Arte e spettacolo

Io non mi rilasso mai – Un posto luminoso chiamato giorno

Post di: Lucia Senesi

 

Avete tempo ancora stasera e domani pomeriggio per venire a vedere “Un posto luminoso chiamato giorno”.

 

“Io non mi rilasso mai. Sudo freddo quando leggo il Sunday Times. Leggo, sobbalzo, corro in strada alle tre di mattina con la mia bomboletta spray:

REAGAN UGUALE HITLER! RESISTERE! E NON DIMENTICARE, ANCHE WEIMAR AVEVA UNA COSTITUZIONE.”

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Dal libro – Un posto luminoso chiamato giorno

Post di: Lucia Senesi

 

Ci vediamo più tardi, io fossi in voi vorrei saperne di più!

 

“Dicono che il Libro dell’Apocalisse sia il libro preferito del Presidente. E’ plausibile, una volta accettata la premessa iniziale, cioè che il Presidente sappia leggere.”

Zillah

 

Vi aspettiamo! – Un posto luminoso chiamato giorno

Post di: Lucia Senesi

 

“Saremo ricordati per due cose: la nostra arte comunista e la nostra politica fascista.”

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P.P.P. Pensieri Parole Professioni

Post di: Lucia Senesi

 

Da martedì 14 aprile, al Teatro Ambra alla Garbatella, saranno in mostra alcuni miei scatti (insieme a quelli di colleghi molto più bravi di me). Passate a trovarci, suvvia.

 

mostra

L’Opera è un genere per ricchi? Non scherziamo. – Gli appuntamenti da non perdere

Testo di: Lucia Senesi

 

“L’opera lirica è popolare. Solo così diventa nobile. E invece si è un po’ come dire, per comodità o anche per una questione economica, molto imborghesita. E allora uccidi l’arte. Quando capti l’opera lirica come qualcosa di veramente popolare, come lo è sempre stata, allora è bellissima, allora si avvicina, si tatua meglio. Guai considerare l’opera lirica come qualcosa d’élite, guai! Perché diventa povera, almeno artisticamente.”

Così Antonio Albanese. Ma che c’entra lui con l’Opera?, direte. Ve lo spiego subito: finalmente ci siamo decisi a pensare ai bambini, e la Scala mette in scena un adattamento della Cenerentola di Rossini. Antonio Albanese partecipa al bel progetto, affidato ai giovani cantanti dell’Accademia, che sono giovani ma non meno preparati dei loro colleghi più grandi. Tutti i bambini dovrebbero avere la possibilità di partecipare, semplicemente perché le cose belle stimolano i bei pensieri. Qui potrete trovare tutte le informazioni e le date del caso.

Sempre alla Scala, di questi tempi, trovate il balletto con lo splendido Roberto Bolle, perché non c’è Natale senza lo Schiaccianoci.

RobertoBolleSchiaccianoci

 

E infine, se avete un po’ di soldini da parte, vi consiglio il Don Giovanni di Mozart all’Opera National de Paris, in scena dal 15 gennaio al 14 febbraio, per almeno tre buoni motivi:

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  1. Perché c’è Erwin Schrott, nelle vesti di Don Giovanni (non di Leporello, quindi dimenticatevi l’aria Madamina ma, si sa, non si può avere tutto dalla vita).
  2. Perché il Don Giovanni all’Opera di Parigi è il Don Giovanni all’Opera di Parigi.
  3. Perché la regia è di un certo Michael Haneke. Della serie: vedi questa cosa e poi muori.

Ecco un’idea sui prezzi:

OperaParisDonGiovanniprezzi

Felice Opera a tutti!

Sul perché quando non si sa qualcosa è preferibile dire “Non lo so”

Testo di: Lucia Senesi

 

Luca Iavarone (Fanpage) ha realizzato un servizio per testare la preparazione degli invitati alla Prima della Scala: “La Prima della Scala è solo una passerella mondana? A Milano abbiamo testato la cultura musicale degli spettatori scaligeri, prima e dopo il Fidelio di Beethoven. Kenshiro ha steccato? Holly e Benji sono stati all’altezza del ruolo? Ma soprattutto come hanno cantato gerarchi nazisti e grandi pornostar? Ecco le loro risposte.”

Si parte con “Cent’anni di Fidelio…”, che in realtà sono duecento; “Una delle più grandi opere di Beethoven?” C’è chi risponde, con l’inflessione da intenditore, “diciamo che è una delle più grandi”, quando è l’unica che abbia scritto. “Tutti aspettano l’acuto su Der Hölle Rache…”, che è un’aria di Mozart. Poi si passa a parlare di libretto e qualcuno vuole raccontare la storia di com’è stato scritto, diciamo con un po’ di fantasia; Luca Iavarone incalza con “Anche grazie a Goethe”, che con Beethoven non ha mai lavorato, “certo, certo” è la risposta. Josef Goebbels e Wilhelm Göring grandi tenori? James Hetfield, il cantante dei metallica, ha suonato alla Scala?! C’è addirittura chi si prodiga in consigli a Beethoven: “A Fidelio è stata data poca importanza. Io l’avrei fatto cantare di più!” (!!!) Più battute per Fidelio?

Insomma, diciamo che questo esperimento era un po’ cattivello… Immaginate di cambiare contesto, immaginate di fare la stessa cosa in ambito letterario, cinematografico, o all’occasione di una mostra. Sicuri che sarebbe andata in modo tanto diverso? Se si fosse fatto così qualche mese fa fuori dalle Scuderie del Quirinale per Frida Kahlo, tutti sarebbero stati preparatissimi? Ovviamente no. Se a me domandassero: “Ricordi quella volta in cui Pasolini e Allen Ginsberg scrissero un articolo a quattro mani per criticare i giovani?” Probabilmente qualche dubbio mi verrebbe, non si può mica sapere tutto. Sarebbe pretenzioso e anche un tantino snob. Insomma, vogliamo dire che dovrebbero essere ammessi alla fruizione artistica solo quelli preparati su tutto? Ma allora dovremmo restarcene sempre tutti quanti a casa! Che fare dunque? Direi: appellarsi a buon senso e umiltà. A volte la via più raccomandabile parrebbe quella del semplice e sempre valido “non lo so”. E non c’è proprio nulla di cui vergognarsi. Scriveva Nabokov: “Sono abbastanza orgoglioso di saper qualcosa da poter ammettere modestamente di non sapere tutto.”

PrimaScala

 

Amo Mozart (e, naturalmente, Erwin Schrott)

Post di: Lucia Senesi

 

Correva l’anno 1787, era il 29 ottobre, e il Don Giovanni di Mozart faceva i conti con la sua prima esecuzione. Mi pareva doveroso ricordarlo con una delle sue arie più note, Madamina, e con quell’interprete straordinario che è Erwin Schrott.Vivamente consigliato per la serata.

 

ErwinSchrott

L’opera d’arte nell’epoca della sua tutela tecnica – Madonna del Parto

Testo di: Lucia Senesi

 

Quando si parla della Madonna del Parto di Piero della Francesca (Monterchi-spazi espositivi, affresco 260×203 cm, 1455-1465 c.a.) bisogna prendere in considerazione almeno tre aspetti: il primo, naturalmente, è quello artistico; il secondo è la storia che indissolubilmente l’ha legata al territorio di Monterchi; e il terzo è il luogo dove è stata riposta a partire dal 1992.

Ho visto l’affresco questo Agosto ed è andata così (dai miei appunti):

 

MadonnadelParto

 

“Lunedì 18 agosto ‘14

Il primo sentimento è stata la delusione.

Poi astrazione dal luogo, isolamento dell’opera. Lo squarcio sul ventre e quello sulla tenda. Il classicismo dei colori e il modo speculare. Questa Madonna che pare una contadina. Che se le lasci cadere i capelli sulle spalle, le togli quell’abito azzurro, e la porti in un campo, resta quel che è: una ragazza di paese dalle forme arrotondate, che porta il peso del pancione.

C’è qualcosa di veramente immutabile in questo dipinto, e sono gli occhi di queste tre figure. L’angelo vestito di verde guarda fisso un orizzonte lontano. Quello rosso, invece, non toglie i suoi occhi dai tuoi: è inutile che provi a spostarti. Ti appiccica quegli occhi pieni di angoscia addosso, e pretende che tu li accetti. Così come accetta, rassegnata, la Madonna il suo compito. La testa è alta, le braccia ai fianchi, il corpo orgogliosamente pronto a sopportare tutto il peso, fisico e morale, di quel pancione. Eppure gli occhi non riescono a staccarsi da terra. Questi due occhi che cadono disugualmente a terra, che, se non fossero perfettamente inseriti nell’Idea della ragazza imperfetta, normale, chiamata a incarnare la Madre di tutti, sembrerebbero addirittura sgraziati. E da lì la loro grazia.

Stanchezza, stanchezza. Mi sento stanca, e piena.”

 

E scritto questo, ero nel giardino di casa e avevo visto l’affresco un’ora prima, mi sono addormentata e ho dormito per tutto il pomeriggio. E potremmo anche aprire una nuova riflessione, per esempio: un’opera tanto vasta è come un libro, una sinfonia, è come un film. Come ogni forma d’arte coinvolge tutto quello che ti appartiene, la tua cultura, la tua religione, tutti i libri che hai letto, tutti i film che hai visto, tutti i discorsi che hai ascoltato. E ogni volta che la rivedi, inevitabilmente, ogni cosa è diversa e nuova, perché ci vedi quel che prima non potevi vedere. Non è così sempre con l’Arte? E allora: quando visitiamo metà Louvre in un mattino siamo nella condizione migliore per fruire dell’opera di cui vorremmo fruire? Siamo sicuri che il nostro approccio “bulimico” sia quello più giusto? Ma fermiamoci qui per un attimo.

Che storia c’è dietro questa Madonna che tanto aveva affascinato Tarkovskij? Ho recentemente assistito all’intervento della dott.ssa Beatrice Baldi “La Madonna del Parto e il cimitero di Monterchi” in occasione della mostra “Femminilità del sacro” a Monte San Savino.

La dott.ssa Baldi spiega che a Monterchi c’era una piccola cappella rupestre, considerata un vero e proprio luogo di culto. La connessione acqua (fiume), collina e cielo, richiamava dei culti molto più antichi rispetto al Cristianesimo; questo sta a significare che sarebbe potuto tranquillamente essere un luogo pagano. Piero della Francesca dipinse la sua Madonna sull’altare maggiore, portando avanti un vero e proprio studio del punto di vista; i fedeli che sarebbero entrati nella cappella avrebbero visto il suo affresco in un certo modo, e in un certo modo gli si sarebbero avvicinati. Successivamente, i lavori architettonici nella cappella a seguito della costruzione del cimitero e della casa del cappellano, hanno modificato, e perso per sempre, quel punto di vista. E impeccabile è stato Tarkosvkij in Nostalghia (1983) a cercare di ricrearlo con quel movimento di carrello.

Ma quel che si perde una volta si perde per sempre. Dovevano saperlo bene le donne di Monterchi che rifiutarono sistematicamente di allontanarsi dalla propria Madonna. Insorsero nel 1917 quando, in seguito al terremoto, l’affresco doveva essere portato ad Arezzo; insorsero nel 1919 dopo il trasferimento nella Pinacoteca di San Sepolcro; insorsero nel 1944 quando il governo dispose che i capolavori d’arte venissero conservati all’interno di sotterranei per proteggerli dai bombardamenti; e insorsero infine anche nel 1945 quando l’affresco venne richiesto a Firenze in occasione di una mostra. Ogni volta le donne si ribellavano e ogni volta la Madonna del Parto veniva riportata nella sua chiesa. Infine, nel 1992, le donne cedettero e la Madonna fu spostata in uno spazio espositivo ad hoc, dove si trova tuttora. Per essere chiari: alle donne che l’affresco fosse di Piero della Francesca non poteva fregare di meno; la loro Madonna aveva una valenza religiosa, la pregavano di aiutarle a concepire e di proteggere la gravidanza. Infatti il discorso da fare non è sulle donne di Monterchi, ma sull’Uomo.

L’Uomo contemporaneo (sia esso uomo o donna) non necessita di nessuno, si sa. Lui è libero, talmente libero che non solo può permettersi di deridere la religiosità (tanto Dio è morto), ma che è convinto, da parte sua, che questa andrebbe addirittura scissa dall’Arte che ne è indissolubilmente legata e che non ha senso di esistere fuori di quella.

 

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Nei miei appunti ho scritto “Il primo sentimento è stata la delusione”. In realtà, per essere corretta, avrei dovuto scrivere la DELUSIONE, così in stampatello come l’ho scritto lì, per ricordarmi che era proprio grande. Scriveva Dante nel Convivio:

“E però sappia ciascuno che nulla cosa per legame musaico armonizzata si può della sua loquela in altra transmutare sanza rompere tutta sua dolcezza ed armonia.”

Naturalmente, Dante si riferiva alla traduzione; diceva che la poesia era intraducibile, che Omero era intraducibile. Ma se ci pensate, non sto andando fuori tema. Dante dice che quelle cose che stanno per “legame musaico” in armonia, non si possono “transmutare” in un’altra forma senza perdere “tutta sua dolcezza ed armonia”.

E ora, proviamo a pensare cosa avrebbe detto Dante se si fosse trovato vicino a me ad osservare quella Madonna sottovuoto, dentro a quella teca claustrofobica. Domanda: “Perché si tira via un affresco da una chiesa per portarlo in una struttura di quel genere?” Risposta: “Per tutelarlo.”

Vogliamo proteggere le nostre opere strappandole via dai loro contesti, così come si chiuderebbe in casa un bambino per evitare che faccia sciocchezze. Ma che senso ha? E guardate che non parlo soltanto della sacralità del suo aspetto. Non è questione di essere schiavi de il mio profondo, intimo, arcaico cattolicesimo. La questione è che un artista crea per qualcosa, in funzione di qualcosa e in un certo contesto. E fingere che così non sia, aiuterà ben poco a risolvere la questione.

 

 

San Giovanni Battista – Caravaggio v/s Andrea del Sarto v/s Leonardo

Testo di: Lucia Senesi

 

Faccio outing: sono innamorata del San Giovanni Battista di Caravaggio. Naturalmente, lo dico in senso artistico. Come potrei dire, per capirsi, sono innamorata di Isabelle Huppert. E il bello è che nel mio amore non c’è nulla di intellettivo, perché se mi chiedete qual è il dipinto di Caravaggio che preferisco, io vi rispondo Narciso, e vi spiego anche tutti le mie motivazione più o meno intellettive. Invece per il San Giovanni Battista non ho motivazione alcuna, però lo vedo ovunque e se qualcuno mi parla di Caravaggio, dico subito: ah, ma devi andare assolutamente a Galleria Corsini e vedere il suo Giovanni Battista! Scriveva Proust: “Anche le donne che pretendono di giudicare un uomo solo in base al suo fisico, vedono in quel fisico l’emanazione di una vita speciale.” Io non so quale vita speciale ci veda, da che tipo di emanazione sia stata soggiogata, ma quest’è.

 

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Caravaggio, San Giovanni Battista, olio su tela, 1604 c.a., Galleria Corsini, Roma

 

L’altro giorno ho accompagnato la mia amica Valentina, che è venuta a trovarmi ad Arezzo, perché io sono aretina, a casa di Giorgio Vasari. Non ci tornavo da un po’, cioè da un bel po’. Tipo anni. Sì lo so, sono pessima, non so neanche più che c’è a casa mia e pretendo di parlare di cosa c’è fuori?!? Scandalo. Ma a parte ciò… in casa di Vasari mi sono trovata di fronte al San Giovanni Battista di Andrea del Sarto, che in realtà è una copia perché l’originale è a Firenze (anche la mia foto è pessima, lo so), e il paragone con Caravaggio è stato impossibile non farlo. Cioè è impossibile pensare che Caravaggio non lo abbia visto, secondo me. Quel busto nudo che prova ad uscire dall’ombra, e il mantello rosso (che in realtà è tipico di tutti i Battista) portato così. La luce di Caravaggio è chiaramente un’altra; ma la strada era già segnata. L’opera di Andrea del Sarto guardava già al futuro. Eppure c’è quel dito alla Leonardo che indica in alto.

 

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Andrea del Sarto, San Giovanni Battista, (copia), olio su tavola, seconda metà del XVI secolo, Polo Museale di Firenze

 

Ma hai visto il Battista di Leonardo?, mi ha chiesto Valentina. No, non l’avevo visto. Ed effettivamente non si può dire che non ci sia una linea di continuità. Anche se Leonardo ha il suo marchio di proprietà, che sono i corpi morbidi e quei volti enigmatici, che ti chiedi sempre a cosa alludano, ti chiedi sempre che sesso abbiano. E così.

 

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Leonardo da Vinci, San Giovanni Battista, olio su tavola di noce, 1508-1513, Musée du Louvre, Parigi

 

Un tempo l’arte era fatta di contaminazione. Passato e presente erano due tempi che lavoravano insieme per guardare al futuro. Gli artisti costruivano sul lavoro degli altri. Per dirla come Jordi Ballò, edificavano sulle morti altrui. Forse il ruolo dell’artista è nient’altro che questo, ed ho come il sospetto che mi piaccia.

O ti converti o ti taglio la testa – Piero della Francesca

Post di: Lucia Senesi

 

La pratica “O ti converti o ti taglio la testa” ha origini ben antiche.

 

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Piero della Francesca, La leggenda della Vera Croce (particolare), affresco, 1452-1466, Basilica di San Francesco, Arezzo

Caravaggio – particolare

Post di: Lucia Senesi

 

Ecco un sentimento che il genere umano farebbe bene a riscoprire: la vergogna.

 

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Caravaggio, Vocazione di San Matteo ( particolare ), olio su tela, San Luigi dei Francesi, Roma

Perché Cajkovskij è più moderno dei Rolling Stones – Satisfaction v/s Il lago dei cigni

Testo di: Lucia Senesi

 

Se c’è una parola che oggi è inflazionata più di ogni altra, quella parola è moderno. Moderno si utilizza, oramai, un po’ come amore, nel gergo quotidiano per riferirsi a qualunque argomento, svuotando così facendo l’una e l’altra parola del valore peculiare che meriterebbe. Se ci fate caso, per noi tutto è moderno: il ritornello estivo intonato in spiaggia, l’ultima serie tv americana, il libro del personaggio noto che s’improvvisa scrittore. Eppure nessuno sembra rendersi conto che nel momento in cui utilizziamo moderno in questi termini, ossia attribuendo ad esso la valenza di attuale, in realtà compiamo un errore di gigantesche proporzioni.

Secondo Walter Freund, la parola moderno sarebbe stata utilizzata per la prima volta agli albori del Medioevo per riferirsi a una rottura con la tradizione classica nei più svariati ambiti. Quando ci si riferisce all’Arte Moderna, invece, a questo elemento di rottura con il passato, si affianca la cosiddetta sperimentazione.

La modernità, come ha fatto notare Adorno, è una categoria qualificativa e non già cronologica, che non ha nulla a che vedere con l’attuale, tanto che egli stesso precisa che con l’avvento della cultura di massa il moderno è diventato effettivamente inattuale. Modernità e contemporaneità, dunque, non solo non sono la stessa cosa, ma difficilmente oggigiorno vengono a coincidere.

Prendete, per esempio, Satisfaction dei Rolling Stones e mettetela a paragone con Il lago dei cigni di Cajkovskij. Attenzione: qui non si tratta di una competizione, non è la solita tirata snob dell’intellettuale di sinistra che vuole spiegarvi perché dovete preferire una cosa a un’altra; qui si tratta semplicemente di rilevare due diversi modi di fare arte e di cercare, se si può, di capire come l’uno e l’altro tendano al moderno appunto, nel senso più alto di questo termine.

Satisfaction ha di moderno questo: la musica. I Rolling Stones sono sempre stati dei grandi sperimentatori e la loro è una musica che parte da un genere, il rock, per approdare a un altro, e cioè il loro. Il loro e solo il loro. Eppure, come sappiamo, le canzoni sono formate da una musica e un testo; di che parla dunque? Satisfaction è il grido di uomo che non riesce a trarre soddisfazione da nulla. Quest’uomo è arrabbiato, grida contro il mondo e i suoi conformismi, eppure questo è tutto. Certo, ci dice che sta provando, continua a ripetercelo. Ma la domanda è: in che modo sta provando? Girando il mondo? Allora alla fine un po’ lo dice: And I’m tryin’ to make some girl, who tells me: baby better come letter next week, e sto cercando di farmi qualche ragazza che mi dice: tesoro andrà meglio la prossima settimana. Satisfaction parla benissimo della condizione dell’uomo contemporaneo e per questo risulta attualissima. Lo abbiamo detto, si tratta di un uomo che non si soddisfa di nulla e che cerca di distrarsi con qualche ragazza. Vedete bene, non una in particolare, ma una a caso, da prendere e da riporre dove si era trovata, in perfetto stile una-vale-l’altra, secondo i costumi della nuova società dove tutto è intercambiabile; ma le ragazze, oramai, sono emancipate e quel che gli dicono è, sostanzialmente, tesoro mio ripassa poi che non ho proprio tempo per te. Solo che lui la ragazza emancipata non la vuole: I can’ get no girl with action. Ahi! Ahi! Giuro che non faccio commenti, ma ci siamo già capiti…

Satisfaction è l’inno della provvisorietà, della ribellione fine a se stessa; non tende a nulla e non sottende nulla, men che meno l’assoluto. L’uomo contemporaneo è un vincitore: poiché nulla lo interessa abbastanza, nulla lo tange. Per lui la poetica dei vinti è inconcepibile. I Rolling Stones, a torto o a ragione, da buoni contemporanei, dell’assoluto se ne fregano.

All’assoluto, invece, tende tutta l’opera di Cajkovskij, riferirsi solo al balletto sarebbe fargli un torto; anche se un esempio certamente dei più degni è proprio Il lago dei Cigni (da non confondere con la celebre pièce La morte del cigno, la cui musica non è di Cajkovskij ma di Camille Saint-Saëns, tratta da Il carnevale degli animali.)

Cajkovskij scrive musica per sentimenti assoluti, lo fa sempre. (Ascoltare le sinfonie per credere.) E, mentre lo fa, non solo riesce ad utilizzare un timbro che è suo e solo suo, fortemente riconoscibile, ma plasma la struttura classica su quel timbro e facendolo la rivoluziona. Ascoltate questo pezzo e ditemi se mai è stato dato alla tragedia di avere una forma tanto lieve. Lieve, ma straordinariamente potente, così come si muovono i corpi dei ballerini. Quei corpi si muovono con grazia e armonia e ci restituiscono un mondo dove elemento maschile ed elemento femminile si completano, senza alcun bisogno di battaglie imbecilli. Elemento maschile ed elemento femminile sono strettamente necessari l’uno all’altro, e nella differenza, non nell’uguaglianza, risiede la loro forza, e anche il loro destino inesorabile, che li fa tendere tanto alla vita quanto alla morte, perché così è dato alla natura umana.

 

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Come sappiamo, la musica di Cajkovskij non contiene parole, però ha una storia. E si dà il caso che si tratti di una signora storia. Un modo carino di raccontarla è come lo fa l’insegnante di danza di Billy Elliot nel film, lo avete visto? Lei racconta così:

 

“Si tratta di una donna (Odette, N.d.R.) tenuta prigioniera dal più cattivo dei maghi. (Bella schifezza, commenta Billy, da buon ragazzino di oggi.) E questa donna, questa bellissima donna, è costretta in un corpo di cigno. A parte qualche ora durante la notte in cui riprende ad essere viva, in cui ridiventa reale. Quando una di queste notti conosce il giovane principe, che si innamora di lei e capisce che questa è l’unica cosa che potrà aiutarla a diventare di nuovo una vera donna.”

 

“E dopo che succede?” chiede Billy. “Lui promette di sposarla e la molla per un’altra, è ovvio!” “Quindi rimarrà per sempre cigno?” “Muore.” E Billy, sconvolto, chiede ancora “Perché il principe non l’amava?” Intendendo con ciò dire: cioè solo per questo???

 

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Billy è soltanto un ragazzino, ma anche per quanto riguarda gli adulti, con l’uomo contemporaneo la storia è sempre la stessa: l’uomo contemporaneo non concepisce i sentimenti assoluti. Anzi, sarebbe meglio dire che non concepisce l’assoluto in generale, proprio perché, come hanno mostrato i Rolling Stones, egli è caratterizzato da un perenne stato di provvisorietà. Ed ecco perché non viene toccato dalla tragedia: non solo non la capisce, ma non la ama. E, intendiamoci bene, non è che non la capisce perché è stupido, ma semplicemente perché non gli parla, perché essa non richiama nulla che sia dentro di lui.

Pensiamo a La pianiste. Erika e Walter non possono stare insieme. Per Walter l’amore è, sì, assoluto, ma lo è per quel giorno, quel momento, e quello dopo chissà. Erika, invece, è fatta esattamente nel modo opposto. Per lei tutto è assoluto, nel senso più pieno del termine, tutto ha un peso e una logica. Lei il provvisorio non sa neanche che forma abbia. Naturale che si senta inadeguata nel mondo che la circonda. Naturale che rifiuti l’amore e lo metta alla prova. Erika non vuole l’amore. Erika vuole l’Amore. E Walter, esattamente come Billy, le dice “Lo sai? In fondo d’amore non è mai morto nessuno”. Avete mai sentito un contemporaneo commentare Romeo e Giulietta? “E vabbè”, ti dice, “si uccidono perché sono innamorati! Figuriamoci, si sono visti una volta per sbaglio!” Il contemporaneo che legge Hugo affermare Ora, a malapena si osa dire che due esseri si sono amati perché si sono guardati. Eppure è così che si ama, unicamente così. Il resto non è che il resto e viene dopo., dice, nella migliore delle ipotesi, che Hugo era uno sfigato. E nella peggiore aggiunge anche “almeno quanto Dante. O Petrarca. O Leopardi.”

E, vedete bene, Walter, Billy e l’uomo contemporaneo non lo dicono perché sono cattivi, lo dicono perché lo pensano, perché tendono al provvisorio, perché per loro l’assoluto è inimmaginabile.

Ma per tornare alla storia del balletto. Chi sarebbe quest’altra per cui il principe molla Odette? Sarebbe Odile (il cigno nero), la figlia del più cattivo dei maghi che le dona le sembianze di Odette. A questo punto il principe crede che le due ragazze siano la stessa persona. Ora. Io vorrei dire una cosa. Bisogna che la dica: di tutto il panorama di giustificazionismo che gli uomini hanno saputo offrire nel corso dei secoli, questo è certamente il caso peggiore. Ma che cosa significa che non riconosce la differenza? Una è ingenua, aggraziata, posata, timida. L’altra è sfacciata, seducente, sicura di sé. Ma come ragiona questo principe? Comunque.

Odette, tradita, sola, costretta nelle sue sembianze di cigno per il resto della vita, si getta da una rupe. Fine. Esistono altri finali, ma questo è l’unico degno di questa storia e di questa musica.

 

Svanesjøen 2009 Anastasia Kolegova som Odette/Odile Foto: Jörg Wiesner

 

Non capiremo mai la tragedia se non ci mettiamo in testa questo: Odette, ma anche Erika, non si uccidono solo perché il loro principe non le ama più. Odette ed Erika si uccidono perché tutto il loro sistema di valori è crollato. Si uccidono perché tutto quello per cui avevano lottato nella vita, tutto quello a cui si erano ispirate, tutti i sacrifici che avevano fatto, tutto, è venuto a mancare loro da sotto ai piedi. Odette ed Erika si uccidono di fronte alla tremenda presa di coscienza che l’assoluto ha fallito.

Ed è proprio questo tipo di arte qualitativamente, per dirla come Adorno, ampia, profonda, lenta, studiata, intellettiva, che rappresenta e rappresenterà oggi e sempre il moderno.

Alice Rohrwacher, che è un esempio bello e raro di artista dove moderno e contemporaneo coincidono perfettamente, ha detto una cosa bellissima, che è questa:

“Spesso quelli che si espongono, falliscono. Ma riuscire a provare tenerezza per se stessi e per il proprio fallimento è una via di felicità.” L’uomo contemporaneo farebbe bene a rifletterci.

 

L’affare Dreyfus fra Proust e Polanski

Testo di: Lucia Senesi

Pare che Roman Polanski dirigerà un film sull’affare Dreyfus. Per chi non ricordasse di cosa stiamo parlando, si tratta di uno scandalo politico che divise l’opinione pubblica francese negli ultimi anni dell’ottocento. Dreyfus era un ufficiale proveniente da una famiglia borghese ebrea, ingiustamente accusato di essere una spia della Germania (accusa che si basava su una somiglianza di grafie). Numerosi intellettuali francesi si schierarono per difendere la posizione di Dreyfus, fra i quali Émile Zola, Anatole France e Marcel Proust. Proprio Proust si occupò ripetutamente dell’affare Dreyfus all’interno della Recherche (basta pensare che il suo beniamino Swann è proprio di origine ebraica) come ulteriore strumento di denuncia nei confronti dei salotti parigini.

 

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“La piccola cerchia di amici che si ritrovava per cercare di perpetuare, di approfondire, le fugaci emozioni del processo Zola, attribuiva ugualmente una grande importanza a quel caffè. Ma era malvista dai giovani nobili che costituivano l’altra parte della clientela, e avevano adottato una seconda sala, separata dalla prima soltanto da una leggera balaustra ornata di piante. Costoro consideravano l’affare Dreyfus e i suoi partigiani come traditori, benché venticinque anni dopo, quando le idee avendo avuto il tempo di venire classificate e il dreyfusismo di assumere nella storia una certa eleganza, i figli bolscevizzanti e amanti del ballo di questi stessi giovani nobili dovessero dichiarare agli “intellettuali” che li interrogavano che certamente, se fossero vissuti a quei tempi, sarebbero stati dalla parte di Dreyfus, senza sapere dell’Affare molto più di quanto sapessero della contessa Edmond de Pourtalès o della marchesa Galliffet, altri splendori già spenti al tempo della loro nascita. Infatti, in quella sera di gran nebbia, i nobili del caffè, che dovevano essere più tardi i padri di quei giovani intellettuali retrospettivamente dreyfusardi, erano ancora ragazzi.”

Marcel Proust, I Guermantes

 

 

 

Ma come rivoltarsi contro l’IDIOZIA? – Pasolini a Palazzo delle Esposizioni

Testo di: Lucia Senesi

Si è aperta oggi la mostra Pasolini Roma a Palazzo delle Esposizioni, a cura di Gianni Borgna, Jordi Balló, Alain Bergala.

Inutile dire che bisogna andare a vederla. Personalmente molto del materiale esposto lo conoscevo già. Ma come non commuoversi sentendo l’audio di Pasolini e la Magnani che discutono su come girare una scena di Mamma Roma? “Anna parliamo di quel riso…” dice Pasolini. E si rivolgono l’uno all’altra con un garbo, un riserbo, un’umiltà… una delicatezza nell’affrontare il problema, sempre attenti a non ferirsi, a riconoscere che certamente ognuno di loro sta sbagliando. Mondi perduti.

E poi le foto e le lettere di Calvino, Elsa Morante, Moravia… le loro cene, le loro discussioni. Guardi e soffri di non esser nata almeno cinquant’anni prima. Ma comunque…

Mi ha fatto molto piacere incontrare tanti giovani. Sicuramente Pasolini avrebbe sorriso.

 

Pasolini Roma

 

“Caro, angelico Ginsberg, ieri sera ti ho sentito dire tutto quello che ti veniva in mente su New York e San Francisco, coi loro fiori. Io ti ho detto qualcosa dell’Italia (fiori solo dai fiorai). La tua borghesia è una borghesia di PAZZI, la mia una borghesia di IDIOTI. Tu ti rivolti contro la PAZZIA (dando fiori ai poliziotti): ma come rivoltarsi contro l’IDIOZIA? (…) La domanda che ti pongo è questa? L’idea della conquista del POTERE non è ciò che rende ufficiale e quindi insincera e falsa la protesta marxista? Lo so, su questo è meglio che tu non intervenga, è roba europea. Ma allora rispondi alla seguente domanda, se la non-violenza è un’arma per la conquista del potere, non è violenza anch’essa? E tra la tentazione della violenza e la tentazione del potere, non è molto peggiore la seconda? Ma, nel tempo stesso, rinunciare, oltre che alla violenza, anche alla conquista del potere da parte dei giusti, non significa lasciare il potere in mano ai fascisti? Che fare?

Ti bacio affettuosamente tra la folta barba, tuo

Pier Paolo”

Da una lettera di Pier Paolo Pasolini ad Allen Ginsberg, 18 Ottobre 1967

 

 

L’Amore è il problema (Cap. II) – Rossini e l’opera seria

Testo di: Lucia Senesi

 

A Roma è tempo di Rossini. Il compositore, non il cocktail. (Suvvia sorridete, che già la vita è una cosa spaventosa.) Anche se, per la verità, questo tempo è già finito perché io non sono andata alla prima, ma all’ultima. Che poi vorrei sapere chi ha deciso che non c’è nulla di meglio da vedere delle prime. Voglio dire, alle prime c’è di buono che si respira l’aria delle prime; la si sente negli attori, nell’orchestra e nel teatro. Tutto è in tensione, ma tutto è anche straordinariamente fluido. Le repliche sono un’altra cosa. Forse meno fascino, ma, se posso, forse anche più sostanza. Gli attori vivono dei loro personaggi in un modo diverso, hanno quella cosa che si chiama meno paura di sbagliare, se sono stati fischiati nelle rappresentazioni precedenti non hanno più paura di rischiare, se sono stati applauditi vogliono ripetersi e superarsi. Lo sguardo ansioso del pubblico c’è sempre, ma è un pubblico meno puntiglioso, meno criticone. Il pubblico criticone è quello delle prime, pochi discorsi. E solitamente le critiche non sono riservate soltanto allo spettacolo artistico. Ma comunque.

Vorrei sapere invece chi è stato a dire che Rossini non è capace di fare opere serie! Che io, a pensarci, me lo sto chiedendo: ma sarà possibile che l’ho preferita all’opera buffa? E lo sapete com’è no, quando inizi a farti una domanda…

Ma partiamo dal principio. Se devo fare bene i conti, non tornavo all’opera da un paio d’anni; son cose di cui vergognarsi, lo so. E, nello specifico, al Teatro dell’Opera di Roma non ero mai stata. Ma non addentriamoci nell’argomento delle prime volte altrimenti è finita.

Trattiamo oggi il secondo capitolo de L’Amore è il problema (qui trovate il Cap. I) e a breve capirete perché. Il Maometto II è un’opera di Gioacchino Rossini (sua la musica), sul libretto di Cesare della Valle. Ecco la storia: Anna, figlia di Erisso, provveditore dei Veneziani in Negroponte, si innamora di Uberto e rifiuta di sposare il generale veneziano Calbo, a cui il padre l’ha destinata. Beffa del destino, Anna scoprirà che Uberto non è altro che Maometto, il capo nemico che assedia la città e vuole espugnarla.

Si è tanto abusato dello sguardo nei romanzi d’amore che si è finito col non considerarlo più. Ora, a malapena si osa dire che due esseri si sono amati perché si sono guardati. Eppure è così che si ama, unicamente così. Il resto non è che il resto e viene dopo. Così Victor Hugo ne I Miserabili. E lo cito perché mi auguro che anche al più cinico di voi non venga in mente di smentire Hugo. Almeno per quanto riguarda me, se lui dice una cosa, io la prendo per buona.

Comunque Anna è combattuta fra il suo amore per Uberto, anche quando scoprirà essere il suo nemico cioè Maometto, e l’amore per il padre e la patria. Dramma nel dramma, Calbo invece di accusare Anna, come invece farà il padre, continuerà a difenderla fino alla fine .

E c’è da dire che in Anna il travaglio umano è dominato da una dimensione di colpevolezza molto forte, se vogliamo anche più forte che in Giulietta, per esempio. (Quando io dico Giulietta mi riferisco a quella di Shakespeare. Lo stesso vale anche per Romeo. E’ come dire la Nona; senza specificare il compositore, la Nona è sempre quella di Beethoven.) Anna sente a tal punto il suo senso di colpa verso il padre e la patria, da convincersi di dover scacciar via il proprio amore.

Erisso: Anna … tu taci? | Alto stupor ti leggo 
in volto espresso.

Da una parte DOVERE e dall’altra AMORE.

Anna: Padre… E in tal periglio, e duolo | 
Lasciar tu puoi la figlia? … |
 Qual nume a te consiglia |
 Cotanta crudeltà?

Ma il padre non vuole sentire ragioni. Vuole andarsene e lasciare lì la figlia e, quasi come un consiglio, le affida il suo pugnale.

Poco dopo entra in scena Maometto e Anna lo riconosce subito.

Anna: Ritrovo l’amante 
| Nel crudo nemico …  | 
Qual barbaro istante! … 
| Che penso? che dico? 
| Oh morte, t’imploro | 
Rimedio, ristoro | 
A tanto dolor.

Anna sceglie, e da buona eroina tragica, sceglie il dovere. Ma, qui è il punto: la sua scelta non le porterà alcun sollievo perché Anna continua a sentire su di sé la colpa. E il suo unico modo per alleviarla è quello di autopunirsi. Autopunirsi per un evento di cui non è responsabile perché, da quel che ne so, a nessuno è dato scegliere di chi innamorarsi. E ritorniamo a quello che ho scritto l’altra volta. A un certo punto, per volere di nessuno ma soltanto della vita, un equilibrio si rompe. E contro questa cosa non c’è più niente da fare. Anna corre incontro alla morte perché ai suoi occhi è l’unica salvezza. Come ha scritto Benjamin l’eroe tragico corre incontro alla morte, che non è la sua fine, ma la sua forma. Che non è la sua fine, ma la sua forma. Benjamin. E qui mi fermo. Anche perché si chiude il primo atto dopo che Anna ha convinto Maometto a far salva la vita del padre e di Calbo (spacciandolo per suo fratello).

Anna: Ah! la morte fra nemici |
 A cercar perché non corsi?
 | Fra gli affanni, fra i rimorsi 
| Quanto il cor penar dovrà?

 

Il secondo atto si apre invece con la seguente scena:

 

SCENA PRIMA

Ricchissimo padiglione di Maometto, 
nel quale si veggono riuniti tutti gli 
oggetti del lusso orientale.

Anna è seduta su di un divano, nel massimo dolore, e coprendosi con le mani il volto. Una schiera di donzelle Musulmane magnificamente abbigliate la circondano, divise in vari gruppi: alcune sono inginocchiate dinanzi a lei, offrendole
 ricchi doni di ogni sorte, altre più indietro
 sostengono de’ vasi di profumi, altre finalmente
 canteranno il seguente.

Coro

È follia sul fior degli anni, sì

Chiuder l’alma a’ molli affetti, sì:

E penar fra tanti affanni

D’una rigida virtù.

Finché April ci ride in viso


Sol d’amor sien caldi i petti,

Che l’amar fra gioia e riso

È una dolce servitù.

Quando poi fia bianco il crine, sì

Cangieremo, cangiando aspetto, sì:

Posto il Cielo ha quel confine

Fra‘l diletto e la virtù.

 

Anna

(sorgendo sdegnata.) 
Tacete. – Ahimè! quai detti iniqui ascolto!

(aggirandosi sbigottita per la scena.) 
Anna infelice! Ahi dove,

Ove gli empi m’han tratta? …ove! –

Involarmi

A forza iovo’ da questo infame albergo.

Libero il varco, olà …

 

Nella seconda scena entra invece Maometto. Scrive Della Valle: Maometto e detta (cioè lei). Maometto vorrebbe avvicinarla, ma Anna lo rifiuta sostenendo di essersi innamorata di Uberto e di detestare invece un mentitore (cioè lui).

 

Maometto: Anna … tu piangi? | Il pianto | 
Pur non è d’odio un segno: | Tu piangi? |
 Non di superbo sdegno:
 | Ma di pena … o d’amor.

Anna: (con l’accento della disperazione) 
Sì: non t’inganni … | Ah! tanto 
| La pena mia s’addoppia, 
| Che in petto or or mi scoppia
 | Pel fero strazio il cor.

 

E poi c’è la famosa aria Lieta, innocente un giorno | Del padre accanto io vissi , ma se volete andate a cercarvela perché qui, bisogna andare avanti!

Anche perché siamo sul punto interessante. Che cosa pensate che Maometto, con una geniale uscita, decida di chiederle? Ecco lui le chiede: Anna, rispondi almeno:
 Se Uberto avessi accanto,
 | Lo stringeresti al seno? Perché gli uomini sono così… se ci fossimo incontrati dieci anni fa? Se io non fossi io? Se tu non fossi tu? E se la Terra fosse piatta? E se giungesse l’Apocalisse? Tutto, fuor che occuparsi dello stato reale delle cose… loro procedono per assiomi immaginifici! Dai che sto scherzando, non prendetevela… (o forse no…) Comunque, almeno su questo punto, bisogna spezzare una lancia in favore di Romeo. Almeno lui dice a Giulietta: Non so dirti chi sono, adoperando un nome. Perché il mio nome, o diletta santa, è odioso a me stesso, perché è nemico a te. E nondimeno strapperei il foglio dove lo trovassi scritto. Lo capite che almeno lui si impegna? Poi ciò non toglie che combini un gran casino, ma almeno le intenzioni erano lodevoli! Ma torniamo ad Anna e Maometto. Anche perché Anna senza tanti giri di parole dice: Per me risponde il pianto. E in pratica chiude il discorso aggiungendo: Amo … ma pria sepolta | 
Che cedere all’amor.

Da lì tutto precipita. Anna ritrova il padre e decide di sposare Calbo, di fronte alla tomba della madre. Poi li aiuta a scappare per salvare la patria e annuncia la sua volontà di morire.

Torna in scena Maometto con il suo esercito, Anna lo affronta rivelandogli ciò che ha fatto, estrae il pugnale donatole dal padre nel primo atto e si uccide.

 

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Sapete che il primo libro scritto da Alessandro Baricco è proprio un saggio su Rossini? Il titolo è Il genio in fuga. Molto bello il suo approfondimento su questa vicenda. Baricco definisce, molto giustamente a mio avviso, schizofrenico, il rifiuto di Anna per Maometto, amato eppur respinto. Scrive ancora Baricco: In tale irragionevole volontà autopunitiva riverbera l’affanno di chi cerca la smarrita via del rifugio. E ancora: Il Maometto è il silenzio di qualsiasi speranza. (Ma ricordate Benjamin? Solo per chi non ha più speranza ci è data la speranza.)

Musicalmente, per chi è abituato al Rossini dell’opera buffa, tutto è un po’ spiazzante… ma in realtà basta avere un po’ di pazienza e aspettare il primo crescendo per riconoscere il suo timbro inconfondibile. Molto brava e molto bella Marina Rebeka nel ruolo di Anna; bravi Juan Francisco Gatell nel ruolo di Erisso e Roberto Tagliavini in quello di Maometto, bravissima e molto applaudita l’attrice che ha interpretato Calbo, Alisa Kolosova, non fosse altro perché è sempre complicato impersonare il sesso opposto. Sobria ed essenziale la scenografia, atta a creare il luogo ideale dove inscenare un tipo di dramma come questo; belli anche i costumi, dai colori che richiamano quelli del Tiepolo. Brutto pensare a quanto tutto questo sia sottopagato rispetto al cinema…

E comunque non c’è molto da dire: quando il pubblico dai palchi si aggrappa alle maniglie del balcone e, turbato si sporge, come a volersi avvicinare alla scena che si sta consumando sul palcoscenico, significa che il compositore ha vinto. E con lui il librettista. E gli attori, e il regista, e l’orchestra, e il suo direttore.

L’opera è viva e sta meglio che mai. Peccato per quelli che non ci vanno e dunque non possono saperlo.

P.s. Questo è per le donne: se portate il vostro fidanzato all’opera ed è la sua prima volta (so che avevo detto di non dilungarmi sull’argomento, ma lo faccio per gli uomini, perché in fondo mi stanno a cuore), magari evitate il Maometto. Se deve essere Rossini che sia Il Barbiere di Siviglia. Oppure Mozart, il Dongiovanni o Le nozze di Figaro. Altrimenti c’è la Carmen di Bizet. O la Turandot di Puccini. Io lascerei perdere Verdi, al limite, ma proprio al limite, va bene La Traviata, a patto che teniate bene a mente di non essere Julia Roberts e soprattutto di non stare girando una scena di Pretty Woman. Lo dico perché, i miei vicini di balcone erano una giovane coppia e lui all’inizio del secondo atto aveva la faccia più disperata di quella di Anna! Un po’ di pietà, siate buone.

Gli addetti ai lavori s’indignano contro il popolo indignato per il film con cui, secondo loro, Sorrentino s’indigna

Testo di: Lucia Senesi

Sembra un rompicapo, ma non lo è; è l’esatta situazione in cui riversa il Paese in queste ore. Gli addetti ai lavori e i cinefili sono furiosi contro i comuni mortali, rei di non aver apprezzato il film di Paolo Sorrentino e di non essere titolati ad esprimersi; i comuni mortali, da parte loro, si sentono chiamati in causa e messi sotto accusa da Sorrentino, che tutto aveva in mente di fare meno che questo. Chi vincerà?

Sorrentino-Oscar

Intanto l’Oscar, ringraziando il cielo, l’ha vinto lui e su questo non ci piove. Ma in queste ore a me più che da arrabbiarmi viene da ridere. Perché o il 90% delle persone che conosco hanno una memoria a breve termine e non ricordano le cose che hanno detto pochi mesi fa, oppure i premi internazionali hanno il magico potere di trasformare le idee che si sono portate avanti con ostinazione per mesi. Delle due l’una. E io avrei preferito la prima.

Sbaglio o tutti quelli che ora s’indignano contro i comuni mortali erano gli stessi che “è un film debole, pieno di errori, una vergogna, non si capisce come sia arrivato a Cannes, manca la trama, gli attori non si guardano, il dolly fa venire la nausea…?” Sbaglio o di ritorno dal Festival di Cannes eravate inorriditi e vi chiedevate come era possibile che a me il film fosse piaciuto? Sbaglio o dopo la prima visione del film io dissi che avrebbe vinto l’Oscar e tutti mi avete riso in faccia dicendo che ero innamorata di Sorrentino e quindi incapace di esprimere un giudizio lucido? Sbaglio o essendo praticamente l’unica ad essere in disaccordo sulle vostre posizioni scrissi questo post?

Ecco, allora oggi se mi chiedete di scegliere qual è la posizione più allarmante, secondo me, fra quella dei comuni mortali che, per carità, con toni sproporzionati, magari grossolani e sopra le righe, esprimono un giudizio negativo (che lo spettatore, in quanto spettatore è perfettamente titolato ad esprimere dal momento che l’arte non è una scienza come l’astrofisica), o la vostra che vi basta un Oscar per decretare che un brutto film si sia trasformato come per incanto in un capolavoro, allora io scelgo la seconda.

E poi facciamola finita tutti e una volta per tutte con questa gestione snob della cultura. Non sta scritto da nessuna parte che noi siamo superiori perché ci piacciono i film di Sorrentino, di Haneke o di Tarkovskij. Non sta scritto da nessuna parte che siamo i depositari delle verità assolute perché leggiamo Proust o Hegel. Mettiamocelo bene in testa. Siamo diversi e abbiamo preferenze diverse. Ma fra diverso e migliore il passo è lungo. E la cultura non serve per decretare la distanza fra noi e il mondo che, poveretto, è esente dal godimento artistico.

Rileggiamo Ezra Pound e questo verso cerchiamo di impararlo a memoria: “Strappa da te la vanità, ti dico strappala.” Inizieremo a vivere meglio e a far vivere meglio anche gli altri.

Gli addetti ai lavori s’indignano contro il popolo indignato per il film con cui, secondo loro, Sorrentino s’indigna.

E venne il cane che morse il gatto, che si mangiò il topo, che al mercato mio padre comprò.