Mi aiuterai a essere felice? – Gli anni al contrario, Nadia Terranova

Testo di: Lucia Senesi

 

“Mi aiuterai a studiare? Certo. Mi aiuterai a essere felice? Meno certezze.”

Sì, ma quindi a chi somiglia?, è la prima domanda che ti fanno tutti, quando parli del libro di un esordiente. E’ anche la stessa domanda che ti fanno quando vedi un bimbo appena nato, ci avete mai fatto caso? Ora, a parte che Nadia Terranova è esordiente per modo di dire (è una penna rubata alla letteratura per bambini), non è proprio così semplice rispondere. Perché Nadia Terranova è uno scrittore. Tutti possono scrivere una storia ma non tutti possono essere scrittori. A volte una storia è talmente forte da meritare d’essere raccontata in ogni caso, è vero. E poi, raccontare una storia non è così complicato: si mette in scena un incontro casuale, due o tre fasi fatte, incalzanti; ci si aggiunge un po’ di senso della commozione, un personaggio dal passato straziato (e talvolta straziante), un’ambientazione desolata; poi si condisce il tutto con un contesto storico, giusto per far vedere che siamo colti, che abbiamo studiato. E op!, il gioco vien, diceva Mary Poppins. Ebbene, toccherà dire che questo non fa di chi narra quella storia uno scrittore, altrimenti saremmo tutti Dostoevskij. Il fatto è che si può tranquillamente diventare banali raccontando qualcosa di importante e, d’altra parte, risultare interessanti e addirittura geniali descrivendo un’onda del mare. Il detto di Thomas Paine, du sublime au ridicule il n’y a qu’un pas, è sempre straordinariamente valido.

Ora, è chiaro che il caso di Nadia Terranova e Gli anni al contrario è quello più raro (di questi tempi) e piacevole: scrittore + grande storia. E naturalmente, come ogni grande storia che si rispetti, tutto, equilibri e squilibri luci e ombre, fa capo e rende conto allo sguardo di una piccola storia. E qui sta l’intelligenza dello scrittore: nel capire che l’unico modo per affrontare un tema tanto grande come quello degli anni ’70 è con uno sguardo che sia quanto più possibile personale; nel capire che La Storia alla fine non esiste, perché esiste soltanto la mia storia, e insieme la tua, la nostra, la loro. La realtà è multiforme, fra il giusto e l’ingiusto il confine è troppo sottile, i buoni e i cattivi a volte stanno dalla stessa parte, a volte i buoni non sono così buoni, e anche quando lo sono si feriscono e oltretutto, per dirla come Calvino, alle volte i buoni, le persone troppo programmaticamente buone e piene di buone intenzioni sono dei terribili scocciatori, a volte diventano cattivi stando insieme, troppo spesso i cattivi sono solo individui spaventati a morte. A volte l’unica cosa che bisognerebbe fare è imparare a chiudere i cicli e andare avanti; ed è proprio il dolore di questa precisa consapevolezza a renderlo impossibile; e allora il tempo è un meccanismo straziante e ogni cosa prende un peso esagerato e vivere diventa vivere in apnea, tutto sbagliato, tutto al contrario. No, non ve la racconto la trama, fatevene una ragione.

 

Gliannialcontrario

 

Sì, ma quindi a chi somiglia? Uh, come mi ronza in testa la vostra domanda, come lo so che aspettate solo di leggere questo! E io invece vi dico quel che scrisse Flaubert a Louise Colette: “Voglio vederti entusiasmare (e ci arriverò) per una cesura, un periodo, un enjambement, per la forma in se stessa, insomma, facendo astrazione del soggetto, come un tempo ti entusiasmavi per il sentimento, il cuore, le passioni. L’Arte è la rappresentazione, e noi dobbiamo pensare solo a rappresentare. Lo spirito dell’artista deve essere come il mare, abbastanza vasto perché non se ne vedano i confini, abbastanza puro perché le stelle del cielo ci si specchino sino al fondo.“

Perché vedete, non è che Flaubert stia dicendo che uno scrittore (anzi un artista) non si identifichi con la sua storia; in realtà sta dicendo che uno scrittore è anche la sua storia, ma che prima di tutto è il suo linguaggio. Dunque uno scrittore è la sua sintassi; è il modo che ha di mettere insieme le parole e dargli una forma, e un ritmo e un suono. Sentite Nadia Terranova, sentitela però!, leggete a voce alta:

“Ricordò quando Giovanni le rimproverava di essersi chiusa al mondo, di voler costruire un’isola mentre fuori si lottava – come se il terrore di vivere e morire non appartenesse pure a lui, ai suoi entusiasmi intransigenti.”

Ma lo scrittore è anche colui che sceglie le parole, e che cerca di farlo nel modo più preciso possibile: “Rubò slogan facili alla televisione e parole marxiste ai libri di casa, decise che la politica gli interessava e provò a guardare da vicino quella che faceva suo padre.” Rubò, decise; quando i verbi fanno la differenza. E poi, certamente, lo scrittore fornisce immagini chiare e incisive: “Non nevicava più e l’aria aveva smesso di essere poetica e secca” e ancora: “Le gocce piantavano buchi nella sabbia tutt’intorno”. E le sue descrizioni, i suoi contrasti, ci ricordano qualcosa che abbiamo visto almeno una volta nella vita, sia pure in un luogo diverso:

“La primavera messinese regala sempre qualche arcobaleno che compare a prendersi gioco della bruttezza architettonica di palazzi abusivi, assemblati senza criteri nel delirio urbanistico della ricostruzione, dopo il terremoto del 1908.”

Ecco volevo parlare di Nadia Terranova e ho finito per dire chi è uno scrittore! Ma visto che è andata così: è uno che non somiglia a nessuno, tanto per iniziare. E però si inserisce entro certe tradizioni; e le storie che racconta ti riportano a casa, mettono ordine fra i tuoi pensieri, gettano sale sulle ferite sì, ma poi se ne prendono cura. Perché la storia di Aurora e Giovanni non è la storia di ognuno di noi, ma di noi ha i riflessi. Mi aiuterai a essere felice?, si chiedeva Giovanni. Come ebbe a scrivere Albert Camus: “Nell’estate algerina, imparo che una sola cosa è più tragica della sofferenza: la vita di un uomo felice.”

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