Il lato comico del Potere – Proust e Fallaci

Scritto da: Lucia Senesi

 

“Subito M. de Charlus, raddrizzandosi di colpo, come fosse entrato in un altro corpo, diverso da quello che avevo visto poco prima arrivare da Madame Verdurin trascinandosi pesantemente, assunse un’espressione da profeta e fissò l’assemblea con una serietà che significava che non era il momento di ridere, tanto che il viso di più di un’invitata fu visto arrossire bruscamente, come quello di una scolara colta in fallo dal suo professore nel mezzo della classe. Per me, l’atteggiamento di M. de Charlus, per altro così nobile, aveva qualcosa di comico; infatti, a momenti fulminava i suoi invitati con sguardi fiammeggianti, a momenti, per indicare loro, come in un vademecum, il religioso silenzio che conveniva osservare e il distacco da ogni preoccupazione mondana, offriva egli stesso, sollevando verso la sua bella fronte le mani guantate di bianco, un modello (al quale ci si doveva adeguare) di gravità, già quasi di estasi, senza rispondere ai saluti dei ritardatari, abbastanza imprudenti da non capire che era il momento della grande Arte. Tutti ne rimasero ipnotizzati, nessuno osò proferire verbo, spostare una sedia; il rispetto per la musica – in virtù del prestigio di Palamède (M. de Charlus, N.d.R.) – era stato repentinamente inculcato a una folla tanto maleducata quanto elegante.”

Marcel Proust, La prigioniera

 

V’è una lacuna nei saggi sul potere: quella che non tiene conto della sua comicità. Esaminando gli orrori che il potere commette, le sofferenze che impone, le sudicerie di cui si macchia, gli storici e i politologi scordano sempre di sottolineare gli aspetti ridicoli dell’inevitabile mostro. Insomma il potere è sempre visto da loro come una cosa seria e mai come una cosa ridicola, è sempre raccontato da loro in termini di tragedia e mai di commedia. Intendiamoci, da una parte questo è legittimo perché sui principali ingredienti del potere, il dolore e la morte, c’è ben poco da ridere. Dall’altra invece è uno sbaglio perché a presentarne solo la tragedia si dà del mostro un’immagine distorta e incompleta, si impedisce di capire che oltre ad essere perfido è buffo. E che lo sia si vede anzitutto dagli uomini o dalle donne che lo rappresentano, anche quando si tratta di persone dignitose e corrette: evenienza comunque rarissima. Buffo il sussiego che esibiscono per farci credere che sono eccellenti e quindi meritevoli di guidarci o tiranneggiarci. Buffa la falsa modestia che recitano per giustificare il privilegio conquistato o ereditato. Buffo il rispetto che esigono dai sudditi che magari definiscono compagni. Buffo quindi il modo in cui siedono tutti contegnosi sullo scanno presidenziale o sul trono, in cui si muovono o parlano sapendosi osservati e credendosi davvero importanti. Buffa la loro inadeguatezza o la loro disinvoltura, buffe le loro uniformi stirate, le loro tonache preziose, i loro doppiopetti grigi e blu, le loro onorificenze inventate, le loro medaglie mai guadagnate. Tutto ciò a tal punto che viene spontaneo domandarci il motivo per cui dinanzi a costoro la gente si inchina o si ritrae intimidita anziché ridergli in faccia.

Un motivo che ha nome paura? La risposta non basta se rammenti che essi stessi hanno paura, e nella maggior parte dei casi hanno più paura di coloro ai quali incutono o vogliono incuter paura. Paura di perdere il posto, paura d’essere smascherati, sopraffatti, ammazzati, paura di trovarsi senza la paura di coloro a cui incutono o vogliono incuter paura. Un motivo che ha nome cecità o meglio bisogno di piegarsi a un capo che comandi? La risposta non regge se rammenti che il potere subìto non piace a nessuno e che spesso essi sono più detestati che amati. Un motivo che ha nome pigrizia o meglio rassegnazione al fatto che non si può fare a meno di loro, che qualcuno deve pur stare in cima alla piramide detta società? Forse. Ma per vincere quella paura, quel bisogno di piegarsi a un capo, quella pigrizia, quella rassegnazione, basterebbe guardarli con gli occhi del bambino che nella fiaba di Andersen punta l’indice e strilla: «Il re è nudo!». Basterebbe cioè considerarli nelle loro miserie di padroni che possono sì punire e rovinare e trucidare però possono anche finir puniti, rovinati, trucidati, e in ogni caso sono vulnerabili creature che vivono nell’incubo della propria pochezza. Per quel che mi riguarda, io li ho sempre osservati così, a volte immaginandoli addirittura senza mutande o in circostanze molto imbarazzanti. Pensa com’era ridicolo Hitler coi suoi baffetti a spazzolino, il suo ciuffetto vezzoso, il suo berciare isterico quando si arrabbiava o arringava le folle in Alexanderplatz. Pensa com’era ridicolo Mussolini col suo faccione borioso, il suo petto all’infuori, le sue mani sui fianchi e il suo scandire sciocchezze. Pensa com’era ridicolo Napoleone con quel broncio di superuomo che detta cinque lettere nello stesso tempo, quel dito sempre infilato dentro il panciotto, quelle gambette corte e quella pretesa di far l’imperatore al grido di Liberté, Égalité, Fraternité. E, tanto per fare un esempio d’oggi, pensa quant’è ridicolo Fidel Castro con la sua barbetta rada e la sua vocetta acuta, le sue ambizioni da Simon Bolivar, il suo eterno vestirsi da guerriero appena sceso dalla Sierra Maestra. (…)

Tuttavia esiste qualcosa che è ancor più ridicolo di un dittatore che bercia. E questo qualcosa è la forza dell’imbecillità, cioè delle norme cretine, dei regolamenti insensati, dei precetti assurdi su cui il potere si regge meglio che con le armi. È il rigore umoristico col quale i servi del potere applicano le norme cretine, i regolamenti insensati, i precetti assurdi causando situazioni a tal punto grottesche per chi le subisce da fargli rimpiangere il plotone di esecuzione. Se gli oceani di lacrime che il mostro ha fatto versare nella storia dell’uomo potessero venir misurati con le situazioni grottesche che la sua imbecillità ha provocato, nessuno avrebbe più dubbi sulla comicità del potere e sulla necessità di spiegarlo in termini di commedia anziché di tragedia. Specialmente in Iran. Prendi il chador. A colpo d’occhio sembra innocuo: un pezzo di stoffa che al massimo turba perché simboleggia un servaggio. Ma prova a cacciarti in un guaio che coinvolga il chador, prova a entrare nella cittadella del potere che ha partorito il chador, le leggi che stabiliscono i confini della donna, i rapporti tra i due sessi. E vedrai che ti capita. Può capitarti perfino di trovarti sposata col tipo che per caso si trova in quel momento con te. Davvero non immagini quel che può succedere per via d’un chador. A me successe tutto per via del chador che dovevo indossare dinanzi al diabolico vecchio (Khomeini, N.d.R.).”

Oriana Fallaci, Intervista con il potere

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