sotto quei bombardamenti. Ne ho per caso una in borsa che volevo farle vedere, che non ho più voglia di farle vedere, e…

Mi faccia vedere le fotografie, dice Sharon; no, risponde Oriana, adesso non voglio più. Battibeccano e lei alla fine mostra le foto.

Mi dispiace… Mi dispiace molto. Molto… Mi dispiace molto, dice lui. Ecco l’ethos di cui parla Pappé, quello di cui si servono sempre e da sempre gli israeliani per mettere la propria coscienza a posto. Prima uccidono e poi si dispiacciono: spara e piangi. Tanto basta. D’altra parte non si poteva fare altro, si sa che l’OLP e Arafat sono terroristi! E non mi interrompa!, mi lasci rispondere a modo mio, dice Sharon ad Oriana, che è la solita Oriana che conosciamo: quella che ha studiato la storia mediorientale sin nei minimi dettagli, che conosce ogni data, ogni evento, ogni nome, ogni discorso pubblico, ogni dichiarazione. Sempre la solita Oriana che non riesce a tacere di fronte all’ipocrisia. Il fatto è che lei usa la parola terrorista come un insulto. E a ragione. Ma voi che altro eravate quando vi battevate contro gli arabi e gli inglesi per fondare Israele? L’Irgun, la Stern, l’Haganà, non erano forse organizzazioni terroristiche? La bomba con cui Begin uccise settantanove persone al King David Hotel di Gerusalemme non era forse un’azione terroristica? Lo ammette anche lui. Tempo fa, a New York, durante una colazione in suo onore, incominciò il suo discorso dicendo: «Sono un ex-terrorista».

Ma certo che no, risponde Sharon, forte del consueto principio dei due pesi e delle due misure (di stampo occidentale): noi eravamo combattenti per la libertà, non terroristi! Ah!, risponde subito Oriana, e gli uomini di Arafat non si difendono forse dall’invasione israeliana?

Perché, generale Sharon, avete continuato a bombardare anche dopo aver annunciato di andare via, ad accordo praticamente raggiunto? Risposta: perché Arafat faceva i giochetti. Ecco il corollario su cui si fonda tutto il giustificazionismo dello Stato d’Israele (anche questo, volendo, di stampo occidentale): è sempre colpa degli altri. E, sembra scontato dirlo, è basandoci unicamente sul processo delle intenzioni che ci sentiamo autorizzati a massacrare migliaia di persone, noi! Perché, imparate questo principio espresso egregiamente da Noam Chomsky: noi siamo noi, e loro sono loro.

Comunque, dice Oriana che è sempre stata legata al popolo ebreico (anche per il suo ruolo attivo durante la Resistenza), ho parlato con diversi ragazzi qui e dicono che questa guerra è se non ingiusta, almeno ingiustificata. Ah, no! Questo no, il generale Sharon è certo che se Miss Oriana parlasse con la gente scoprirebbe che tutti accettano la guerra e la trovano più che giusta!

Possibile, dice Oriana: siete diventati così bellicosi. Sempre a parlare di guerra, sempre pronti a fare la guerra, ad espandervi. Non siete più la nazione del grande sogno, il paese per cui piangevamo. Siete cambiati, ecco. Uno di quei ragazzi mi ha detto: «Stiamo diventando la Prussia del Medio Oriente».

Per carità! Non sia mai! Secondo il rispettabilissimo generale Sharon Israele è davvero una democrazia, perbacco! Una democrazia così democrazia che più democrazia di così non si può. (!)

Ma a questo punto Oriana è stufa del negazionismo del suo interlocutore, e arriva al punto: Generale Sharon, a volte nasce il sospetto che anziché di sicurezza, difesa, si tratti di ambizioni molto ambiziose. Dico così pensando al discorso che lei scrisse per la conferenza dell’Institute of Strategic Studies tenuta nel dicembre scorso a Tel Aviv. E in questo discorso, partendo dal problema dell’espansionismo sovietico e descrivendo la sfera degli interessi strategici israeliani, lei dice che tali interessi non «si limitano ai paesi arabi del Medio Oriente, al Mediterraneo, al Mar Rosso. Sicché, per ragioni di sicurezza, negli anni Ottanta essi devono allargarsi e includere paesi come la Turchia, l’Iran, il Pakistan, nonché regioni come il Golfo Persico e l’Africa. Particolarmente paesi dell’Africa centrale e del nord». Raggelante.

Uhm! Vedo che s’è preparata bene, dice Sharon, che inizia a capire chi ha davanti e sguscia dalla domanda tirando in campo l’Unione sovietica. Ma Oriana non ci casca, dice che le manovre di Israele le sembrano più dettate da un piano napoleonico che da minacce reali. E poi insinua che, a suo avviso, Israele potrebbe essere interessato al Libano, così come lo era in passato. Oriana l’ha studiata bene quella storia, e infatti attacca così: nel 1955, come lei ben sa, Ben Gurion aveva un piano, poi perfezionato da Moshe Dayan, secondo il quale Israele avrebbe dovuto invadere il Libano, comprarsi un libanese maronita per farlo eleggere presidente, instaurare un regime cristiano, farselo alleato, e infine ritirarsi annettendo la regione del fiume Litani.

Sharon nega ancora ma, al tempo stesso, mentre nega dichiara qualcos’altro. Dice: Guardi, vi sono due correnti di sionismo: quella politica di Weizmann e quella pratica di Ben Gurion, Golda Meir, Moshe Dayan, la vecchia generazione insomma. Infatti se interroga mia madre che a ottantadue anni vive sola nella sua fattoria coltivando avocados, scopre che crede nell’azione e basta. Io però appartengo alla corrente politica, cioè alla corrente che crede negli accordi, negli impegni, nei termini legali. E, poiché tale corrente è anche quella del governo attuale, le assicuro che non abbiamo alcuna intenzione di tenerci un centimetro quadrato del Libano.

Dunque Sharon ammette, ed è forse il primo, l’esistenza di una “linea pratica”, la chiama lui. In realtà era la linea delle organizzazioni terroristiche (Haganà, Irgun, Stern) di cui parlava Oriana poco prima. Da questo momento la Fallaci lo incalzerà su tutto: non è vero che Israele non ha interessi in Libano, tutti sanno che ci passeranno l’inverno e che hanno già distribuito le scarpe speciali all’esercito; e non c’è bisogno di “prendere” il Libano per averlo: basta farlo diventare una colonia di fatto come i sovietici in Afghanistan. Niente di nuovo.

E poi mette al corrente il generale Sharon di quello che dicono di lui: che è un killer, un bruto, un bulldozer, un avido di potere… Ma questo è solo il pretesto per fare la domanda che le preme: che è successo in Qibia? Ma Sharon continua nel suo racconto di realtà parallele. E’ come osservare qualcuno che è abituato così tanto a mentire da convincersi che quel che dice è verità. Dice, oh! Sessantanove morti, tutti donne e bambini. Io non ne sapevo niente! Mi… mi dispiacque molto!

Oriana non si lascia intenerire neanche per un secondo, dice: va bene. Mi racconti dell’episodio di Gaza, quando uccise trentasette soldati egiziani mentre stavano dormendo. Ancora favole, Oriana è spazientita. Senta, dice, ma come può essere convinto d’aver risolto il problema dell’OLP? Nascerà una generazione di odio dagli uomini che sono stati cacciati, strappati alle loro famiglie, sparpagliati in otto paesi diversi. E d’ora innanzi il terrorismo si abbatterà ovunque, più cieco di sempre, più ottuso di sempre. Sono uomini molto arrabbiati quelli che lei crede d’avere sconfitto. E tutt’altro che rassegnati.

Sharon non è d’accordo ma Oriana è stufa d’ascoltare semplificazioni e affonda: E i quattro milioni di palestinesi che non appartengono all’OLP, che vivono sparsi per il mondo oppure ammucchiati nelle capanne di latta e in tuguri di cemento dei cosiddetti campi in Siria, in Libano, nella West Bank, a Gaza? Che cosa vuol farne di loro, di questi nuovi ebrei della terra, condannati a vagare in una diaspora crudele come quella che voi avete sofferto? Possibile che proprio voi non comprendiate la loro tragedia? Possibile che proprio voi non vogliate ammettere il loro bisogno di avere una casa, il loro diritto ad avere una patria?

Vadano in Transgiordania da re Hussein!, semplice! E’ tutto semplice per i sionisti, hanno una risposta per tutto, loro.

 

Quindi tutti i palestinesi dovrebbero far le valigie e trasferirsi in Giordania.

Ma ci vivono già!

No, parlo dei profughi ammucchiati in Libano, in Siria, a Gaza, nella West Bank…

Alcuni potrebbero restare nei paesi dove si trovano attualmente, altri potrebbero trasferirsi laggiù.

E di re Hussein, allora, che ne facciamo? Lo ammazziamo, lo mandiamo a Montecarlo a dirigere il casinò?

I casi personali non mi interessano, Hussein non mi riguarda. Può anche restare dov’è, perché no? I greci si scelsero un re anglo-tedesco, perché i palestinesi non dovrebbero tenersi un re ascemita?

Capisco. E i beduini? Quelli dove li mettiamo? Li sterminiamo, li buttiamo a mare come i vietnamiti sgraditi a Hanoi così i giornali riprendono a parlare dei boatpeople, oppure li disperdiamo come i palestinesi di oggi affinché facciano l’Organizzazione di Liberazione Beduina, Olb invece dell’OLP?

I beduini fanno parte della popolazione giordana, anzi transgiordana. Come Hussein, possono restare dove sono. I casi personali, ripeto, non mi interessano. A me interessa soltanto il fatto che la Palestina esiste già, che uno Stato palestinese esiste già, che quindi non v’è bisogno di farne un altro. E le dico: non permetteremo mai un secondo Stato palestinese. Mai. Perché è questa la soluzione a cui tutti mirano: la costituzione di un secondo Stato palestinese, di una seconda Palestina, in Giudea e in Samaria: ciò che voi chiamate Cisgiordania o West Bank. E a ciò rispondo: non avverrà. La Giudea e la Samaria non si toccano. E neanche Gaza.

Ma sono terre occupate, generale Sharon. Ciò che voi avete ribattezzato Samaria e Giudea sono zone conquistate da Hussein e abitate da quasi mezzo milione di palestinesi, a parte i trentamila israeliani che dopo il 1967 si sono installati lì come colonizzatori. Lo dicono tutti che dovete restituirle! Perfino gli americani!

 

Miss Fallaci, lei è così brava a dipingere un ritratto perfido di me che per un minuto ho creduto che fosse lei a dare un’intervista su Sharon, non io.

E infatti Oriana è brava, e supera se stessa. Imposta l’intervista in un modo che in sé rappresenta un saggio di come si dovrebbe intervistare (e prepararsi a farlo).

La Fallaci non dipinge soltanto il ritratto di Sharon, ma quello di uno Stato che rifiuta in modo reiterato di diventare adulto e assumersi le proprie responsabilità. Uno Stato talmente terrorizzato da ciò che ha fatto da rifiutarne la paternità anche di fronte alla più smaccata evidenza, alla Storia. Uno Stato chiuso dietro a formule che potrebbero diventare slogan:

Israele: spara e piangi.

Israele: Noi siamo noi, e loro sono loro.

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