E tu puoi amarmi lo stesso? – Sandro Pertini

Scritto da: Lucia Senesi

 

Ve lo dico, il carteggio fra Sandro Pertini e Matilde Ferrari mi sta angosciando seriamente. Qui siamo nel Natale del 1932.

 

“Reclusorio di Pianosa, 25 – XII – ‘932

Mia Mati, stamani mi hanno consegnato il tuo telegramma ed è già qualche cosa in mancanza di tue lettere. Pensa, Mati, che l’ultima tua porta la data del 20 ottobre! Ma è meglio non soffermarci a recriminare vanamente. E questo sarà più dignitoso per noi.

Il tormento di oggi conviene serbarlo nel nostro animo, come cosa preziosissima, ché domani diventerà una forza per noi. E così mai dimenticheremo. Vi sono ricordi che dobbiamo alimentare e far che sempre vivano in noi e non già ci serviranno a far rivivere nella nostra mente il passato, ma perché da essi trarremo quella fermezza e quella inflessibilità, che tanto ci saranno necessarie ed utili a condurre a termine azioni, per il cui esito bisognerà far tacere e soffocare nei nostri cuori ogni pietà ed ogni sentimentalismo.

Un giorno, Mati, dal mio raccoglimento di Santo Stefano ti scrissi, che cercavo di allontanare dal mio animo ogni sentimento di rancore, di odio, perché volevo che solo sentimenti di bontà e di amore vi vivessero, credendo così di meglio conformarmi all’essenza dell’idea, per la quale lotto, che è una idea di amore e di giustizia. Melanconiche ingenuità, che la solitudine e residui di un modo di sentire, che ancora si ostinano a sopravvivere in me, hanno fatto sorgere nel mio animo. Vado liberando il mio animo di tutte quelle romanticherie sentimentali inutili e dannose, che mi sono sempre state di ostacolo e di danno. E quando sarò riuscito a scrollare da me tutto questo ciarpame, potrò dire di aver ottenuto una buona vittoria su me stesso.

E sono vittorie, queste, mia Mati, che molto costano, ché è necessario per ottenerle rinunciare a tutto quello che è stato il nostro modo di sentire sino a ieri, a mutilare il nostro spirito di sentimenti, che sino a ieri alimentammo con tanta gioia e con orgoglio. Eppure talvolta, vincendo ogni ripugnanza, bisogna saper sputare nel piatto, ove per tanto tempo mangiammo. E sarà questa una liberazione, che ci consentirà di continuare il nostro cammino, con passo più leggero e fermo. Tu cerca, Mati, d’intendere questo mio nuovo modo di sentire. Ricordati quanto ebbi a scriverti in una mia lettera, dopo che tu fosti qui a trovarmi. Sono gli uomini e la continua esperienza della vita, che a questo mi costringe.

La parte del vaso di terracotta in mezzo ai vasi di ferro, è una parte che non mi garba, perché per nulla utile e molto ridicola. Non voglio farmi lupo, ma neppure agnello. Così ho dato libero sfogo al mio animo, mentre i miei compagni di cella dormono tranquilli (escluso uno, che sta russando, con crescendi vagneriani, veramente impressionanti).

Oggi avrei voluto scrivere a Maria, mia cognata; ma la lettera, chiesta in proposito, non mi è stata concessa, perché non ho… la classifica di “buono”. (Sono un reprobo, Mati. E tu puoi amarmi lo stesso, anche se non sono classificato “buono”?!…).

Sorrido a questo rifiuto, che mi spiego, ma per altra ragione ben diversa da quella comunicatami; sorrido, perché penso come a due miei compagni, nonostante che non abbiano la classifica di “buono” – sia stato consesso, quello che oggi a me è stato negato. Questo può farmi sorridere soltanto e non può sorprendermi. Ed anche per questo è inutile recriminare, conviene solo dimenticare.

Di salute sto meglio. Il morale è sempre alto e più gli anni passano, più giovane e vigoroso diventa il mio spirito. Potessi dire altrettanto del fisico! Ma sarebbe pretendere troppo. Adesso ti lascio, mia buona Mati. Vado a cercare il sonno, pensando a te. E mi sorprenderà, mentre sarò vicino a te, Mati. Ti bacio forte

tuo Sandro”

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