Lolita da Nabokov a Kubrick o il potere femminile nell’eteropatriarcato – Pablo Iglesias

Scritto da: Lucia Senesi

 

NON fermatevi al titolo. Sbirciando fra le cose scritte da Pablo Iglesias, leader del partito spagnolo Podemos, ho trovato un articolo che mi pare interessante discutere, se non altro per capire meglio chi è e dove si colloca Iglesias. Vi allego la traduzione della prima parte (giusto per introdurvi l’argomento). Poi, al solito, ne discutiamo, e vi racconto anche il resto.

 

 

Lolita da Nabokov a Kubrick o il potere femminile nell’eteropatriarcato

 

À la plantureuse Charlotte (…) femelle littéralement en rut aux antipodes de Marlène Dietrich à qui le Humbert de Nabokov la compare, Kubrick oppose le corps diaphane de l’adolescente en offrande sur son tapis de paille, corps idéal (…)image parfaite qu’on croirait droit sortie d’une affiche publicitaire…

Emmanuelle Delanoë‐Brun (2010:6)

…il film di Kubrick (…) ha anche la finezza di un’analisi sociologica in cui si visualizza il possibile destino del maschio nella società patriarcale…Lolita è più carnefice che preda del potere dell’adulto/padre/maschio ed è lei stessa a decidere liberamente di affidarsi al suo giovane sposo nel finale

Costanza Salvi (2009:2)

 

La commercializzazione della soggettività femminile (in via preliminare)

Durante una conferenza organizzata dalla Lobby Europea delle Donne, nei primi di giugno del 2010 a Madrid, la psicologa britannica Susie Orbach affermava che esiste una violenza reale verso la donna per non farle accettare il suo corpo, promossa unicamente dagli interessi commerciali. La segretaria generale di questa Lobby, Myria Vassiliadou, aggiungeva che sembra che attualmente esite solo un unico concetto di corpo, quello che ci è stato imposto.

Forse le due femministe sono state fin troppo indulgenti nel descrivere il violentissimo processo di disciplinamento che la logica capitalista – e non soltanto gli interessi commerciali – impone su tante donne. Questa logica (di accumulazione ed espansione senza fine) del Capitalismo ha provocato e provoca degli effetti sulle donne per quanto riguarda gli elementi di classificazione sociale, come la classe, l’etnia, l’area economico-culturale alla quale appartengono, l’età, etc. In questo caso, parlando di modelli commercializzati di bellezza, dovremmo, quanto meno, limitarci a ciò che chiamiamo mercato eterosessuale dei centri economico-geografici (equivocamente chiamati paesi o aree in via di sviluppo), definiti dall’orientamento sessuale etero – più o meno voluto – delle donne, di età compresa tra l’adolescenza e i quarant’anni (per rimanere all’interno di quello che Beatriz Preciado chiama il mercato eterosessuale), e dal ruolo (secondo il senso preformativo di Butler) delle donne nelle diverse situazioni sociali, dove la questione di bellezza etero-normativizzata può essere messa in discussione.

Per capirci bene, facciamo l’esempio di un paese che ormai conosciamo, la Bolivia, la cui struttura sociale permette di osservare con chiarezza i diversi modi con i quali l’eteropatriarcato, in quanto a etnia e classe, influisce sulle donne. In questo paese, la già citata questione dei modelli commercializzati di bellezza, non è messa in discussione tra le donne delle comunità aymare dell’Altoplano, soggette ovviamente ad altri tipi di violenze e disciplinamenti di logica commerciale legate al genere, però lo sono tra le donne meticcie della classe media urbana di Santa Cruz (regione nota, tra le altre cose, per i suoi concorsi di bellezza).

Imporre o definire un concetto di corpo, come dice Vassiliadou, non è soltanto una questione di tipo morfologico, ma implica definire-imporre biopoliticamente (considerato che parliamo di corpo come oggetto di applicazione del potere) un’idea specifica di femminilità.

Il Capitalismo, come sistema storico, ha sempre risposto a una dinamica di espansione economico-politica che ha colpito le aree geografiche convenzionali (grazie a meccanismi politici come il Colonialismo o la dipendenza economica delle regioni limitrofe) ma anche, soprattutto negli ultimi 50 anni, gli spazi della soggettività umana; il bios inteso da Agamben come vita politica. Tra questi spazi della soggettività biopolitica risaltano, giustamente, i ruoli di genere e sessualità.

Debra Merskin, in un articolo sull’utilizzo sessuale delle ragazze e delle bambine nella pubblicità, espone tanti esempi della commercializzazione del corpo sessualizzato dell’adolescenza nella pubblicità. Anche se il suo lavoro, che mescola bambini, preadolescenti e adolescenti, perde di vista i modelli egemonici di costruzione dell’oggetto femminile del desiderio sessuale, si scontra contro il capitalismo cognitivo, o come lo chiamerebbe Preciado (2008) farmacopornografico, quando sostiene che sex in still thought to sell, even if what is being sold is not the product per se but the idea of a sexual connection between consumer and product (2004:126). Il grassetto è nostro e pensiamo che mette in evidenza il carattere immateriale (sulla linea del senso pornografico di Preciado) che la commercializzazione della sessualità implica. Ma tale processo di commercializzazione, non del prodotto stesso ma dell’idea di connessione sessuale tra il consumatore e il suo oggetto del desiderio, come dice Merskin, non allude al corpo ma alla soggettività, all’idea di come deve essere e come deve agire una donna, nel nostro caso. Si tratta, in definitiva, di ideologia, di normalizzazione, di leggibilità, per quanto riguarda l’interpretazione del concetto di esperienza secondo il senso dato da Zizek (2009:17) nel rendere universale la “virtude” femminile.

In questo articolo sosteniamo che uno dei primi ad accorgersi, più o meno consapevolmente, dei fattori ideologici di questa soggettività femminile imposta dalla logica eterogerarchica, fu Stanley Kubrick nella sua versione di Lolita.

Grazie allo studio di tante risorse bibliografiche (dal romanzo di Nabokov, passando per le diverse versioni della sceneggiatura, fino ai diversi studi specifici sul film stesso), e all’analisi delle scelte di regia di Kubrick (casting, recitazione, tipo e la durata di piani, movimenti di camera, etc.) possiamo sviluppare due teorie.

La prima teoria che proponiamo è che la versione del film di Kubrick ha poco a che vedere col romanzo di Nabokov dal quale è scaturito. Nel romanzo, l’argomento principale è la pedofilia, a partire dalla costruzione della nozione di ninfetta, ma nel film di Kubrick l’argomento fondamentale è il desiderio maschile per la femminilità incarnata in Lolita. Vedremo come la bellezza giovanile di Lolita in Kubrick si allontana dalla perversione pedofila, riuscendo così a mostrare un modello che è diventato egemonico nelle società postfordiste contemporanee. Il rapporto che Kubrick costruisce tra Lolita e sua madre è quello che meglio ci rivela, come poi vedremo, il tipo di soggettività femminile basata sulla bellezza giovanile.

Faremo anche un breve excursus sulla versione di Adrian Lyne del 1997, che al contrario della versione di Kubrick è stato un tentativo di adattamento del romanzo, ma che, tra altre tante differenze, non è stato abbastanza coerente nel rispettare l’oggetto di desiderio descritto da Nabokov e è tornato a farsi trascinare (forse a causa di imposizioni legali) da un modello di bellezza eteronormativizzato nel quale la sua Lolita non è una ninfetta ma torna ad incarnare un oggetto di desiderio egemonico, controverso quanto si vuole, ma di certo non infantile.

La seconda teoria che vogliamo sostenere con questo studio è parecchio ambiziosa. Secondo noi, nel film di Kubrick, il personaggio di Lolita è pienamente consapevole che il suo potere – che non è quello della ninfetta demoniaca proiettato dal pedofilo Humbert Humbert, descritto da Nabokov nel suo romanzo – è nella bellezza che incarna. Secondo il nostro giudizio, il film ci permette di vedere con chiarezza come Lolita usa questo potere per lottare per la sua libertà dentro lo stretto limite segnato dalle sue condizioni materiali e culturali. La Lolita di Kubrick non è l’oggetto passivo della fantasticheria di un pedofilo, ma una giovane che usa l’unico strumento di potere che ha in mano, la sua bellezza, per guadagnarsi la libertà di scegliere.

La Lolita di Kubrick, volgare, semplice e cinica, non è così lontana da un certo modello di femminismo radicale, periferico (ma pure da tacco a spillo) proposto da Vergine Despentes nella sua Teoria King Kong (2007) o da Itzia Ziga in Devenir perra (2009) e teorizzato – ma con meno freschezza in questo caso, però forse con più determinazione e senza perdere il carattere provocatorio – da Beatriz Preciado. Se qualcosa caratterizza i modelli presentati (e incarnati) da Despentes y Ziga è proprio il suo carattere subalterno e periferico. Si tratta di donne costrette a sopravvivere nel limite di condizioni economiche e culturali imposte, senza la possibilità di un’emancipazione economica a portata di mano. Anche la Lolita kubrickiana deve sopravvivere, ma non ha sotto mano le risorse culturali che le permettano di autoteorizzarsi. Ecco perché lotterà con l’unica risorsa che possiede; quello che le è stato dato dalla Società attraverso l’occhio di Humbert e dello spettatore.

Lolita, image parfaite d’une affiche publicitaire, come dice Emmanuelle Delanoë‐Brun, non leggerà Mary Wollstonecraft o Virginia Wolf e non può nemeno permettersi negarsi al suo Humbert Humbert, padre, amante e padrone. L’unica cosa che può fare è sdramatizzare con un po’ di cinismo la sua situazione e usare Humbert fino al punto di farlo diventare patetico, fino a distruggerlo, per raggiungere la massima autonomia possibile. Come spiega Ken Burke col suo studio comparativo tra il romanzo e il film, Kubrick is sublimating the serious sexual themes of Lolita to a constant flow of silly or ribald humor (Burke, 2001:145). E questo non è altro che rafforzare un soggetto che, nonostante la sua debolezza oggettiva, non è più una bambina come nel romanzo. L’amore e la passione dell’oppressore verso Lolita è, in questo caso, la sua arma migliore per liberarsi.

Il punto di partenza immanente di questo saggio è che il potere dell’oppresso giace, in buona parte, nel suo modo d’oppressione, e che la messa in pratica di questo potere suppone accettare che la maschera imposta può essere, in molte occasioni, la maschera del combattimento. Per questo dobbiamo indagare sulle condizioni di produzione della Politica come conflitto, come lotta per i significati – secondo il senso dato da Chantal Mouffe (2007), Ernesto Laclau (2005) o dallo stesso Zizek (2009) -, ed essere capaci di creare una mappatura dei rapporti di potere che vanno oltre le interazioni tra le istituzioni (Stato, organizzazioni collettive, etc.) e che si trovano negli spazi delimitati dalla sussunzione della cultura e dal bios nella logica di accumulazione e dalla sua istituzionalizzazione egemonica.

 

Pablo Iglesias, head of leftist group "Podemos", or "We Can", addresses journalists during a press briefing at the European Parliament in Strasbourg

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