La vita non vive – Mommy, Party girl, Deux jours Une nuit

Testo di: Lucia Senesi

 

La vita è una cosa cretina, insensata, e sostanzialmente inutile. Può darsi sia da sempre così, eppure per Adorno è particolarmente così da quando è arrivata la società moderna, che poi moderna non è; quel che cerca di spiegare lungo tutto il suo libro Minima moralia: per questo l’epigrafe recita: La vita non vive.

Da quando vivere non è più possibile tocca sopravvivere, a questa vita che vince sempre su di noi. Si muovono in quest’ottica i migliori (a parer mio) tre film francesi di quest’anno. I loro registi sembrano dirci: siccome c’è rimasta solo la disperazione, allora noi cantiamo la disperazione! A voce piena, con umorismo, allegramente!

 

Deux jours Une nuit: Suppongo che non sia facile rendersi conto dello straordinario lavoro di Marion Cotillard se non ci si è mai ritrovati in mezzo a una strada a piangere perché si è perso un lavoro, e non si sa come fare a pagare l’affitto e le bollette e tutto il resto. E suppongo che allora si accuserà i Dardenne di lentezza, di piattume, insomma di tutte quelle cose che troppi contemporanei additano come nuovi peccati capitali. Eppure questo film si poteva girare solo così, con quello sguardo disincantato (volendo leggete pure: spietato) e quella precisione che contraddistingue tutto il cinema dei famosi fratelli. E poiché l’essere umano è sempre solo, anche quando ha una famiglia a sostenerlo e, gioco forza, a cui pensare, le inquadrature devono concentrarsi su questo. Non mi interessa disquisire sulla trama, la trama la trovate dove volete; mi interessa sottolineare che il cinema, anzi l’arte, si fa con il linguaggio, e quando si parla di linguaggio nel cinema, si parla di inquadrature e movimenti di camera. E i Maestri si riconoscono solo da questo.

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Guardate queste immagini, le poche che sono riuscita a trovare, non avrete troppi problemi a capire di cosa parlo, di cosa significa mettere in scena la separazione. La separazione da tutti, capite? Anche da quelli che amiamo e che ci amano. I Dardenne dividono lo schermo in due parti speculari, e ogni personaggio è solo. Non importa se a creare divisione sia un muro, una transenna o una scatola di verdure. Quello che conta è che ognuno è da solo e ognuno ha le sue ragioni. Nell’ultima immagine, quella dove il personaggio della Cotillard siede a fianco del marito, è meno evidente eppure c’è. Loro siedono sulla panchina, ma alle loro spalle c’è un albero, proprio fra loro due; che noi decidiamo di farci caso o no poco importa, perché il fatto è che c’è. Lo vedi l’albero?, dicono i Dardenne. Se non lo vedi tanto peggio per te. O forse, tanto meglio, è vero.

 

Party girl: Prendi l’eccesso, prendi gli strass, le paillettes, le maglie zebrate, i leggings lucidi sui corpi non più giovani e non più tonici, le mani ingioiellate da bassa bigiotteria e gli smalti più improbabili, prendi gli ombretti appariscenti, le acconciature ai limiti del ridicolo, i volti della gente negli strip club, e se ci riesci trasformali in poesia, poesia pura. E’ quello che hanno fatto questi tre registi: Claire Burger, Marie Amachoukeli e Samuel Theis, con il loro bravissimo direttore della fotografia (perché non si citano mai?) Julien Poupard.

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Come abbiano fatto non chiedetelo a me. Semplicemente hanno mostrato che non basta avere sessant’anni, una vita sempre in bilico e un sacco di casini alle spalle per smettere di desiderare, per smettere di chiedere ancora vita, sia pure quella che non vive, per accontentarsi. E siccome questa stripper sessantenne non si accontenta, siccome ha deciso di non cedere la sua libertà per avere in cambio una vita tranquilla e una sicurezza economica, allora non ascolterà nessuno fuorché il suo cuore. E’ presto per dire addio ai sentimenti, per non vivere tutto fino in fondo, per rinunciare. C’è sempre un po’ di vita nascosta da qualche parte ad attenderci, basterebbe solo un po’ di coraggio.

 

Mommy: Che vi devo dire di Dolan? Rebel rebel, cantava un certo David Bowie. Potrei dire: eh no, caro mio! Non è così che si fa il cinema! Impara dai fratelli Dardenne, è un’altra cosa il cinema! Potrei mettermi qui a fare la mestrina con la penna rossa, non la conosce la grammatica questo ragazzo? Tuttavia il punto è questo: Dolan sa perfettamente come si dovrebbe fare ma se ne frega. E fa come pare a lui. All’inizio ti ribelli anche tu, dici: no, non scherziamo! No, non si fa! Ma sapete come va a finire? Che ha ragione lui. Che la sua storia ha una potenza che non puoi arginare coi ragionamenti, che la sceneggiatura, tutta piena di parolacce e slang, è talmente arguta e sottile che ti dici no, non l’ha scritta un ragazzo di venticinque anni, rifiuto di crederci, che la fotografia è quella di un cinema intelligente e ragionato, quello che una volta si chiamava “di atmosfera”, e che gli attori sono di un’intensità e di un’espressività anche quando stanno zitti che tu sai che a dirigerli può essere solo uno spirito fuori dal comune. Dolan è il Mozart del cinema (e che io abbia sempre preferito Beethoven poco conta). Dolan viaggia a velocità altissima e riesce a regalarci uno dei migliori film dell’anno (al terzo posto nella mia classifica, che arriva a breve), e chissà cosa diventerà crescendo, se mai gli venisse in mente di rallentare un po’… ma questa è solo una mia personalissima curiosità. Voi ANDATE A VEDERE Mommy. Un inno alla disperazione, alla vita, alla libertà.

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2 comments

  1. grazie lucy..superlativi…posso solo condividere per party girl in toto, avendolo già apprezzato interamente,come te..ma degli altri mi bastano già le foto e i pochi flash di anteprima so già che la tua analisi è tutta condivisa!

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