Autore: aliunde17

"Ci si mette a scrivere di lena, ma c'è un'ora in cui la penna non gratta che polveroso inchiostro, e non vi scorre più una goccia di vita, e la vita è tutta fuori, fuori dalla finestra, fuori di te, e ti sembra che mai più potrai rifugiarti nella pagina che scrivi, aprire un altro mondo, fare il salto. Forse è meglio così: forse quando scrivevi con gioia non era miracolo né grazia: era peccato, idolatria, superbia. Ne sono fuori, allora? No, scrivendo non mi sono cambiata in bene: ho solo consumato un po' d'ansiosa incosciente giovinezza. Che mi varranno queste pagine scontente? Il libro, il voto, non varrà più di quanto tu vali. Che ci si salvi l'anima scrivendo non è detto. Scrivi, scrivi, e già la tua anima è persa." Italo Calvino, Il cavaliere inesistente

Ryan Gosling is the new Alain Delon

Scritto da: Lucia Senesi

 

Alain Delon:Ryan Gosling

Michelangelo Antonioni, L’eclisse   v/s   Terrence Malick, Song to song

 

I want to say something about Ryan Gosling and why he’s such a great actor. After seeing Song to song I understand it completely. Here is the fact with Ryan Gosling, his acting is based on what he decides not to do. Consider this: Blue Valentine, on the bridge. Michelle Williams says she’s pregnant. “Is it mine?” he asks. The answer: “I don’t know”. “You don’t know?” In that situation, actors could scream or get crazy, but not Ryan Gosling. He has his own reactions: anger, disappointment, fragility, love, everything at a glance. Ryan Gosling is never under or over the line, but in his elegant, personal dimension. You can understand the power of his “calm” acting only later, years later, when you think about a certain film and you reconnect it to him, because you remember him more than the rest.

Again: Song to song, kitchen. Rooney Mara says she had sex with another man. “How many times?” he asks, again his own reaction: frustration, impotence, desire, everything in small amounts, small movements, and his expressions. Ryan Gosling’s acting is all in his face and in his body, not because he’s beautiful but because he’s authentic. You look at him and you know that he knows; it’s not about acting, it’s about life. He knows what working means, what it means not to fight against people who give you work because you need it to survive. Ryan Gosling renounces from being a hero to being a normal guy, but better, because also if his characters are constantly disappointed, by love, by work, by life, he accepts that. He learned how to master the experience of defeat. And actors much older than him can’t do that. Ryan Gosling is extremely mature, in a way you can’t expect from a celebrity or a sex-symbol, and that’s why you need years to understand him. Everything is natural in him, but behind that, there’s a huge technique that allows him to always be different. Ryan Gosling is faithful to Ryan Gosling but not to his characters, even when they’re very similar. He can say such stupid things like “You’re beautiful” or “You’re the only one I love”, and you trust him, you feel he’s telling the truth. No way you can listen to other actors saying that stuff, but again, he’s Ryan Gosling. There’s not a moment of pretense with him, never.

He doesn’t consider himself handsome, he can’t look at the girl he likes in the eyes, he’s not afraid to show his fragility. So he’s more handsome, more sexy, so when he finally looks at her, the audience is disoriented and unprepared, and feel that moment as unique.”Do you have a boyfriend? What’s his name?” asks, walking behind Rooney Mara, the way Marcello Mastroianni, in Fellini 8 1/2, says “Claudia, di chi sei innamorata, con chi stai, a chi vuoi bene?”.

Ryan Gosling works in subtraction, he’s a minimalist, so he allows his partners to shine in their oscar performances, but the truth is they win the Oscar because of him. He doesn’t win the Oscar also because his acting is not american at all. If we want to refer to someone, we have to come back to the old european cinema: Marcello Mastroianni, Jean-Louis Trintignant, Alain Delon. Discretion and elegance, this is Ryan Gosling, and this is the reason why it’s basically impossible not to love him.

Life in Plastic (it’s fantastic!)

“Sono l’unica a pensare che la Barbie immedesimabile sia un po’ sinistra? Non so, ripenso alla mia, quella preferita, e mi viene il sospetto che se guardandola ci avessi visto me stessa, una mini-me, mi sarei fatta scrupoli a mozzarle le mani.

Quanto alla portata generale di questa innovazione, io mi inchino di fronte alla deliziosa trovata passivo-aggressiva della Mattel, il dito medio alzato di un brand che muore. Per sessant’anni Mattel ha dovuto contendere con l’accusa di perpetuare dannosi stereotipi femminili, un’accusa vecchia quasi quanto la bambola stessa. E adesso che Barbie è un giocattolo quasi in via d’estinzione e che quindi non ha più niente da perdere, ecco che la casa madre si prende una squisita rivincita morale su tutti quelli che l’hanno sempre disapprovata, i consumatori pugnaci, i genitori.

È bellissimo e perverso. Perché adesso che la Evil Corporation® ti ha messo a disposizione la Barbie coreana, la Barbie culona, la Barbie alluce valgo, la responsabilità diventa tua. Se non la compri, il malvagio perpetuatore di stereotipi dannosi sei tu. Da oggi nasce la discriminazione vera perché la Barbie che tutti conosciamo nel suo non somigliare a nessuno era, tutto sommato, democratica. Adesso che sugli scaffali dei negozi avremo la affirmative action, e un’equa rappresentanza di tutte le soggettività, ciascuna Barbie se la dovrà cavare da sola. Adesso ci verrà davvero sbattuto in faccia quanto sia poco democratico il nostro concetto di bellezza – il nostro, non quello della Evil Corp. – adesso sono cazzi nostri.”

I had to stop watching the news - it was making my own problems seem insignificant

L’ultima cosa che mi sarei figurata è che oggi, nel 2016, a trentott’anni suonati io mi ritrovassi a scrivere di Barbie. Mai mi sarei immaginata di ritrovarmi a pensare a Barbie. Io non feticizzo particolarmente la cultura materiale della mia infanzia, non sono di quelli che si commuovono ripensando agli Exogini e alle girelle Motta.

E invece eccomi qua.

La notizia recente è che Mattel ha presentato la sua nuova scuderia di diversity-Barbie, e sono tutte molto carine, per carità – la novità sta nel fatto che le bambine del 2016 potranno scegliere bambole meno bionde, meno ariane, meno magre, meno alte e via così. Il criterio, suppongo, è quello dell’immedesimabilità, la possibilità di scegliere tra le tante una Barbie che ti somiglia di più. E questo mi fa molto ridere perché sospetto che fino ad oggi la questione stesse in tutt’altri termini: era il suo non somigliarti che la…

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Why a pan-European democracy movement? Interviewed by Nick Buxton

Yanis Varoufakis

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Yanis Varoufakis speaks to Nick Buxton, and Red Pepper, about why a pan-European movement for democracy is necessary

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Il termine “sinistra” non è più utilizzabile – Pablo Iglesias e Toni Negri

Scritto da: Lucia Senesi

 

La scorsa settimana Toni Negri è stato ospite a La Tuerka, il programma televisivo spagnolo condotto da Pablo Iglesias, e ha detto cose molto interessanti. Ve ne segnalo tre:

 

“I comunisti ridevano di noi socialisti e dicevano che eravamo l’appendice anarchica del Partito comunista. (…) questa cupola comunista non direi che era divenuta sempre più borghese, e nemmeno puramente burocratica. Era inerziale. Era incapace di rinnovamento. Era ideologicamente condizionata a un discorso che non riconosceva più le modificazioni del reale. (…) Il partito era bloccato proprio, se vuoi, dal suo carattere nazionalpopolare. Il partito comunista ha tentato di spostarsi verso il centro del sistema politico, e questa è stata la cosa che è precipitata immediatamente dopo al ’68.”

 

“Perché in Italia non c’è ancora Podemos o Syriza? Perché c’è questo cadavere del Partito comunista, che puzza, è lì davanti e ci blocca ogni strada.”

 

“E’ solo attraverso la testa che eguaglianza, libertà e solidarietà si mettono assieme. Non ci sono degli ordinamenti. E’ solo attraverso il cervello, la cultura, la vera egemonia. Guarda, io sono completamente d’accordo con te (con Pablo Iglesias, N.d.R.) quando si dice che il termine “sinistra” non è più utilizzabile.”



Pablo Iglesias-Toni Negri

Io non mi rilasso mai – Un posto luminoso chiamato giorno

Post di: Lucia Senesi

 

Avete tempo ancora stasera e domani pomeriggio per venire a vedere “Un posto luminoso chiamato giorno”.

 

“Io non mi rilasso mai. Sudo freddo quando leggo il Sunday Times. Leggo, sobbalzo, corro in strada alle tre di mattina con la mia bomboletta spray:

REAGAN UGUALE HITLER! RESISTERE! E NON DIMENTICARE, ANCHE WEIMAR AVEVA UNA COSTITUZIONE.”

chat

 

 

Dal libro – Un posto luminoso chiamato giorno

Post di: Lucia Senesi

 

Ci vediamo più tardi, io fossi in voi vorrei saperne di più!

 

“Dicono che il Libro dell’Apocalisse sia il libro preferito del Presidente. E’ plausibile, una volta accettata la premessa iniziale, cioè che il Presidente sappia leggere.”

Zillah

 

Vi aspettiamo! – Un posto luminoso chiamato giorno

Post di: Lucia Senesi

 

“Saremo ricordati per due cose: la nostra arte comunista e la nostra politica fascista.”

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Introduzione alla vita non fascista – Michel Foucault

Scritto da: Lucia Senesi

 

“Durante gli anni 1945-1965 (mi riferisco all’Europa), c’era un modo di pensare ritenuto corretto, un preciso stile del discorso politico, una precisa etica dell’intellettuale. Bisognava avere familiarità con Marx, non lasciare che i sogni vagabondassero troppo distanti da Freud, trattare i sistemi di segni – il significante – col più grande rispetto. Queste erano le tre condizioni che rendevano accettabile quella singolare occupazione che consiste nello scrivere e nell’enunciare una parte di verità su di sé e sulla propria epoca. Poi giunsero cinque anni brevi, appassionanti, cinque anni di gioie ed enigmi. Alle porte del nostro mondo il Vietnam, ovviamente, e il primo grande colpo inferto ai poteri costituiti. Ma cosa stava accadendo esattamente così addentro le nostre mura? Un amalgama di politica rivoluzionaria e anti-repressiva? Una guerra condotta su due fronti – lo sfruttamento sociale e la repressione psichica? Un aumento della libido modulato dal conflitto di classe? È possibile. In ogni modo, è attraverso quest’interpretazione familiare e dualista che si è preteso spiegare gli eventi di quegli anni. Il sogno che aveva affascinato, tra la Prima Guerra mondiale e l’avvento del fascismo, le frazioni più utopiste d’Europa – la Germania di Wilhelm Reich e la Francia dei surrealisti – era tornato ad abbracciare la realtà stessa: Marx e Freud illuminati dalla medesima incandescenza. Ma è accaduto proprio questo? È stata davvero una ripresa del progetto utopico degli anni Trenta, sul piano, stavolta, della pratica storica? O c’è stato, al contrario, un movimento verso delle lotte politiche che non si conformavano più al modello prescritto dalla tradizione marxista, verso una esperienza e una tecnologia del desiderio che non erano più freudiani? Sono stati branditi di certo i vecchi stendardi, ma la lotta si è spostata e ha conquistato nuove zone.

L’Anti-Edipo mostra, anzitutto, l’estensione della superficie coperta. Ma fa molto di più. Non si perde nel denigrare i vecchi idoli, pur giocando molto con Freud. E, soprattutto, ci incita ad andare più lontano. Sarebbe un errore leggere L’Anti-Edipo come il nuovo quadro di riferimento teorico (avrete sentito parlare di questa famosa teoria che ci è stata così spesso annunciata: quella che va ad inglobare tutto, che è assolutamente totalizzante e rassicurante, quella, ci assicurano, della quale «avevamo tanto bisogno» in quest’epoca di dispersione e di specializzazione in cui la «speranza» viene meno). Non bisogna cercare una «filosofia» in questa straordinaria profusione di nozioni nuove e di concetti sorprendenti: L’Anti-Edipo non è un pacchiano Hegel. Io credo che il modo migliore per leggere L’Anti-Edipo sia di avvicinarlo come un’«arte», nel senso in cui si parla, ad esempio, di arte erotica. Fondandosi su nozioni in apparenza astratte come molteplicità, flussi, dispositivi e concatenamenti, l’analisi del rapporto del desiderio con la realtà e con la «macchina» capitalista apporta delle risposte a questioni concrete. Questioni che si preoccupano meno del perché delle cose che del loro come. Come s’introduce il desiderio nel pensiero, nel discorso, nell’azione? In che modo il discorso può e deve dispiegare le sue forze nella sfera della politica e intensificarsi nel processo di rovesciamento dell’ordine stabilito? Ars erotica, ars teoretica, ars politica.
Da cui i tre avversari coi quali L’Anti-Edipo si confronta. Tre avversari che non hanno la stessa forza, che rappresentano gradi diversi di minaccia e che questo libro combatte con mezzi differenti:

1) Gli asceti politici, i militanti cupi, i terroristi della teoria, coloro che vorrebbero preservare l’ordine puro della politica e del discorso politico. I burocrati della rivoluzione e i funzionari della Verità.

2) I tecnici mediocri del desiderio, gli psicanalisti e i semiologi che registrano ogni segno e ogni sintomo, e che vorrebbero ridurre l’organizzazione molteplice del desiderio alla legge binaria di struttura e mancanza.

3) Infine, il nemico maggiore, l’avversario strategico: il fascismo (laddove l’opposizione de’ L’Anti-Edipo agli altri suoi nemici costituisce semmai un impegno tattico). E non soltanto il fascismo storico di Hitler e Mussolini, che ha saputo mobilitare e impiegare così bene il desiderio delle masse, ma anche il fascismo che è in noi, che possiede i nostri spiriti e le nostre condotte quotidiane, il fascismo che ci fa amare il potere, desiderare proprio la cosa che ci domina e ci sfrutta.

Direi che L’Anti-Edipo (possano i suoi autori perdonarmi) è un libro di etica, il primo libro di etica che sia stato scritto in Francia da molto tempo a questa parte (forse è questa la ragione per cui il suo successo non si è limitato ad un «lettorato» particolare: essere anti-edipici è diventato uno stile di vita, un modo di pensiero e di vita). Come fare per non diventare fascisti anche (e soprattutto) quando ci si crede dei militanti rivoluzionari? Come liberare i nostri discorsi e i nostri atti, i nostri cuori e i nostri desideri dal fascismo? Come lavar via il fascismo che si è incrostato nel nostro comportamento? I moralisti cristiani cercavano le tracce della carne installata tra le pieghe dell’anima. Deleuze e Guattari, da parte loro, braccano le più infime tracce di fascismo presenti nel corpo.

Rendendo un modesto omaggio a San Francesco di Sales, si potrebbe dire che L’Anti-Edipo è un’Introduzione alla vita non-fascista. Quest’arte di vivere, contraria a tutte le forme di fascismo, siano esse interne o prossime all’essere, si accompagna ad un certo numero di principî essenziali, che io, se dovessi fare di questo grande libro un manuale o una guida per la vita quotidiana, riassumerei come segue:

liberate l’azione politica da ogni forma di paranoia unitaria e totalizzante;

• fate crescere l’azione, il pensiero e i desideri per proliferazione, giustapposizione e disgiunzione, anziché per suddivisione e gerarchizzazione piramidale;

affrancatevi dalle vecchie categorie del Negativo (la legge, il limite, la castrazione, la mancanza, la lacuna), che il pensiero occidentale ha così a lungo sacralizzato come forma di potere politica;

non pretendiate dalla politica che ristabilisca i «diritti» dell’individuo per come li ha definiti la filosofia. L’individuo è il prodotto del potere. Occorre invece «disindividualizzare» attraverso la moltiplicazione e la dislocazione dei diversi dispositivi.

Il gruppo non deve essere il legame organico che unisce gli individui gerarchizzati, ma un costante generatore di «disindividualizzazione»;

non innamoratevi del potere.

Si potrebbe addirittura affermare che Deleuze e Guattari amano così poco il potere da mettere in atto il tentativo di neutralizzare gli effetti dei poteri legati al loro stesso discorso. Da qui i giochi e le trappole che si trovano un po’ dappertutto nel libro, e che rendono la sua traduzione un vero tour de force. Ma non si tratta delle trappole familiari della retorica, che cercano di sedurre il lettore senza che egli sia cosciente della manipolazione, finendo per guadagnarlo alla causa degli autori contro la sua volontà. Le trappole de’ L’Anti-Edipo sono quelle dell’humour: altrettanti inviti a lasciarsi espellere, a prendere congedo dal testo sbattendo la porta. Il libro induce spesso a pensare che si tratti solo di giochi e humour, laddove succede invece qualcosa d’essenziale, qualcosa che è della più grande serietà: la caccia a tutte le forme di fascismo, da quelle, colossali, che ci circondano e ci schiacciano, fino alle minute forme che fanno l’amara tirannia delle nostre vite quotidiane.”

 

Michel Foucault, Introduzione alla vita non fascista

 

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Il 25 aprile oltre la retorica

Scritto da: Lucia Senesi

 

“Quando arrivò l’Agnese per rimanere con noi, e ci riconoscemmo e parlammo insieme perché era un giorno calmo, non crediate che ci si dicesse frasi eroiche. Nessuno nella guerra partigiana diceva mai frasi eroiche, neppure quando stava per morire. Tutt’al più gridava: “Viva i partigiani!” o cantava “Bandiera rossa” e questo è già molto per uno che sta per morire. Ma spesso cadeva in silenzio col rumore dei mitra che spengono tutte le parole.

Così era il clima di allora nella vita partigiana, antiretorico, antidrammatico, casalingo e domestico anche se eravamo alla macchia e la morte girava lì intorno, si nascondeva nello scialle dell’Agnese, negli scarponi dei barcaioli o nei capelli del mio bambino.”

Renata Viganò

Lo scrittore e il dubbio – Friedrich Engels

Scritto da: Lucia Senesi

 

Quando Engels, DICO ENGELS!, sosteneva che uno scrittore non dovrebbe “neppure prendere ostensibilmente partito.”

 

Londra, 26 Novembre 1885

Cara signora Kautsky,

[…] ho appena finito di leggere Die Alten und due Neuen del quale La ringrazio di cuore. Le descrizioni della vita degli operai delle miniere di salgemma sono magistrali al pari di quelle dei contadini dello Stefan. Anche quelle della vita della società viennese sono in gran parte assai belle. […] In entrambi questi campi io ritrovo la solita acuta individualizzazione dei caratteri; ciascuno è un tipo, ma è anche, ad un tempo, un individuo perfettamente determinato, un “costui”, per dirla con l’espressione del vecchio Hegel, e così deve anche essere. Ma pure per amore di imparzialità, sono costretto a fare dei rilievi e perciò vengo ad Arnold. E’ un ragazzo troppo, troppo perfetto e quando, alla fine, perisce durante un franamento, questo fatto si può fare andar d’accordo con la giustizia poetica solamente dicendo che era troppo buono per questo mondo. Ma è sempre un male che un poeta spasimi per il suo eroe, e a me pare che in certa misura Lei sia incorsa in questo errore. In Elsa c’è ancora una certa individualizzazione seppure è già idealizzata, ma in Arnold la persona svanisce ancora maggiormente nell’idea.

Da dove sia sorta questa deficienza, si avverte dallo stesso romanzo. Lei sentiva evidente il bisogno di prendere in questo libro apertamente partito, di offrire a tutti testimonianza della sua fede. Ora questo è avvenuto, è cosa che Lei si è ormai lasciata alle spalle e che non occorre più ripetere in questa forma. Io non sono assolutamente avversario della poesia di tendenza; non meno lo furono Dante e Cervantes e la cosa migliore in Kabale und Lieben [Amore e raggiro] di Shiller è che esso rappresenta il primo dramma politico tedesco di tendenza. I russi e i norvegesi moderni, che ci danno romanzi eccellenti, sono tutti poeti di tendenza. Ma secondo me la tendenza deve sorgere dalla situazione e dalla azione stessa senza che vi si faccia esplicitamente riferimento, e il poeta non deve dare al lettore già bella e pronta la futura soluzione dei conflitti sociali che descrive. […] Il romanzo socialista, secondo il mio parere, adempie compiutamente il suo compito quando, mediante una fedele descrizione delle condizioni reali, infrange le illusioni convenzionali dominanti, scuote l’ottimismo del mondo borghese, rende inevitabile il dubbio sull’eterna validità di ciò che in atto sussiste, senza neppure direttamente fornire una soluzione, anzi in certi casi, senza neppure prendere ostensibilmente partito.

Con cordiale amicizia e sincera ammirazione

Suo

F.Engels”

E in una lettera dell’aprile del 1888 a Margaret Harkness specifica: “Quanto più nascoste rimangono le opinioni dell’autore tanto meglio è per l’opera d’arte.

Friedrich_Engels

Socialismo e cultura – Antonio Gramsci

Scritto da: Lucia Senesi

 

Bisogna disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico, in cui l’uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare di dati empirici, di fatti bruti e sconnessi che egli poi dovrà cesellare nel suo cervello come nelle colonne di un dizionario per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno.
Questa forma di cultura è veramente dannosa specialmente per il proletariato. Serve solo a creare degli spostati, della gente che crede di essere superiore al resto dell’umanità perché ha ammassato nella memoria una certa quantità di dati e di date, che snocciola ad ogni occasione per farne quasi una barriera fra sé e gli altri. Serve a creare quel certo intellettualismo bolso e incolore, così ben fustigato a sangue da Romain Rolland […]. Ma questa non è cultura, è pedanteria, non è intelligenza, ma intelletto […].”
Antonio Gramsci, Socialismo e cultura

Il paesaggio e la famiglia – Alice Rohrwacher

Scritto da: Lucia Senesi

 

“Arriva   sempre   il   momento   in   cui   qualcuno   ti   chiede   da   dove   vieni. Vorrei   tanto   rispondere   con   una   sola   parola,   come   “Roma!”,   “Milano!”,   ma   invece mi ritrovo a spiegare   che   vengo   da   una   zona   di   confine   tra   Umbria-­Lazio   e   Toscana,   là   dove   le identità   sono   tutte   sfaldate,   in   campagna. Forse   il   mio   interlocutore   conosce   quei   luoghi? Ma certo, mi   dice, certo: sono stato a Civita la scorsa domenica e mi è sembrato di vivere nel medioevo per una giornata.

Ecco,  questo  è  stato  il  primo  istinto  che  mi  ha  spinto  a  lavorare  sulle  Meraviglie:  il  disagio che  si  pensi  alla   campagna, o ai piccoli paesi che la costellano, come  luoghi “puri”, fuori  dal  tempo, e quindi fruibili, perché  non  possono mai mutare. Ma visti dal di dentro (o forse visti lateralmente), quei luoghi non sono così, e la purezza è solo una prigione a cui si sono consegnati per avere in cambio un pasto caldo al giorno. In Italia oggi si parla della campagna solo per raccontarne la distruzione e l’imminente rovina, o per usarla come sfondo romantico e innocente di storie che poco la riguardano. Eppure quello che sta avvenendo nel paesaggio italiano è un cambiamento molto più  profondo e doloroso. La lunga lotta per la terra, quel teatro millenario di scontri tra proprietari e lavoratori, non  si  è  risolta, si è solo allontanata, sbiadita. Il   campo di battaglia è stato lasciato libero e sono arrivati gli sciacalli.

Prima hanno dato fuoco a tutto quello che incontravano sul cammino, poi hanno arraffato quei pochi spazi di risulta rimasti più o meno intatti, e li hanno trasformati in uno strabiliante parco tematico per rassicurare le nostre domeniche. Una specie di museo all’aria  aperta. Vivere nel medioevo per una giornata: ecco la politica territoriale che è stata portata avanti negli ultimi vent’anni, con  metodo. Prima si è cercato di distruggere tutto ciò che era cultura -­ le piazze, le siepi,  le   biblioteche e i   piccoli cinema, i teatri di provincia, i circoli e tutti i luoghi di ritrovo e di scambio -­ per poi trasformare in cultura tutto quello che restava, tutto quello che era innocuo: il mangiare (a  bocca piena si parla meno) e il passato remoto (che pericolo ci può essere nel teatro etrusco?).   All’improvviso tutti si sono ricordati di avere UNA tradizione, e si sono dedicati a quella con tutte le loro forze. Ma la tradizione non si può estrapolare, è fatta di strati, e spesso è solo l’ultima manifestazione di un processo di mutamento. Non è piatta, è come un pozzo. Non si può salvare e proteggere solo uno strato. Insomma, ho iniziato a girare nella mia regione, a incontrare contadini, imprenditori agricoli, paesani. Ho iniziato a chiedermi: se venissero gli extraterrestri, cosa capirebbero di questo posto? Può essere la sagra l’unica cosa che resta di un paese quasi completamente agricolo? Cosa significa abitare in questo paesaggio, esserne parte, arginare la commercializzazione da un lato e le difficoltà ambientali dall’altro? Esiste un’immagine che può sintetizzare tutto questo?

Per poter trovare un’immagine pura, abbiamo bisogno di un punto di vista, che deve necessariamente essere ibrido. E di una casa, naturalmente. E di una famiglia che ci è andata ad abitare.
La casa che abbiamo scelto per il film c’era da prima, c’è sempre stata. E’ una casa dove ci sono delle parti antichissime e delle parti più recenti, perché nessuno l’ha mai ristrutturata secondo lo stile di un’unica epoca. Fino a poco tempo fa vivere così era normale: si entrava a fare parte di una storia che ci precedeva, che non si poteva controllare fino in fondo. Gli spifferi venivano riparati con della gommapiuma, le mattonelle sostituite là dove necessario, ma ci si adattava ad un mondo già esistente. Solo le ultime generazioni hanno desiderato dare un unico piano di interpretazione del luogo dove si abita, antico o moderno che sia. Non è stato semplice trovare la casa in cui girare il  film: tutti i luoghi che vedevamo erano o distrutti dalle  intemperie, o troppo ristrutturati. In macchina con noi, durante questi pellegrinaggi, avevamo il bellissimo libro di Roberto Innocenti “La casa del tempo”, che in qualche modo ci ha guidato.

La famiglia della nostra storia invece non c’era da prima, non appartiene a quella regione, e neanche sapeva all’inizio di essere una famiglia. Sono persone che sono arrivate in campagna per una scelta politica, perché nelle città non c’era più posto, e anni di manifestazioni sono stati soffocati dalla violenza e dalla delusione. Così hanno letto dei libri, hanno imparato a fare l’orto su dei manuali, hanno cercato parecchio e hanno combattuto le stagioni in solitudine. Sono tutti “ex” qualcosa, con lingue diverse, passati lontani ma ideali comuni. Io ne ho conosciute molte di famiglie così, in Italia ma anche in Francia, in Grecia. Piccoli sistemi sganciati dal resto, con regole autonome e una vita parallela a quella che leggiamo sui giornali. Ma non è una vita semplice: bisogna lavorare tanto, ed è difficile sopravvivere senza il conforto di appartenere a un movimento. Non si è dei veri contadini perché non si viene dalla terra, ma non ci si può neanche definire cittadini perché si sono tagliati i ponti con le città, non si è hippies perché ci si spacca la schiena dalla mattina alla sera, ma non si è neanche imprenditori agricoli perché ci si rifiuta di usare tecniche più produttive di coltivazione, in nome di una vita sana.

Non   essendoci   un   movimento,   una   definizione   con   cui   ci   si   possa   chiamare   da   fuori,   ecco   che   resta   solo   una   parola:   famiglia.   Proprio   quella   che   nel   sessantotto   tanto   volevano   spaccare,   ora   è   la   loro   arca   di   Noè,   è   il   loro   unico   riparo.   Loro   sono   una   famiglia.     La   famiglia   delle   Meraviglie   è   formata   da   Wolfgang,   il   padre   che   viene   da   un   paese   del   nord,   forse   dal   Belgio   o   dalla   Germania,   e   Angelica,   la   madre   italiana.   Hanno   quattro   bambine:   Gelsomina,   la   primogenita,  Marinella,  Caterina  e  Luna.  Hanno  un  orto,  un’ospite  fissa,  Cocò,  pecore  e  api.  Cosa  ci  fanno   lì?

La  risposta  è  quasi  imbarazzante  ma  è  vera:  vogliono  proteggere  le  bambine.  Da  qualcosa  che  sanno,  che   hanno   visto,   perché   tutto   è   sfacelo   e   distruzione   e   corruzione,   e   solo   la   campagna   ti   può   salvare.   Solo   restando   uniti.   Le   loro   intenzioni   sono   sincere,   anche   se   a   volte   si   esprimono   in   maniera   rabbiosa.   Ma   come   spiegarlo   a   Gelsomina,   la   primogenita,   la   principessa   ereditaria,   l’amore   del   babbo?   Lei   vorrebbe   una   vita   più   semplice,   più   abbinata   e   serena,   una   famiglia   con   meno   ideali   e   più   saggezza   come   quella   delle   sue   amiche.   Wolfgang   sente   che   la   figlia   in   cui   ripone   tutto,   quella   figlia   che   è   più   brava   di   lui   a   lavorare  con  le  api,  che  è  solida  e  responsabile,  le  sta  sfuggendo.  Ma  se  le  bambine  se  ne  vogliono  andare   -­  a  Milano?  In  Florida?  -­   allora  che  senso  ha  tutta  questa  fatica?”

Alice Rohrwacher

La scissione fra Partito Socialista e Partito Comunista – Sandro Pertini

Scritto da: Lucia Senesi

“Succede che nel 1921 viene la scissione fra Partito Socialista e quello che poi diventa il Partito Comunista. Perché arrivano da Mosca i 21 punti di Lenin. Ora, molti di questi punti potevano essere accettati dai socialisti, ma vi era soprattutto un punto che i socialisti respingevano, Turati e Treves, cioè la dipendenza del movimento socialista italiano dall’Internazionale comunista. Proprio questo Turati lo respinse: “Noi vogliamo la nostra autonomia.” Lui aveva dato una grande importanza alla rivoluzione sovietica. Al Teatro Goldoni, a Livorno nel 1921, prese la parola Terracini dicendo: “Noi accettiamo i 21 punti di Mosca, fra noi e voi non c’è più possibilità di collaborazione, noi ci andiamo a riunire in un altro locale e ci separiamo da voi.” Filippo Turati fece questo intervento molto umano e molto saggio. Mentre stavano per uscire, c’era Bordiga, c’era Gramsci, Turati va alla tribuna e dice: “Fermatevi prima di lasciare il nostro Congresso. Voi siete degli uomini onesti, state commettendo un grave errore. Quando riconoscerete questo errore ritornerete tra di noi.” Dopo si capì che Turati e Treves, perché il cervello del Partito Socialista era Claudio Treves, avevano ragione. Ho visto Terracini, coraggiosamente alla televisione: “E allora secondo lei”, gli ha detto l’intervistatore, “aveva sbagliato Turati?” “No, Turati aveva visto giusto, disse una verità allora, dobbiamo riconoscerglielo. Aveva ragione Turati e avevamo torto noi”.”
Sandro Pertini, 21/01/1983

La fiducia sulla legge elettorale e la “legge truffa” (raccontata da Nenni)

Scritto da: Lucia Senesi

 

In questi giorni si discute molto della possibilità, da parte del Governo, di porre la fiducia sulla legge elettorale. Com’è noto, ciò avvenne nel 1953, in occasione di quella che fu chiamata “legge truffa”. Ma che successe nello specifico? Pietro Nenni lo racconta dettagliatamente nei suoi Diari. In realtà la vicenda si apre nel novembre dell’anno prima e prende delle pieghe che hanno del romanzesco (e che in qualche maniera portarono allo scioglimento di Camera e Senato).

 

20 novembre 1952

Abbiamo avuto oggi alla Camera il primo scontro sulla legge elettorale. Il presidente Gronchi ha proposto che la commissione finisse i suoi lavori entro il 3 dicembre. Mi sono alzato a protestare contestando la validità della sua interpretazione del regolamento, annunciando che chiederemo una proroga e in definitiva incassando. In verità non si poteva fare diversamente giacché la decisione del presidente era il risultato di un accordo di compromesso avvenuto ieri tra lui e Togliatti. Diversamente la richiesta di fissare un termine ai lavori della commissione sarebbe stata formulata da Bettiol per il 27 o il 29 novembre invece che per il 3 dicembre. Io l’avrei preferito perché nei confronti di Bettiol eravamo liberi di fare il casa diavolo. Stasera mi ha telefonato Gronchi per dirmi che la richiesta da me annunciata di una proroga non era contemplata nell’accordo e lo mette in una situazione difficile. Gli ho risposto che sono anch’io in una situazione difficile e che se la commissione non avrà il 3 dicembre conclusi i suoi lavori, ciò che è praticamente impossibile, chiederemo la proroga. Certo non è stato un inizio felice della battaglia parlamentare.

 

9 dicembre 1952

Siamo in pieno ostruzionismo contro la legge elettorale Scelba. Come finirà è difficile dirlo. Intanto oggi si è chiusa la prima fase dello scontro col voto della Camera che ha respinto la mia sospensiva (motivata con l’esigenza di dare la precedenza al voto delle norme di formazione della Corte costituzionale e alle norme per l’attuazione del referendum) e le eccezioni di incostituzionalità sviluppate con molto vigore da Togliatti, Basso, De Martino e Ferrandi. (…)

 

18 dicembre 1952

Con la chiusura della discussione generale sul disegno di legge elettorale si è conclusa stasera la prima fase della battaglia parlamentare. L’avevo iniziata il 7 dicembre proponendo la sospensiva, l’ho chiusa stasera con un discorso di cui tutti hanno lodato il tono e il contenuto, ma al quale nessuno ha risposto. A cominciare da De Gasperi, chiamato duramente in causa. Si inizia domani con gli ordini del giorno la fase vera e propria dell’ostruzionismo. Il governo ostenta una grande sicurezza, fino a credere, o a fingere di credere, che la legge possa giungere al Senato subito dopo l’Epifania. Sono conti fatti senza l’oste.

 

3 gennaio 1953

Una nuova fase della battaglia parlamentare s’è conclusa ieri, anzi questa mattina alle tre, con l’approvazione di un ordine del giorno Codacci Pisanelli per il passaggio alla discussione dell’articolo unico del progetto di legge Scelba. E’ stata una giornata emozionante, con rapidi passaggi di tattica che hanno sconcertato la maggioranza. Essa aveva un piano massiccio come la sua composizione e a senso unico. Ottenere che il regolamento venisse interpretato nel senso che non si possono fare dichiarazioni di voto quando è richiesto lo scrutinio segreto. Ora siccome lo scrutinio segreto ha la precedenza su ogni altro, in pratica ciò finirebbe per rendere impossibile ogni e qualsiasi dichiarazione di voto. Così l’eccezione della minoranza è stata respinta e la maggioranza, per farlo, non ha esitato a mettersi in conflitto col presidente Gronchi il quale aveva chiesto di essere lasciato arbitro di valutare in quali casi egli doveva ammettere, o rifiutare il diritto di dichiarazione di voto.

Nel suo dissennato furore la maggioranza non s’è accorta che il presidente Gronchi aveva offerto la soluzione a essa più favorevole. Infatti i suoi guai stavano appena per cominciare. Si doveva votare il passaggio alla discussione sull’articolo unico su un ordine del giorno di Targetti. Fra la sorpresa della maggioranza, Targetti ha ritirato l’ordine del giorno con una dichiarazione sferzante quanto una staffilata. Sono così rivissuti numerosi altri ordini del giorno che in caso diverso erano da considerare decaduti. Quando, suonata la mezzanotte, gli uscieri hanno cambiato la targa che indica il giorno e sostituito al 2 gennaio il 3 gennaio, il giorno fatidico della dittatura mussoliniana, è scoppiata dai nostri banchi una clamorosa sghignazzata. Una volta tragedia, una volta commedia! (…)

Sull’ordine del giorno Codacci Pisanelli c’è da fare una gustosa osservazione. L’ordine del giorno è così redatto: “La Camera ecc. lo approva auspicando in base a esso le più costruttive intese democratiche”. Si è chiesto al deputato della DC cosa significassero queste parole ed egli ha candidamente risposto che erano dirette al PSI la cui intesa con la DC darebbe finalmente alla democrazia una salda base. Abbiamo così la situazione paradossale della approvazione di un ordine del giorno che auspica alleanza diverse da quelle contratte dal gruppo dirigente della DC. Sarebbe un fatto politico di grande importanza se non si trattasse di una piccola buffonata.

L’onorevole Codacci Pisanelli ha tenuto ad assicurarmi della serietà dei suoi intenti e del vasto consenso che il suo ordine del giorno e l’interpretazione che ne ha dato incontrano nel suo gruppo. E’ possibile. “Se il PSI”, mi ha detto, “si apparenta la DC avremo il 65 per cento dei voti – in base alla legge Scelba – si applica allora la proporzionale pura e semplice. L’uovo di Colombo!”.

Gli ho risposto non senza malizia con un aneddoto. Parlando con Stalin l’ambasciatore francese a Mosca stava facendo l’elogio del Patto Atlantico, difensivo, pacifico, umanitario. Stalin stava a sentire quasi divertito. Alla fine si volse a Molotov per dirgli: “Se il Patto Atlantico è tanto bello perché non vi aderiamo anche noi?”. Se la legge Scelba è tanto bella e se prelude alla alleanza della DC col PSI perché non dovremmo votarla anche noi?

 

4 gennaio 1953

La stampa parla molto di una mia intransigenza in confronto alla transigenza di Togliatti. C’è una piccola parte di verità. E tuttavia non si tratta di transigenza o di intransigenza sul merito della legge Scelba, ma di valutazione della situazione. Togliatti teme una provocazione che metta in pericolo il PCI e cerca di evitarla. (…) Anche qui però il fondo del problema è una diversa concezione strategica. Lineare, massiccia e classica quella dei miei compagni. Elastica quella dei comunisti. (…)

 

21 gennaio 1953

Finito l’ostruzionismo con la vittoria del governo che ha ottenuto stamani all’alba il voto di fiducia e l’approvazione della riforma elettorale, dopo una seduta ininterrotta di tre giorni e tre notti durante la quale ci sono state centottantasei dichiarazioni di voto, ultima la mia con la quale ho annunciato che non avremmo preso parte alla votazione. Siamo quindi usciti al canto degli inni di Mameli e dei lavoratori. Ieri sera si è avuto un momento di drammatica tensione quando Ingrao si è presentato sanguinante alla tribuna per ferite della polizia mentre si svolgeva a Roma uno sciopero di protesta e Montecitorio era come assediato dalla forza pubblica. La drammaticità della seduta fiume e il suo finale non tolgono nulla al fatto che siamo battuti. Il colpo di grazia ci è venuto una settimana fa dal governo con la richiesta della fiducia sull’intera legge dichiarata così inemendabile e indivisibile. Il modo con cui fu posta la fiducia non ha precedenti nel parlamento italiano dal 1861 a oggi e ne ha qualcuno in Francia per le leggi di finanza. Non era quindi stato previsto dai nostri soloni, che si ritenevano sicuri di poter protrarre il dibattito fino ai primi di febbraio. E sarebbe in verità bastato per far naufragare la legge al Senato. Così le prospettive sono naturalmente piuttosto fosche. Tuttavia, se l’ostruzionismo non ha raggiunto il suo scopo ha però risvegliato potentemente il senso civico degli italiani, cosa di cui noi socialisti in particolare dovremmo giovarci nelle elezioni di primavera, come ciò avvenne in quelle del 1946. Ecco il calendario dell’ostruzionismo. Dal 21 ottobre al 3 dicembre in commissione, dal 7 dicembre al 21 gennaio in aula. L’ultima è durata settanta ore!

 

29 marzo 1953

L’ostruzionismo contro la legge truffa è finito oggi al Senato in modo imprevisto e drammatico. Da più di settanta ore il Senato era immobilizzato nella discussione della urgenza per una legge Bitossi concernente la disciplina del lavoro delle mondine. Il regolamento del Senato non contempla limiti di tempo per le dichiarazioni di voto e taluni dei nostri compagni, per esempio il taciturno Morandi, avevano parlato per più di quattro ore. La maggioranza pareva in preda allo smarrimento, aggravato dalle dimissioni del presidente Paratore sostituito da Ruini, dopo il rifiuto di Gasparotto e di Zoli.

Si annunciava per oggi la fine dell’intermezzo sulle mondine e il ritorno alla discussione sulla legge elettorale. Io me n’ero venuto a Formia, dopo di aver raccomandato ai compagni senatori di essere vigili per sventare ogni provocazione e comunque essere pronti a impedire il passaggio al voto. Alle quattro e mezzo sono stato avvertito di tornare subito a Roma. Che diavolo poteva essere successo? Mi sono precipitato al telefono prima di mettermi in cammino. E mentre attendevo la comunicazione con Pertini ho sentito l’impiegata del gruppo dire: “Adesso, quando gli dicono che è tutto votato!” Infatti era tutto finito, tutto votato. Solo la sera ho potuto ricostruire col racconto dei compagni quanto era successo. In poco più di quaranta minuti il Senato, con un inganno del presidente Ruini, ha votato la legge truffa.

Esaurito il dibattito sulle mondine, l’opposizione aveva in serbo tutta una serie di espedienti per guadagnare tempo. Ha cominciato Terracini col chiedere la parola per fatto personale. Rifiuto di Ruini. Poi per un richiamo al regolamento. Altro rifiuto. Allora è scoppiato il tumulto e nel tumulto Ruini ha fatto votare per alzata e seduta una pregiudiziale Bosco che dava la precedenza al voto di fiducia del governo. Ha dato la parola al relatore di minoranza Rizzo, che non ha sentito, al ministro Scelba, che ha rinunciato, e mentre ci si colluttava nell’aula e il presidente stesso era assalito al suo banco, ha indetto la votazione per appello nominale e proclamato il risultato mentre volavano pugni, schiaffi e perfino tavolette. La scena, a detta dei testimoni, è stata tragica. Ruini era come nascosto dietro un duplice cordone di uscieri e, pallido e tremante, parlava nel microfono facendo registrare le sue parole che nessuno nell’aula poteva udire. Una disposizione tassativa del regolamento impone in caso di incidenti che la seduta venga sospesa. Niente. Solo le tribune sono state sgombrate. Quando affranto è uscito dall’aula Ruini ha detto: “Ho salvato la democrazia, ma sono personalmente un uomo finito!”.

La nullità del voto è evidente, ma non può essere attestato che dal Senato e ho l’impressione che non sarà riunito. Si è trattato di un piano determinato? Oppure l’opposizione è caduta in una provocazione? L’una e l’altra cosa appaiono verosimili. Sarebbe bastato che a un certo punto il tumulto si fosse chetato e Rizzo, relatore della minoranza, avesse preso la parola perché il piano della presidenza, di una votazione di soppiatto, fosse sventato. D’altro canto il tumulto dev’essere divenuto a un certo momento tale da favorire il piano di Ruini, di evitare a ogni costo la sospensione della seduta e di procedere al voto in mezzo al tumulto. Come sia sia, la legge è votata, ma non è finita la nostra battaglia contro la legge che si trasferisce dal parlamento al paese.

 

4 aprile 1953

Senato e Camera sono sciolti. Elezioni il 7 giugno.

 

CHE CI SIA OGNUN LO DICE……

“La sinistra è morta quando sembrò che stesse realizzando i suoi obbiettivi con la rivoluzione sovietica, con la costruzione di una società a cui mancava totalmente la libertà e che tradiva Marx il quale aveva definito il socialismo come una società nella quale la libertà di ciascuno è la condizione per la libertà di tutti (quante volte ho citato questo brano?!).”

il blog


QUARTO STATO-GIUSEPPE TAMBURRANO- 

            Dove sia nessun lo sa. Scusatemi se batto sempre sullo stesso chiodo: mi riferisco alla sinistra. Essa è un’idea millenaria: che il mondo può essere cambiato – può e quindi deve – per diventare più giusto, più libero, più vivibile per tutti.

            E’ un processo incessante: è la storia, è la lotta degli esseri umani per cambiare in meglio. Gramsci giovane scrisse: “Non saremo mai conservatori, nemmeno nel socialismo realizzato”.

            La sinistra è morta quando sembrò che stesse realizzando i suoi obbiettivi con la rivoluzione sovietica, con la costruzione di una società a cui mancava totalmente la libertà e che tradiva Marx il quale aveva definito il socialismo come una società nella quale la libertà di ciascuno è la condizione per la libertà di tutti (quante volte ho citato questo brano?!).

            Con il crollo del comunismo e poi con la crisi del capitalismo globalizzato…

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