Il paesaggio e la famiglia – Alice Rohrwacher

Scritto da: Lucia Senesi

 

“Arriva   sempre   il   momento   in   cui   qualcuno   ti   chiede   da   dove   vieni. Vorrei   tanto   rispondere   con   una   sola   parola,   come   “Roma!”,   “Milano!”,   ma   invece mi ritrovo a spiegare   che   vengo   da   una   zona   di   confine   tra   Umbria-­Lazio   e   Toscana,   là   dove   le identità   sono   tutte   sfaldate,   in   campagna. Forse   il   mio   interlocutore   conosce   quei   luoghi? Ma certo, mi   dice, certo: sono stato a Civita la scorsa domenica e mi è sembrato di vivere nel medioevo per una giornata.

Ecco,  questo  è  stato  il  primo  istinto  che  mi  ha  spinto  a  lavorare  sulle  Meraviglie:  il  disagio che  si  pensi  alla   campagna, o ai piccoli paesi che la costellano, come  luoghi “puri”, fuori  dal  tempo, e quindi fruibili, perché  non  possono mai mutare. Ma visti dal di dentro (o forse visti lateralmente), quei luoghi non sono così, e la purezza è solo una prigione a cui si sono consegnati per avere in cambio un pasto caldo al giorno. In Italia oggi si parla della campagna solo per raccontarne la distruzione e l’imminente rovina, o per usarla come sfondo romantico e innocente di storie che poco la riguardano. Eppure quello che sta avvenendo nel paesaggio italiano è un cambiamento molto più  profondo e doloroso. La lunga lotta per la terra, quel teatro millenario di scontri tra proprietari e lavoratori, non  si  è  risolta, si è solo allontanata, sbiadita. Il   campo di battaglia è stato lasciato libero e sono arrivati gli sciacalli.

Prima hanno dato fuoco a tutto quello che incontravano sul cammino, poi hanno arraffato quei pochi spazi di risulta rimasti più o meno intatti, e li hanno trasformati in uno strabiliante parco tematico per rassicurare le nostre domeniche. Una specie di museo all’aria  aperta. Vivere nel medioevo per una giornata: ecco la politica territoriale che è stata portata avanti negli ultimi vent’anni, con  metodo. Prima si è cercato di distruggere tutto ciò che era cultura -­ le piazze, le siepi,  le   biblioteche e i   piccoli cinema, i teatri di provincia, i circoli e tutti i luoghi di ritrovo e di scambio -­ per poi trasformare in cultura tutto quello che restava, tutto quello che era innocuo: il mangiare (a  bocca piena si parla meno) e il passato remoto (che pericolo ci può essere nel teatro etrusco?).   All’improvviso tutti si sono ricordati di avere UNA tradizione, e si sono dedicati a quella con tutte le loro forze. Ma la tradizione non si può estrapolare, è fatta di strati, e spesso è solo l’ultima manifestazione di un processo di mutamento. Non è piatta, è come un pozzo. Non si può salvare e proteggere solo uno strato. Insomma, ho iniziato a girare nella mia regione, a incontrare contadini, imprenditori agricoli, paesani. Ho iniziato a chiedermi: se venissero gli extraterrestri, cosa capirebbero di questo posto? Può essere la sagra l’unica cosa che resta di un paese quasi completamente agricolo? Cosa significa abitare in questo paesaggio, esserne parte, arginare la commercializzazione da un lato e le difficoltà ambientali dall’altro? Esiste un’immagine che può sintetizzare tutto questo?

Per poter trovare un’immagine pura, abbiamo bisogno di un punto di vista, che deve necessariamente essere ibrido. E di una casa, naturalmente. E di una famiglia che ci è andata ad abitare.
La casa che abbiamo scelto per il film c’era da prima, c’è sempre stata. E’ una casa dove ci sono delle parti antichissime e delle parti più recenti, perché nessuno l’ha mai ristrutturata secondo lo stile di un’unica epoca. Fino a poco tempo fa vivere così era normale: si entrava a fare parte di una storia che ci precedeva, che non si poteva controllare fino in fondo. Gli spifferi venivano riparati con della gommapiuma, le mattonelle sostituite là dove necessario, ma ci si adattava ad un mondo già esistente. Solo le ultime generazioni hanno desiderato dare un unico piano di interpretazione del luogo dove si abita, antico o moderno che sia. Non è stato semplice trovare la casa in cui girare il  film: tutti i luoghi che vedevamo erano o distrutti dalle  intemperie, o troppo ristrutturati. In macchina con noi, durante questi pellegrinaggi, avevamo il bellissimo libro di Roberto Innocenti “La casa del tempo”, che in qualche modo ci ha guidato.

La famiglia della nostra storia invece non c’era da prima, non appartiene a quella regione, e neanche sapeva all’inizio di essere una famiglia. Sono persone che sono arrivate in campagna per una scelta politica, perché nelle città non c’era più posto, e anni di manifestazioni sono stati soffocati dalla violenza e dalla delusione. Così hanno letto dei libri, hanno imparato a fare l’orto su dei manuali, hanno cercato parecchio e hanno combattuto le stagioni in solitudine. Sono tutti “ex” qualcosa, con lingue diverse, passati lontani ma ideali comuni. Io ne ho conosciute molte di famiglie così, in Italia ma anche in Francia, in Grecia. Piccoli sistemi sganciati dal resto, con regole autonome e una vita parallela a quella che leggiamo sui giornali. Ma non è una vita semplice: bisogna lavorare tanto, ed è difficile sopravvivere senza il conforto di appartenere a un movimento. Non si è dei veri contadini perché non si viene dalla terra, ma non ci si può neanche definire cittadini perché si sono tagliati i ponti con le città, non si è hippies perché ci si spacca la schiena dalla mattina alla sera, ma non si è neanche imprenditori agricoli perché ci si rifiuta di usare tecniche più produttive di coltivazione, in nome di una vita sana.

Non   essendoci   un   movimento,   una   definizione   con   cui   ci   si   possa   chiamare   da   fuori,   ecco   che   resta   solo   una   parola:   famiglia.   Proprio   quella   che   nel   sessantotto   tanto   volevano   spaccare,   ora   è   la   loro   arca   di   Noè,   è   il   loro   unico   riparo.   Loro   sono   una   famiglia.     La   famiglia   delle   Meraviglie   è   formata   da   Wolfgang,   il   padre   che   viene   da   un   paese   del   nord,   forse   dal   Belgio   o   dalla   Germania,   e   Angelica,   la   madre   italiana.   Hanno   quattro   bambine:   Gelsomina,   la   primogenita,  Marinella,  Caterina  e  Luna.  Hanno  un  orto,  un’ospite  fissa,  Cocò,  pecore  e  api.  Cosa  ci  fanno   lì?

La  risposta  è  quasi  imbarazzante  ma  è  vera:  vogliono  proteggere  le  bambine.  Da  qualcosa  che  sanno,  che   hanno   visto,   perché   tutto   è   sfacelo   e   distruzione   e   corruzione,   e   solo   la   campagna   ti   può   salvare.   Solo   restando   uniti.   Le   loro   intenzioni   sono   sincere,   anche   se   a   volte   si   esprimono   in   maniera   rabbiosa.   Ma   come   spiegarlo   a   Gelsomina,   la   primogenita,   la   principessa   ereditaria,   l’amore   del   babbo?   Lei   vorrebbe   una   vita   più   semplice,   più   abbinata   e   serena,   una   famiglia   con   meno   ideali   e   più   saggezza   come   quella   delle   sue   amiche.   Wolfgang   sente   che   la   figlia   in   cui   ripone   tutto,   quella   figlia   che   è   più   brava   di   lui   a   lavorare  con  le  api,  che  è  solida  e  responsabile,  le  sta  sfuggendo.  Ma  se  le  bambine  se  ne  vogliono  andare   -­  a  Milano?  In  Florida?  -­   allora  che  senso  ha  tutta  questa  fatica?”

Alice Rohrwacher

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