Codificare la ribellione – Il secondo sesso, Simone de Beauvoir

Testo di: Lucia Senesi

 

Scrive Luce Irigaray: “Qual è la donna che non ha letto Il secondo sesso? Che non ne è stata illuminata? Che, dopo la lettura, non è magari diventata femminista?”

Ora, può darsi che io sia l’unica donna al mondo che dopo la lettura del Secondo sesso non sia stata particolarmente illuminata e che non sia, meno che mai, stata travolta da un irresistibile impulso di diventare femminista, ma giuro che ho ottime motivazioni.

Eccoci qua. Simone de Beauvoir, nella sua Introduzione, scrive che considerare uomo e donna come esseri umani è puro nominalismo (che è una dottrina miope, aggiunge) e che, inoltre, questa sarebbe un’affermazione astratta poiché ogni essere umano concreto ha sempre la sua particolare situazione. Benissimo. E continua: “A un uomo non verrebbe mai in mente di scrivere un libro sulla singolare posizione che i maschi hanno nell’umanità.” Questo è addirittura naturale: sono gli esseri che si sentono oppressi ad avere esigenza di definirsi, non tutti gli altri. Non per niente l’artista è colui che ha bisogno di esprimere la propria interiorità per liberarsi dalla condizione di oppressione che esercita su di lui il mondo e, prima ancora, se stesso; quando quell’artista è un genio, tuttavia, anche lui si rende conto che l’unico modo a sua disposizione per salvarsi, per non conformarsi, è proprio quello di sfuggire alle definizioni (si pensi a Calvino). Secondo Proust l’originalità di alcuni artisti sarebbe una prova dell’esistenza irriducibilmente individuale dell’anima. E aggiunge: “Il solo autentico viaggio, il solo bagno di Giovinezza, non sarebbe nell’andare verso nuovi paesaggi, ma nell’avere altri occhi, nel vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, nel vedere i cento universi che ciascuno di loro vede, che ciascuno di loro è.”

 

Simone de Beauvoir

 

Ma per venire alla domanda della de Beauvoir: “Perché le donne non contestano la sovranità maschile?” Ma perché, io parlo per me naturalmente, per contestare qualcosa, questo qualcosa va innanzi tutto riconosciuto: e nel caso specifico, io non riconosco alcuna sovranità maschile. L’unica sovranità che riconosco, in qualunque società dacché mondo è mondo, è quella della prepotenza e dell’arroganza, insomma della famosa legge che dice vince chi è il più forte. Specialmente da quando la donna è riuscita a emanciparsi, la linea di confine che stabilisce chi è forte e chi è debole ha cominciato ad assottigliarsi (anche se, volendo essere attenti, lo era anche prima) e allora capita che gli arroganti e i prepotenti non sempre abbiano barbe lunghe ma che spesso, molto più spesso di quanto a noi donne piacerebbe ammettere, scuotano in aria lunghi ricci biondi, e mostrino occhi e labbra dipinte, e gridino slogan autoritari al femminile, giustificati, a loro avviso, da secoli e secoli di oppressione (vissuti da altre), e quindi, che volete, se questa volta faranno loro un po’ i prepotenti, sarà giusto per ristabilire un equilibrio nel cosmo, motivazione per cui, evidentemente, nessuno dovrebbe prendersela. Siamo ancora al teatro tragico greco (!): le colpe dei padri ricadono sui figli.

Fra le altre cose non si capisce come mai io debba essere tenuta a solidarizzare maggiormente con qualcuno perché ha i miei stessi tratti fisici, o il mio colore di pelle, o la mia età. Io voglio scegliere consapevolmente le persone con cui accompagnarmi nella vita, siano esse donne, uomini, vecchi, giovani o bambini; che abbiano il mio colore di pelle o un altro, che i loro occhi siano allungati oppure no. L’umanitarismo tout-court è un’altra forma di fanatismo, lo insegna Sartre. E se è vero, come scrive ancora Simone de Beauvoir, che nessuno è di fronte alle donne più arrogante, aggressivo e sdegnoso dell’uomo malsicuro della propria virilità, non vedo perché non dovremmo dire che, senza ombra di dubbio, è altrettanto vero anche il suo opposto: nessuno è di fronte all’uomo più arrogante, aggressivo e sdegnoso della donna malsicura della propria femminilità.

Oltretutto per entrare meglio nel merito occorrerà introdurre un altro concetto, quello di carattere. Il carattere incide sull’individuo molto più del genere, e anzi è quello e solo quello in grado di garantire a ogni essere umano concreto la sua particolare situazione, per dirla come la de Beauvoir. Inoltre questo ci consente di spiegare perfettamente perché talvolta ci sia più somiglianza fra esseri umani di sesso diverso piuttosto che fra quelli dello stesso sesso. Seguendo le consuetudini dell’autrice e prendendo a prestito i personaggi letterari: non vi siete mai accorti di quanto Anna Karenina somigli allo Svedese? Sentite Tolstoj:

“E Lèvin scoprì ancora un nuovo tratto di quella donna, che già gli era piaciuta in modo straordinario. In lei, oltre alla grazia, all’intelligenza, alla bellezza, c’era la sincerità. (…) Lèvin non smetteva mai di ammirare la sua bellezza, la sua intelligenza, la sua cultura, e allo stesso tempo la sua semplicità e cordialità.”

E ora Philip Roth:

“(…)eppure l’incanto non si è mai dissipato del tutto, perché fino a oggi non ho dimenticato lo Svedese che, placcato dagli inseguitori, si alza lentamente, scrollandoseli di dosso, alzando lo sguardo ribelle al cielo autunnale (…) il dio (con tutti i suoi sedici anni) mi aveva accolto nell’olimpo degli atleti. L’adorato aveva riconosciuto l’adoratore. Dov’era in lui l’irrazionalità? Dov’era, in lui, il piagnucolone? Dov’erano le imprevedibili tentazioni? Nessuna astuzia. Nessun artificio. Nessuna malizia. Aveva eliminato tutto questo per raggiungere la perfezione.”

E Albertine a Reinhold? (Qui per l’esempio.) E Anny nella Nausea a Patrick Modiano in Dora Bruder? (qui.) Per mostrare definitivamente cosa intendo per carattere, mi appellerò a una rappresentazione di Dostoevskij:

“Cosa ti arrabbi?” replicò Varja. “Non capisci niente, sei proprio uno scolaretto. Credi che tutto questo abbia potuto danneggiarti agli occhi di Aglaja? Allora non conosci il suo carattere! Quella è capace di rifiutare il migliore dei partiti, e poi correre, di tutta fretta, a morir di fame in una soffitta con uno studente qualsiasi: ecco il suo sogno! Il principe l’ha accalappiata proprio perché, in primo luogo, non l’ha minimamente rincorsa e, in secondo luogo, perché, agli occhi di tutti, è un idiota. Le basta il fatto di seminare scompiglio in famiglia a causa sua: ecco cosa le aggrada! Eh, mio caro, non capite proprio niente voi!”

E comunque questo carattere come funziona? Lo possediamo dalla nascita? Ci è stato dato una volta per sempre o cambia nel corso della nostra vita? Ancora Proust:

“Ne dedussi quanto sia difficile presentare l’immagine fissa di un carattere così come delle società e delle passioni. Perché sia l’uno che le altre mutano in continuazione e, se si cerca di fissare ciò che un carattere ha di relativamente immutabile, lo vediamo presentare successivamente, all’obiettivo sconcertato, aspetti differenti (il che implica che non resta immobile ma si muove).”

Naturalmente la de Beauvoir, che è intelligente, ha una valida ragione per essere ossessionata dal genere: vivere in una società che quel genere lo ha, bene o male, sempre assoggettato, e quindi sentirsene succube. Esistono vari motivi per considerarsi oppressi, uno inconfondibile è legato alla sofferenza con cui si subiscono determinati meccanismi; a volte la sofferenza diventa addirittura, in modo patologico, un piacere (per questo tante donne non riescono a lasciare certi uomini, e viceversa!) e crea un rapporto di dipendenza (anche puramente psicologica) dal proprio carnefice.

A questo punto occorrerà fare un’altra distinzione essenziale: quella fra natura e società. E se da un lato è vero ciò che dice lei, e cioè che nella collettività umana niente è naturale, dall’altro non lo è, perché dire così significa non sforzarsi di prendere in considerazione il dato banale che l’Uomo, sia esso uomo o donna, è dotato di sfere di cognizione, quelle sentimentali, che nessuna consuetudine sociale può realmente intaccare. Ma siccome non voglio né annoiarvi, né risultare superficiale, scriverò un testo a parte sull’amore, cercando di mettere in relazione il pensiero di Simone de Beauvoir a quello di Proust.

Ma per tornare a noi: Il secondo sesso si compone di due libri, il primo dove l’autrice cerca di ricostruire un percorso storico e mitologico, e il secondo in cui si occupa di prendere in considerazione la formazione e il modo di agire femminile, per arrivare alle conclusioni dove proverà a immaginare l’esistenza di una donna libera (che, a suo avviso, non esisteva ancora).

La parte della storia antica è piacevolissima, ma ecco cosa mi ha lasciato senza parole: per Simone de Beauvoir la storia contemporanea coincide soltanto con la storia dell’occidente, fatta una piccolissima parentesi per l’URSS (dove parla del movimento femminista). Nessuna parola sulla Cina, e di cose da dire ce ne sarebbero state! Certo, le (squallide) politiche di controllo demografico del partito comunista sarebbero arrivate dieci anni dopo; ma possibile che non ci fosse proprio nulla da dire su queste donne cinesi? E su quelle asiatiche? E le mediorientali? Eccezion fatta, ancora, per la storia antica, per esempio quando parla di piccole tribù indiane o degli Egizi, possibile che non si sia chiesta se nel mondo, nel mondo in cui viveva dico, il matriarcato esistesse ancora? Perché esisteva. Lo documentò dodici anni dopo Oriana Fallaci nel Sesso inutile; prese un aereo per la Malesia e si avventurò nella giungla alle porte di Kuala Lumpur per cercare le matriarche, le donne che non concedono agli uomini l’importanza di un chicco di riso. “Dov’è tuo marito?”, domanda la Fallaci. “Da sua madre. Ma sì. L’ho rimandato da lei. Non aveva voglia di lavorare. Così l’ho cacciato. E’ ora che anche gli uomini imparino a cavarsela un po’ da sé. I tempi sono cambiati, non ti pare?” La Fallaci è senza parole, chiede dove sono i mariti delle altre. Le rispondono: “Con le loro mamme. O a lavorare in città. Vengono una volta al mese, o alla settimana. Cioè quando abbiamo voglia di stare con loro. Che bisogno c’è di averli tra i piedi?” Et voilà, la femme!

La parte sui miti l’ho apprezzata di più. E’ ora di disfarci dei miti, dice la de Beauvoir, di tutti beninteso. Le donne è bene che dimentichino il principe azzurro (come lo Svedese, per intenderci), e gli uomini l’Eterno Femminino (alla Anna Karenina). Infatti scrive: “Tra tutti questi miti, nessuno è più profondamente ancorato nei cuori maschili di quello del “mistero” femminile. Esso presenta molti vantaggi. Un cuore innamorato si evita così molte delusioni: se la sua amata fa i capricci e dice stupidaggini, il mistero la giustifica.” Fra le altre cose non riesco a immaginare nulla di più penoso di un uomo che, per paura di sembrare maschilista, sta dalla parte delle donne a prescindere, qualunque sciocchezza queste dicano o facciano; senza rendersi conto che il vero atteggiamento discriminatorio è proprio quello.

In questo Simone de Beauvoir si dimostra molto onesta, e non si approfitta della sua posizione: maschile non è sinonimo di violenza, prepotenza, cinismo; e femminile invece di bontà, grazia e virtù. Anche la donna è prudente, ipocrita, attrice. E, visto che ci siamo, eliminiamo anche il mito della donna-madre: “la madre impone alla fanciulla il suo destino personale, che poi è un modo di rivendicare con orgoglio la propria femminilità, e nello stesso tempo, di vendicarsene. Così, le donne, quando una bambina viene loro affidata, vogliono, con uno zelo in cui l’arroganza si mescola al rancore, trasformarla in una donna simile a loro.”

Ma allora maschile e femminile che roba sono? “Quando adopero le parole “donna” o “femminile” evidentemente non mi rifaccio a nessun archetipo, a nessuna inalterabile essenza; nella maggior parte delle mie osservazioni bisogna sottintendere “nello stato presente dell’educazione e dei costumi”.” Da qui viene la famosa frase: “Donna non si nasce, lo si diventa.” Che, ringraziando il cielo, non vuol dire quella cosa agghiacciante che sembra voler dire fuori dal suo contesto, e cioè che si diventa donna una volta che ci si emancipa eccetera eccetera. Lo dico perché a me l’hanno sempre spiegata così e io l’ho sempre trovata di un razzismo specioso. Che cosa vuol dire dunque? “Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo.” Cioè la donna inizia a differenziarsi dall’uomo dal momento che la società la tratta in modo diverso. “E’ falso pretendere che in ciò vi sia un dato biologico; in realtà è un destino che le impongono gli educatori e la società.” Per Simone de Beauvoir non esiste nessun dato biologico che differenzi la donna dall’uomo, neanche l’istinto materno; l’unico elemento di differenzazione indovinate qual è? Il sesso. Qui mi fermo perché ci addentriamo nel campo della psicanalisi (che è una scienza in cui credo poco, oltretutto) e io riconosco i miei limiti.

Dirò solo un altro paio di cose riguardo la formazione, su cui devo nuovamente prendere le distanze. Secondo Simone de Beauvoir i bambini crescono emulando gli adulti; l’essere umano si sviluppa per imitazione, scriveva Adorno. Ma ecco qua: secondo la de Beauvoir i bambini crescono emulando il padre, e solo successivamente le femmine vengono affidate alle cure delle donne, proprio là dove, secondo l’autrice, nascerebbero tutti i loro problemi. “Bambina, recitava la parte della ballerina o della santa; ora (da adolescente, N.d.R.) recita se stessa: che cos’è la verità?” E ancora: “Un uomo non ha bisogno di essere bello le hanno detto e ridetto; non deve cercare in lui le doti inerti di un oggetto, ma la potenza e la forza virile.” Va bene. Quindi la bambina è vittima di questo, e il bambino non è forse vittima a sua volta? Al bambino non hanno forse detto: non piangere! Un uomo non piange come le donnicciole! E ancora, non hanno forse detto a questo bambino: trovati una bellissima donna che parli il meno possibile, sforni figli e se ne resti buona a casa a pulire! Non è forse per quello che poi si ritrovano a essere infelici, nella vita adulta, dentro a relazioni che si fondano sull’apparenza? Giro di nuovo la domanda di Simone de Beauvoir, a chi per lei: che cos’è la verità?

Per arrivare a una conclusione: l’autrice dice che qui non si tratta di enunciare verità eterne. Però, purtroppo, il tono è proprio quello di chi si esprime per verità eterne. Sentite: “La storia delle donne è fatta dagli uomini. Come in America non c’è un problema negro, c’è un problema bianco, come l’antisemitismo non è un problema ebraico, è il nostro problema, così il problema femminile è sempre stato un problema dell’uomo.” Io non la vedo affatto così, per esempio. Il problema femminile, mi riferisco al problema reale di discriminazione e non ai capricci delle signore annoiate, esattamente come quello negro o ebraico (e affini), è un problema che riguarda le società, che avrebbero addirittura la pretesa di farsi chiamare sviluppate. D’altra parte, lo dice lei stessa che è naturale che gli uomini si ritraggano di fronte all’aggressività di una donna, e chiude il libro invocando la fraternità fra i due sessi. Solo che i presupposti non mi sembrano i migliori. Per esempio non mi sembra una grande idea scrivere delle donne: “Solo quelle che hanno una fede politica, che militano nei sindacati, che confidano nell’avvenire, possono dare un senso etico alle ingrate fatiche quotidiane”, agghiacciante!, e di chiamare tutte le altre le sue piccole sorelle schiave. Ma chi l’ha deciso? Ancora: che cos’è la verità?

Allora l’unico modo che ha la donna per essere libera è raggiungere l’oblio da se stessa; per dirla come Sartre: come tutti, del resto. Ecco cosa scriveva Natalia Ginzburg:

“Le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù sulle spalle e quello che devono fare è difendersi con le unghie e coi denti dalla loro malsana abitudine  di cascare nel pozzo ogni tanto, perché un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero. Così devo imparare a fare anch’io per la prima, perché se no certo non potrò combinare niente di serio e il mondo non andrà mai avanti bene finché sarà così popolato d’una schiera di esseri non liberi.”

Ma la donna libera immaginata da Simone de Beauvoir ha doti ai limiti dell’eroico; non ci aveva appena esortato a disfarci di eroi ed eroine? Insomma, questa fantomatica donna libera che non crede in niente, che non si lascia scalfire da niente, così priva di debolezze, di dubbi, così al di sopra di ogni sentimento, ricorda un po’ il superuomo di Nietzsche, e finisce come quello per sembrare patetica. Uomini e donne saranno sempre uomini e donne, armati di pregi, debolezze e difetti, né angeli né bestie, diceva Pascal, ma solo uomini e donne.

Dal momento in cui ci si sottrae a un codice stabilito si diventa ribelli, conclude Simone de Beauvoir. D’accordo. Ma nel momento in cui tu scrivi il codice dei ribelli e loro, religiosamente, acriticamente, si apprestano a seguirlo, cos’altro diventano se non dei nuovi conformisti? Di nuovo Adorno: la libertà non sta nello scegliere fra nero e bianco, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.

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