Se tutti vogliono il lieto fine – Benjamin v/s Proust

Testo di: Lucia Senesi

 

Annie Proulx, colei che ha scritto la storia da cui Ang Lee ha tratto Brokeback Mountain, ha rilasciato un’intervista al The Paris Rewiew dove dichiara che dopo l’uscita del film ha ricevuto non poche critiche da parte del pubblico. Il motivo? Quella storia non aveva un lieto fine.

Problema opposto ma argomento affine anche per Nora Ephron, sceneggiatrice di When Harry met Sally (Harry ti presento Sally) che raccontò (non chiedetemi di ritrovare la fonte perché si parla di anni, anni orsono) di ricevere quotidianamente decine e decine di lettere dove chi scriveva diceva di trovarsi in una situazione molto simile a quella dei personaggi del film e chiedeva consiglio. Ma, spiegò la Ephron, Harry ti presento Sally non doveva avere un lieto fine, il lieto fine fu imposto da Hollywood. Disse una cosa come: nella vita Harry e Sally non sarebbero finiti insieme.

 

harry-sally-topper

 

L’altro giorno m’è capitato di rivedere per la seconda volta Silver Linings Playbook (Il lato positivo), e l’impressione che ho avuto è stata sempre la stessa: bellissimo film, peccato per quel finale. Perché? Perché, semplicemente, il lieto fine non ci sta; perché nella vita l’Harry e la Sally del caso non sarebbero finiti insieme. Perché non è verosimile. Perché doveva finire un momento prima. Il personaggio di Jennifer Lawrence scende piangendo per strada, s’infila le sue scarpette, s’infagotta nel suo cappottino e cammina nella città buia e fredda; quello di Bradley Cooper se ne resta di sopra con la mogliettina. Fine. Fine perché è così che fa la vita, e fine perché i lieti fine non esistono.

Ma non è comunque questo il punto. Il punto è il ruolo dell’artista: insomma l’artista deve o no qualcosa al pubblico? L’artista è tenuto o no a prendere in considerazione le ragioni di chi vorrebbe fruire della sua opera?

Non secondo Walter Benjamin, che in questo saggio sulla traduzione (lo trovate in Angelus Novus) dice:

“Mai, di fronte a un’opera d’arte o a una forma artistica, si rivela fecondo per la sua conoscenza il riguardo a chi la riceve. Non solo ogni riferimento a un pubblico determinato o ai suoi esponenti porta fuori strada: ma anche il concetto di un ricettore “ideale” è nocivo in tutte le indagini estetiche, poiché queste sono semplicemente tenute a presupporre l’esistenza e la natura dell’uomo in generale. Così anche l’arte si limita a presupporre la natura fisica e spirituale dell’uomo – ma, in nessuna delle sue opere, la sua attenzione. Poiché nessuna poesia è rivolta al lettore, nessun quadro allo spettatore, nessuna sinfonia agli ascoltatori.”

Insomma secondo Benjamin l’artista non dovrebbe curarsi mai e in nessun modo delle volontà del pubblico e, meno che mai, della sua attenzione. Uno a cui invece questo tema preme molto è Marcel Proust, secondo il quale noi disponiamo di attenzioni diverse, ed è compito proprio dell’artista stimolare le più nobili. Ecco cosa scrive nel quarto volume della RechercheSodoma e Gomorra:

“Si diceva che a un’epoca di fretta conveniva un’arte concisa, così come si sarebbe detto che la guerra futura non poteva durare più di quindici giorni, o che con l’uso del treno si sarebbero abbandonati quegli angolini cari alle diligenze e che l’automobili pertanto avrebbero riportato in auge. Si raccomandava di non stancare l’attenzione dell’ascoltatore come se non disponessimo di attenzioni diverse, per cui è compito proprio dell’artista stimolare le più nobili. Infatti coloro che sbadigliano di noia dopo dieci righe di un mediocre articolo, sono quelli che ogni anno rifanno il viaggio fino a Bayreuth per ascoltare la Tetralogia (di Wagner, N.d.R.). Del resto doveva venire il giorno in cui, per un certo tempo, Debussy sarebbe stato dichiarato inconsistente come Massanet, e i trasalimenti di Mélisande abbassati al livello di quelli di Manon. Perché le teorie e le scuole, come i microbi e i globuli, si divorano tra di loro, e assicurano con la loro lotta la continuità della vita. Ma quel tempo non era ancora venuto.”

Ora, ammesso e non concesso che oggi Benjamin scrivesse ancora quel saggio sulla traduzione tale e quale (potrebbe per esempio dire: ma ragazzi miei quello è un discorso in senso assoluto, viste le condizioni in cui riversano Arte e cultura traducete, traducete perdio!) non è propriamente detto che la sua opinione e quella di Proust siano in contraddizione. Infatti, così come Benjamin difende la posizione dell’artista dalle volontà della società (in particolare di una certa società dei consumi), così Proust prende le parti dell’Arte di fronte alle mode e alle attitudini della maggioranza. La maggioranza vuole leggersi articoli mediocri?, dice Proust, ebbene noi occupiamoci della minoranza! Non fingiamo di non sapere che esistono persone che di fronte a tanta mediocrità sbadigliano, e si risvegliano soltanto se qualcuno è in grado di stimolarli con lavori interessanti, profondi, realmente costruttivi. Questo deve fare l’artista: intendere l’Arte come resistenza ai conformismi, agli stereotipi, alla comodità. Allora, in questo senso, Benjamin e Proust guardano nella stessa direzione. E’ come se volessero difendere il diritto dell’artista a esistere e resistere. Resistere alla superficialità, al livellamento, all’omologazione. Andare avanti ciecamente, in senso ottuso quasi, a difendere, combattere per la sopravvivenza dei punti di vista di minoranza, e anche per quello dell’essere che infine è il più solo, sofferente di questo mondo; sto parlando, naturalmente, dell’artista.

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