Attualità

Il termine “sinistra” non è più utilizzabile – Pablo Iglesias e Toni Negri

Scritto da: Lucia Senesi

 

La scorsa settimana Toni Negri è stato ospite a La Tuerka, il programma televisivo spagnolo condotto da Pablo Iglesias, e ha detto cose molto interessanti. Ve ne segnalo tre:

 

“I comunisti ridevano di noi socialisti e dicevano che eravamo l’appendice anarchica del Partito comunista. (…) questa cupola comunista non direi che era divenuta sempre più borghese, e nemmeno puramente burocratica. Era inerziale. Era incapace di rinnovamento. Era ideologicamente condizionata a un discorso che non riconosceva più le modificazioni del reale. (…) Il partito era bloccato proprio, se vuoi, dal suo carattere nazionalpopolare. Il partito comunista ha tentato di spostarsi verso il centro del sistema politico, e questa è stata la cosa che è precipitata immediatamente dopo al ’68.”

 

“Perché in Italia non c’è ancora Podemos o Syriza? Perché c’è questo cadavere del Partito comunista, che puzza, è lì davanti e ci blocca ogni strada.”

 

“E’ solo attraverso la testa che eguaglianza, libertà e solidarietà si mettono assieme. Non ci sono degli ordinamenti. E’ solo attraverso il cervello, la cultura, la vera egemonia. Guarda, io sono completamente d’accordo con te (con Pablo Iglesias, N.d.R.) quando si dice che il termine “sinistra” non è più utilizzabile.”



Pablo Iglesias-Toni Negri
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Introduzione alla vita non fascista – Michel Foucault

Scritto da: Lucia Senesi

 

“Durante gli anni 1945-1965 (mi riferisco all’Europa), c’era un modo di pensare ritenuto corretto, un preciso stile del discorso politico, una precisa etica dell’intellettuale. Bisognava avere familiarità con Marx, non lasciare che i sogni vagabondassero troppo distanti da Freud, trattare i sistemi di segni – il significante – col più grande rispetto. Queste erano le tre condizioni che rendevano accettabile quella singolare occupazione che consiste nello scrivere e nell’enunciare una parte di verità su di sé e sulla propria epoca. Poi giunsero cinque anni brevi, appassionanti, cinque anni di gioie ed enigmi. Alle porte del nostro mondo il Vietnam, ovviamente, e il primo grande colpo inferto ai poteri costituiti. Ma cosa stava accadendo esattamente così addentro le nostre mura? Un amalgama di politica rivoluzionaria e anti-repressiva? Una guerra condotta su due fronti – lo sfruttamento sociale e la repressione psichica? Un aumento della libido modulato dal conflitto di classe? È possibile. In ogni modo, è attraverso quest’interpretazione familiare e dualista che si è preteso spiegare gli eventi di quegli anni. Il sogno che aveva affascinato, tra la Prima Guerra mondiale e l’avvento del fascismo, le frazioni più utopiste d’Europa – la Germania di Wilhelm Reich e la Francia dei surrealisti – era tornato ad abbracciare la realtà stessa: Marx e Freud illuminati dalla medesima incandescenza. Ma è accaduto proprio questo? È stata davvero una ripresa del progetto utopico degli anni Trenta, sul piano, stavolta, della pratica storica? O c’è stato, al contrario, un movimento verso delle lotte politiche che non si conformavano più al modello prescritto dalla tradizione marxista, verso una esperienza e una tecnologia del desiderio che non erano più freudiani? Sono stati branditi di certo i vecchi stendardi, ma la lotta si è spostata e ha conquistato nuove zone.

L’Anti-Edipo mostra, anzitutto, l’estensione della superficie coperta. Ma fa molto di più. Non si perde nel denigrare i vecchi idoli, pur giocando molto con Freud. E, soprattutto, ci incita ad andare più lontano. Sarebbe un errore leggere L’Anti-Edipo come il nuovo quadro di riferimento teorico (avrete sentito parlare di questa famosa teoria che ci è stata così spesso annunciata: quella che va ad inglobare tutto, che è assolutamente totalizzante e rassicurante, quella, ci assicurano, della quale «avevamo tanto bisogno» in quest’epoca di dispersione e di specializzazione in cui la «speranza» viene meno). Non bisogna cercare una «filosofia» in questa straordinaria profusione di nozioni nuove e di concetti sorprendenti: L’Anti-Edipo non è un pacchiano Hegel. Io credo che il modo migliore per leggere L’Anti-Edipo sia di avvicinarlo come un’«arte», nel senso in cui si parla, ad esempio, di arte erotica. Fondandosi su nozioni in apparenza astratte come molteplicità, flussi, dispositivi e concatenamenti, l’analisi del rapporto del desiderio con la realtà e con la «macchina» capitalista apporta delle risposte a questioni concrete. Questioni che si preoccupano meno del perché delle cose che del loro come. Come s’introduce il desiderio nel pensiero, nel discorso, nell’azione? In che modo il discorso può e deve dispiegare le sue forze nella sfera della politica e intensificarsi nel processo di rovesciamento dell’ordine stabilito? Ars erotica, ars teoretica, ars politica.
Da cui i tre avversari coi quali L’Anti-Edipo si confronta. Tre avversari che non hanno la stessa forza, che rappresentano gradi diversi di minaccia e che questo libro combatte con mezzi differenti:

1) Gli asceti politici, i militanti cupi, i terroristi della teoria, coloro che vorrebbero preservare l’ordine puro della politica e del discorso politico. I burocrati della rivoluzione e i funzionari della Verità.

2) I tecnici mediocri del desiderio, gli psicanalisti e i semiologi che registrano ogni segno e ogni sintomo, e che vorrebbero ridurre l’organizzazione molteplice del desiderio alla legge binaria di struttura e mancanza.

3) Infine, il nemico maggiore, l’avversario strategico: il fascismo (laddove l’opposizione de’ L’Anti-Edipo agli altri suoi nemici costituisce semmai un impegno tattico). E non soltanto il fascismo storico di Hitler e Mussolini, che ha saputo mobilitare e impiegare così bene il desiderio delle masse, ma anche il fascismo che è in noi, che possiede i nostri spiriti e le nostre condotte quotidiane, il fascismo che ci fa amare il potere, desiderare proprio la cosa che ci domina e ci sfrutta.

Direi che L’Anti-Edipo (possano i suoi autori perdonarmi) è un libro di etica, il primo libro di etica che sia stato scritto in Francia da molto tempo a questa parte (forse è questa la ragione per cui il suo successo non si è limitato ad un «lettorato» particolare: essere anti-edipici è diventato uno stile di vita, un modo di pensiero e di vita). Come fare per non diventare fascisti anche (e soprattutto) quando ci si crede dei militanti rivoluzionari? Come liberare i nostri discorsi e i nostri atti, i nostri cuori e i nostri desideri dal fascismo? Come lavar via il fascismo che si è incrostato nel nostro comportamento? I moralisti cristiani cercavano le tracce della carne installata tra le pieghe dell’anima. Deleuze e Guattari, da parte loro, braccano le più infime tracce di fascismo presenti nel corpo.

Rendendo un modesto omaggio a San Francesco di Sales, si potrebbe dire che L’Anti-Edipo è un’Introduzione alla vita non-fascista. Quest’arte di vivere, contraria a tutte le forme di fascismo, siano esse interne o prossime all’essere, si accompagna ad un certo numero di principî essenziali, che io, se dovessi fare di questo grande libro un manuale o una guida per la vita quotidiana, riassumerei come segue:

liberate l’azione politica da ogni forma di paranoia unitaria e totalizzante;

• fate crescere l’azione, il pensiero e i desideri per proliferazione, giustapposizione e disgiunzione, anziché per suddivisione e gerarchizzazione piramidale;

affrancatevi dalle vecchie categorie del Negativo (la legge, il limite, la castrazione, la mancanza, la lacuna), che il pensiero occidentale ha così a lungo sacralizzato come forma di potere politica;

non pretendiate dalla politica che ristabilisca i «diritti» dell’individuo per come li ha definiti la filosofia. L’individuo è il prodotto del potere. Occorre invece «disindividualizzare» attraverso la moltiplicazione e la dislocazione dei diversi dispositivi.

Il gruppo non deve essere il legame organico che unisce gli individui gerarchizzati, ma un costante generatore di «disindividualizzazione»;

non innamoratevi del potere.

Si potrebbe addirittura affermare che Deleuze e Guattari amano così poco il potere da mettere in atto il tentativo di neutralizzare gli effetti dei poteri legati al loro stesso discorso. Da qui i giochi e le trappole che si trovano un po’ dappertutto nel libro, e che rendono la sua traduzione un vero tour de force. Ma non si tratta delle trappole familiari della retorica, che cercano di sedurre il lettore senza che egli sia cosciente della manipolazione, finendo per guadagnarlo alla causa degli autori contro la sua volontà. Le trappole de’ L’Anti-Edipo sono quelle dell’humour: altrettanti inviti a lasciarsi espellere, a prendere congedo dal testo sbattendo la porta. Il libro induce spesso a pensare che si tratti solo di giochi e humour, laddove succede invece qualcosa d’essenziale, qualcosa che è della più grande serietà: la caccia a tutte le forme di fascismo, da quelle, colossali, che ci circondano e ci schiacciano, fino alle minute forme che fanno l’amara tirannia delle nostre vite quotidiane.”

 

Michel Foucault, Introduzione alla vita non fascista

 

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La scissione fra Partito Socialista e Partito Comunista – Sandro Pertini

Scritto da: Lucia Senesi

“Succede che nel 1921 viene la scissione fra Partito Socialista e quello che poi diventa il Partito Comunista. Perché arrivano da Mosca i 21 punti di Lenin. Ora, molti di questi punti potevano essere accettati dai socialisti, ma vi era soprattutto un punto che i socialisti respingevano, Turati e Treves, cioè la dipendenza del movimento socialista italiano dall’Internazionale comunista. Proprio questo Turati lo respinse: “Noi vogliamo la nostra autonomia.” Lui aveva dato una grande importanza alla rivoluzione sovietica. Al Teatro Goldoni, a Livorno nel 1921, prese la parola Terracini dicendo: “Noi accettiamo i 21 punti di Mosca, fra noi e voi non c’è più possibilità di collaborazione, noi ci andiamo a riunire in un altro locale e ci separiamo da voi.” Filippo Turati fece questo intervento molto umano e molto saggio. Mentre stavano per uscire, c’era Bordiga, c’era Gramsci, Turati va alla tribuna e dice: “Fermatevi prima di lasciare il nostro Congresso. Voi siete degli uomini onesti, state commettendo un grave errore. Quando riconoscerete questo errore ritornerete tra di noi.” Dopo si capì che Turati e Treves, perché il cervello del Partito Socialista era Claudio Treves, avevano ragione. Ho visto Terracini, coraggiosamente alla televisione: “E allora secondo lei”, gli ha detto l’intervistatore, “aveva sbagliato Turati?” “No, Turati aveva visto giusto, disse una verità allora, dobbiamo riconoscerglielo. Aveva ragione Turati e avevamo torto noi”.”
Sandro Pertini, 21/01/1983

La fiducia sulla legge elettorale e la “legge truffa” (raccontata da Nenni)

Scritto da: Lucia Senesi

 

In questi giorni si discute molto della possibilità, da parte del Governo, di porre la fiducia sulla legge elettorale. Com’è noto, ciò avvenne nel 1953, in occasione di quella che fu chiamata “legge truffa”. Ma che successe nello specifico? Pietro Nenni lo racconta dettagliatamente nei suoi Diari. In realtà la vicenda si apre nel novembre dell’anno prima e prende delle pieghe che hanno del romanzesco (e che in qualche maniera portarono allo scioglimento di Camera e Senato).

 

20 novembre 1952

Abbiamo avuto oggi alla Camera il primo scontro sulla legge elettorale. Il presidente Gronchi ha proposto che la commissione finisse i suoi lavori entro il 3 dicembre. Mi sono alzato a protestare contestando la validità della sua interpretazione del regolamento, annunciando che chiederemo una proroga e in definitiva incassando. In verità non si poteva fare diversamente giacché la decisione del presidente era il risultato di un accordo di compromesso avvenuto ieri tra lui e Togliatti. Diversamente la richiesta di fissare un termine ai lavori della commissione sarebbe stata formulata da Bettiol per il 27 o il 29 novembre invece che per il 3 dicembre. Io l’avrei preferito perché nei confronti di Bettiol eravamo liberi di fare il casa diavolo. Stasera mi ha telefonato Gronchi per dirmi che la richiesta da me annunciata di una proroga non era contemplata nell’accordo e lo mette in una situazione difficile. Gli ho risposto che sono anch’io in una situazione difficile e che se la commissione non avrà il 3 dicembre conclusi i suoi lavori, ciò che è praticamente impossibile, chiederemo la proroga. Certo non è stato un inizio felice della battaglia parlamentare.

 

9 dicembre 1952

Siamo in pieno ostruzionismo contro la legge elettorale Scelba. Come finirà è difficile dirlo. Intanto oggi si è chiusa la prima fase dello scontro col voto della Camera che ha respinto la mia sospensiva (motivata con l’esigenza di dare la precedenza al voto delle norme di formazione della Corte costituzionale e alle norme per l’attuazione del referendum) e le eccezioni di incostituzionalità sviluppate con molto vigore da Togliatti, Basso, De Martino e Ferrandi. (…)

 

18 dicembre 1952

Con la chiusura della discussione generale sul disegno di legge elettorale si è conclusa stasera la prima fase della battaglia parlamentare. L’avevo iniziata il 7 dicembre proponendo la sospensiva, l’ho chiusa stasera con un discorso di cui tutti hanno lodato il tono e il contenuto, ma al quale nessuno ha risposto. A cominciare da De Gasperi, chiamato duramente in causa. Si inizia domani con gli ordini del giorno la fase vera e propria dell’ostruzionismo. Il governo ostenta una grande sicurezza, fino a credere, o a fingere di credere, che la legge possa giungere al Senato subito dopo l’Epifania. Sono conti fatti senza l’oste.

 

3 gennaio 1953

Una nuova fase della battaglia parlamentare s’è conclusa ieri, anzi questa mattina alle tre, con l’approvazione di un ordine del giorno Codacci Pisanelli per il passaggio alla discussione dell’articolo unico del progetto di legge Scelba. E’ stata una giornata emozionante, con rapidi passaggi di tattica che hanno sconcertato la maggioranza. Essa aveva un piano massiccio come la sua composizione e a senso unico. Ottenere che il regolamento venisse interpretato nel senso che non si possono fare dichiarazioni di voto quando è richiesto lo scrutinio segreto. Ora siccome lo scrutinio segreto ha la precedenza su ogni altro, in pratica ciò finirebbe per rendere impossibile ogni e qualsiasi dichiarazione di voto. Così l’eccezione della minoranza è stata respinta e la maggioranza, per farlo, non ha esitato a mettersi in conflitto col presidente Gronchi il quale aveva chiesto di essere lasciato arbitro di valutare in quali casi egli doveva ammettere, o rifiutare il diritto di dichiarazione di voto.

Nel suo dissennato furore la maggioranza non s’è accorta che il presidente Gronchi aveva offerto la soluzione a essa più favorevole. Infatti i suoi guai stavano appena per cominciare. Si doveva votare il passaggio alla discussione sull’articolo unico su un ordine del giorno di Targetti. Fra la sorpresa della maggioranza, Targetti ha ritirato l’ordine del giorno con una dichiarazione sferzante quanto una staffilata. Sono così rivissuti numerosi altri ordini del giorno che in caso diverso erano da considerare decaduti. Quando, suonata la mezzanotte, gli uscieri hanno cambiato la targa che indica il giorno e sostituito al 2 gennaio il 3 gennaio, il giorno fatidico della dittatura mussoliniana, è scoppiata dai nostri banchi una clamorosa sghignazzata. Una volta tragedia, una volta commedia! (…)

Sull’ordine del giorno Codacci Pisanelli c’è da fare una gustosa osservazione. L’ordine del giorno è così redatto: “La Camera ecc. lo approva auspicando in base a esso le più costruttive intese democratiche”. Si è chiesto al deputato della DC cosa significassero queste parole ed egli ha candidamente risposto che erano dirette al PSI la cui intesa con la DC darebbe finalmente alla democrazia una salda base. Abbiamo così la situazione paradossale della approvazione di un ordine del giorno che auspica alleanza diverse da quelle contratte dal gruppo dirigente della DC. Sarebbe un fatto politico di grande importanza se non si trattasse di una piccola buffonata.

L’onorevole Codacci Pisanelli ha tenuto ad assicurarmi della serietà dei suoi intenti e del vasto consenso che il suo ordine del giorno e l’interpretazione che ne ha dato incontrano nel suo gruppo. E’ possibile. “Se il PSI”, mi ha detto, “si apparenta la DC avremo il 65 per cento dei voti – in base alla legge Scelba – si applica allora la proporzionale pura e semplice. L’uovo di Colombo!”.

Gli ho risposto non senza malizia con un aneddoto. Parlando con Stalin l’ambasciatore francese a Mosca stava facendo l’elogio del Patto Atlantico, difensivo, pacifico, umanitario. Stalin stava a sentire quasi divertito. Alla fine si volse a Molotov per dirgli: “Se il Patto Atlantico è tanto bello perché non vi aderiamo anche noi?”. Se la legge Scelba è tanto bella e se prelude alla alleanza della DC col PSI perché non dovremmo votarla anche noi?

 

4 gennaio 1953

La stampa parla molto di una mia intransigenza in confronto alla transigenza di Togliatti. C’è una piccola parte di verità. E tuttavia non si tratta di transigenza o di intransigenza sul merito della legge Scelba, ma di valutazione della situazione. Togliatti teme una provocazione che metta in pericolo il PCI e cerca di evitarla. (…) Anche qui però il fondo del problema è una diversa concezione strategica. Lineare, massiccia e classica quella dei miei compagni. Elastica quella dei comunisti. (…)

 

21 gennaio 1953

Finito l’ostruzionismo con la vittoria del governo che ha ottenuto stamani all’alba il voto di fiducia e l’approvazione della riforma elettorale, dopo una seduta ininterrotta di tre giorni e tre notti durante la quale ci sono state centottantasei dichiarazioni di voto, ultima la mia con la quale ho annunciato che non avremmo preso parte alla votazione. Siamo quindi usciti al canto degli inni di Mameli e dei lavoratori. Ieri sera si è avuto un momento di drammatica tensione quando Ingrao si è presentato sanguinante alla tribuna per ferite della polizia mentre si svolgeva a Roma uno sciopero di protesta e Montecitorio era come assediato dalla forza pubblica. La drammaticità della seduta fiume e il suo finale non tolgono nulla al fatto che siamo battuti. Il colpo di grazia ci è venuto una settimana fa dal governo con la richiesta della fiducia sull’intera legge dichiarata così inemendabile e indivisibile. Il modo con cui fu posta la fiducia non ha precedenti nel parlamento italiano dal 1861 a oggi e ne ha qualcuno in Francia per le leggi di finanza. Non era quindi stato previsto dai nostri soloni, che si ritenevano sicuri di poter protrarre il dibattito fino ai primi di febbraio. E sarebbe in verità bastato per far naufragare la legge al Senato. Così le prospettive sono naturalmente piuttosto fosche. Tuttavia, se l’ostruzionismo non ha raggiunto il suo scopo ha però risvegliato potentemente il senso civico degli italiani, cosa di cui noi socialisti in particolare dovremmo giovarci nelle elezioni di primavera, come ciò avvenne in quelle del 1946. Ecco il calendario dell’ostruzionismo. Dal 21 ottobre al 3 dicembre in commissione, dal 7 dicembre al 21 gennaio in aula. L’ultima è durata settanta ore!

 

29 marzo 1953

L’ostruzionismo contro la legge truffa è finito oggi al Senato in modo imprevisto e drammatico. Da più di settanta ore il Senato era immobilizzato nella discussione della urgenza per una legge Bitossi concernente la disciplina del lavoro delle mondine. Il regolamento del Senato non contempla limiti di tempo per le dichiarazioni di voto e taluni dei nostri compagni, per esempio il taciturno Morandi, avevano parlato per più di quattro ore. La maggioranza pareva in preda allo smarrimento, aggravato dalle dimissioni del presidente Paratore sostituito da Ruini, dopo il rifiuto di Gasparotto e di Zoli.

Si annunciava per oggi la fine dell’intermezzo sulle mondine e il ritorno alla discussione sulla legge elettorale. Io me n’ero venuto a Formia, dopo di aver raccomandato ai compagni senatori di essere vigili per sventare ogni provocazione e comunque essere pronti a impedire il passaggio al voto. Alle quattro e mezzo sono stato avvertito di tornare subito a Roma. Che diavolo poteva essere successo? Mi sono precipitato al telefono prima di mettermi in cammino. E mentre attendevo la comunicazione con Pertini ho sentito l’impiegata del gruppo dire: “Adesso, quando gli dicono che è tutto votato!” Infatti era tutto finito, tutto votato. Solo la sera ho potuto ricostruire col racconto dei compagni quanto era successo. In poco più di quaranta minuti il Senato, con un inganno del presidente Ruini, ha votato la legge truffa.

Esaurito il dibattito sulle mondine, l’opposizione aveva in serbo tutta una serie di espedienti per guadagnare tempo. Ha cominciato Terracini col chiedere la parola per fatto personale. Rifiuto di Ruini. Poi per un richiamo al regolamento. Altro rifiuto. Allora è scoppiato il tumulto e nel tumulto Ruini ha fatto votare per alzata e seduta una pregiudiziale Bosco che dava la precedenza al voto di fiducia del governo. Ha dato la parola al relatore di minoranza Rizzo, che non ha sentito, al ministro Scelba, che ha rinunciato, e mentre ci si colluttava nell’aula e il presidente stesso era assalito al suo banco, ha indetto la votazione per appello nominale e proclamato il risultato mentre volavano pugni, schiaffi e perfino tavolette. La scena, a detta dei testimoni, è stata tragica. Ruini era come nascosto dietro un duplice cordone di uscieri e, pallido e tremante, parlava nel microfono facendo registrare le sue parole che nessuno nell’aula poteva udire. Una disposizione tassativa del regolamento impone in caso di incidenti che la seduta venga sospesa. Niente. Solo le tribune sono state sgombrate. Quando affranto è uscito dall’aula Ruini ha detto: “Ho salvato la democrazia, ma sono personalmente un uomo finito!”.

La nullità del voto è evidente, ma non può essere attestato che dal Senato e ho l’impressione che non sarà riunito. Si è trattato di un piano determinato? Oppure l’opposizione è caduta in una provocazione? L’una e l’altra cosa appaiono verosimili. Sarebbe bastato che a un certo punto il tumulto si fosse chetato e Rizzo, relatore della minoranza, avesse preso la parola perché il piano della presidenza, di una votazione di soppiatto, fosse sventato. D’altro canto il tumulto dev’essere divenuto a un certo momento tale da favorire il piano di Ruini, di evitare a ogni costo la sospensione della seduta e di procedere al voto in mezzo al tumulto. Come sia sia, la legge è votata, ma non è finita la nostra battaglia contro la legge che si trasferisce dal parlamento al paese.

 

4 aprile 1953

Senato e Camera sono sciolti. Elezioni il 7 giugno.

 

I rivoluzionari (quelli veri). – Vol. II

Post di: Lucia Senesi

 

Ospito molto volentieri questa comunicazione dei ragazzi del Cinema America Occupato. Fossero tutti così, il mondo sarebbe salvo.

 

“La celere e la Digos questa mattina hanno fatto incursione nel condominio che ci ha ospitato per salire e scendere dal tetto. Cosa hanno trovato? le terrazze pulite e le scale del palazzo bagnate dal nostro mocio, la nostra gentile protesta era già finita da qualche ora poverini. Chiacchierando ci hanno confidato di essere stati sollecitati e chiamati dal Sindaco Ignazio Marino al fine di “sgomberarci dal tetto immediatamente”, ancora più paradossale è stato il loro supporto alla nostra esperienza ed il loro sgomento nel sapere che il Sindaco non ci avesse ancora assegnato uno spazio, sottolineando come anche a loro risultasse l’unica cosa da fare.
La nostra risposta ai gendarmi invece è stata chiara e coincisa: “Benissimo, ma noi avevamo passato il mocio e voi avete lasciato le pedate, Sindaco o non Sindaco ora tocca a voi ripulire le scale”
Ci si vede al prossimo tetto di uno dei 42 cinema dismessi!”

 

Cinema America Occupato

Sul debito pubblico – Nenni e il “centro-sinistro”

Scritto da: Lucia Senesi

 

“L’idea di uno sciopero generale contro il Governo, di cui era vice-presidente (Nenni, N.d.R.), lo sconvolgeva. A Palazzo Chigi riceveva tutti i giorni delegazioni di ferrovieri, sanitari, maestri; e rispondeva a tutti per iscritto. Naturalmente capiva che le campagne dei sindacati contro il “centro-sinistro” (lui lo chiamava così) erano biecamente strumentali: ma ci stava male e i comunisti c’inzuppavano la brioche.

“Ma mandali a……., quelli della Triplice” gli dicevo io: e lui mi guardava con paterna riprovazione. “E’ vero” consentiva, “è vero che la miseria in Italia non c’è più. O almeno la povertà come l’abbiamo conosciuta noi, la vera e propria fame. E sai perché? Perché ora i vecchi hanno tutti una pensione, bene o male, e perché adesso gli abbiamo dato la sanità gratuita”. “E perché c’è la piena occupazione”, aggiungevo io. Allora perché c…. scioperano, per farci dispetto?” Effettivamente, se paragoniamo l’Italia degli ultimi anni di Nenni (i ’60 e ’70) con quella di oggi, del “centro-sinistro” di allora col “centro-sinistra” di oggi, c’è da prendersi un colpo: almeno, quanto al cosiddetto “sociale”.

Non c’era più un disoccupato; non c’era più un mendicante che chiedesse l’elemosina per strada; non c’era più una baracca alla periferia di Roma o di Milano e nemmeno di Napoli; i cassetti degli italiani straripavano di medicinali; gli ospedali e le scuole erano gratuiti; non c’era una famiglia che non avesse un paio di pensioni di vecchiaia o d’invalidità. Nel 1970, al Ministero del Tesoro, Ferrari, Aggradi, Stammati ed io piangevamo perché il debito pubblico era arrivato all’astronomica cifra di L. 25mila miliardi, non di due milioni e mezzo (come ora) di miliardi: “Con che faccia presenteremo il Bilancio?”. E Nenni mi rimbrottava strillando: “Mille miliardi della Federconsorzi! Cento cinquanta milioni al giorno d’interessi! Ladri, spiegami tu com’hanno fatto!” E ciononostante, e forse a causa di tutto ciò, ci fu il ’68, la fiera dell’idiozia.”

Venerio Cattani, Nenni: una vita per la democrazia e per il socialismo

Tutta colpa di Kubrick, firmato Pablo Iglesias

Testo di: Lucia Senesi

 

 

“Gli “uomini del destino”, anche se hanno qualità morali del genere, sono sempre pericolosi per la democrazia.”

Pietro Nenni su Charles de Gaulle

Che Pablo Iglesias possedesse più di una nozione su cos’è il cinema e come si muove avrei dovuto intuirlo dal suo commento a Ida di Paweł Pawlikowski: Maravillosa y salvajemente política. A pensarci bene sarebbe complicato esprimersi meglio in sole quattro parole. Comunque Iglesias di cose su cinema e letteratura ne sa diverse e s’impegna, con una protervia che pare intenzionata a smentire Philip Roth, a incrociarle con la politica in modo, se non ossessivo, almeno sistematico. Sabato 30 gennaio, a Plaza de la Puerta del Sol (gremita), ha detto: “Malditos aquellos que quieren convertir nuestra cultura en mercancía.” Ho letto un suo articolo in cui spiega bene cosa intende per “mercancía”, e anche per “cultura”. E ho pensato di raccontarvelo, per farvi capire che da uno del genere la dichiarazione di “unire la sinistra” non me ne importa nulla. Noi siamo per l’unità popolare, un concetto più ampio, era il minimo che dovevamo aspettarci.

E siccome è irriverente, siccome ignora il politicamente corretto, non solo critica la sinistra dove si è formato, ma non lascia stare neppure Kubrick, il beniamino di tutti. Ora, bisogna che apra una piccola parentesi per i non addetti ai lavori e i non-cinefili sul tema Kubrick, che non è mai carino escludere le persone dalle conversazioni. Ecco, voi dovete immaginare che Kubrick per i cineasti è un po’ come la Bibbia per i cristiani, il Corano per i musulmani, Il Capitale per i comunisti, Il secondo sesso per le femministe. E, particolarmente, mettere in discussione Lolita di Kubrick con un cineasta è una roba pericolosissima, che a confronto disquisire del dogma della verginità di Maria in una confraternita religiosa potrebbe risultare una passeggiata di salute; non so se mi spiego… Li irrita molto. L’ultima volta che ho litigato con qualcuno per Kubrick è stato lo scorso marzo, a Parigi: era il mio direttore della fotografia. Mi sono detta: massì!, se dobbiamo lavorare insieme vada per la sincerità! Ho fatto un gran respiro e ho detto: sai Michel, alla fine Lolita di Kubrick non mi è parso un grande adattamento del libro, insomma non è neanche un film che mi ha particolarmente cambiato la vita. – Eravamo a casa sua, lui stava bevendo un bicchiere di vino. Ha alzato uno sguardo interrogativo, come quando nel dormiveglia senti qualcuno parlare ma ti vuoi convincere che è un sogno, e m’ha detto – come? – no, dicevo – sono andata avanti – alla fine, detta tra noi, Kubrick non è neanche uno dei miei autori preferiti… – Ecco, voi dovete immaginare che Michel è un mezzo martire, cioè è il ragazzino perbene, composto, che tutti i genitori vorrebbero vedere in sposo alle proprie figlie. Ma in quel momento, Michel, punto su Kubrick, è diventato paonazzo, si è come trasformato in Mr. Hyde e mi ha gridato: – Adesso tu mi dici subito una cosa che ti piace di Kubrick, subitooo! E non deve essere una cosa intellettiva, capito? Voglio sapere una cosa che ti eccita di Kubrick, una cosa viscerale. Dimmi subito cosa ti eccita di Kubrick! – Vi giuro che ha detto così, ero talmente attonita che ricordo le testuali parole.

Tutto questo per rendervi l’idea della delicatezza del tema. In più Iglesias si propone delle cosucce proprio semplici, tipo indagare le condizioni di produzione della Politica come conflitto, come lotta per i significati, e anche essere capaci di creare una mappatura dei rapporti di potere che vanno oltre le interazioni tra le istituzioni (Stato, organizzazioni collettive, etc) e che si trovano negli spazi delimitati dalla sussunzione della cultura e dal bios nella logica di accumulazione e dalla sua istituzionalizzazione egemonica. Ah, ho dimenticato di dirvi che è un articolo accademico, quindi il linguaggio è necessariamente molto tecnico, ma giuro che non è la solita vuota, prosaica, insostenibile sparata dell’intellettuale gauche caviar. Con un po’ di pazienza, ci si fa spazio fra la terminologia e si arriva al dunque:

Dunque, intanto va registrato che Iglesias è più femminista non solo di me, che ci vuole poco, ma anche delle femministe radicali: “Forse le due femministe sono state fin troppo indulgenti nel descrivere il violentissimo processo di disciplinamento che la logica capitalista – e non soltanto gli interessi commerciali – impone su tante donne.” Dunque parliamo di donne e di logica capitalista. Ma cosa intende esattamente, a che tipo di logica si riferisce? Quella che mira a imporre o definire un concetto di corpo, e che lo fa per giunta biopoliticamente. Iglesias chiarisce bene che il corpo qui è inteso come oggetto di applicazione del potere, è cioè il luogo in cui il potere si manifesta. Il Capitalismo (il maiuscolo è di Iglesias) colpisce dunque gli spazi di quella che lui chiama soggettività umana. E inoltre agisce sulla sfera mentale e condiziona l’essere umano ad essere e a orientarsi in un certo modo, cioè quello indicato dal mercato. Iglesias lo definisce mercato eterosessuale, e lo collega ai paesi equivocamente chiamati in via di sviluppo. Sarebbe interessante a questo punto aprire un’altra parentesi sulla differenza fra progresso e sviluppo, egregiamente (a mio avviso) spiegata da Pasolini; mi dilungherei troppo ma la trovate qui. Comunque nomino Pasolini non a caso perché fu proprio lui il primo in Italia a tentare questo tipo di approccio socio-politico per spiegare la trasformazione dei giovani ad opera della società dei consumi, e tramite i prodotti pubblicitari. Si potrebbe quindi dire che Iglesias prende in analisi l’utilizzo sessuale delle ragazze e delle bambine nella pubblicità, Pasolini invece registra una vera e propria mercificazione dei corpi e delle anime degli adolescenti, maschi e femmine, indistintamente. Cioè la differenza sta qui: che mentre Iglesias si limita a dire che il corpo femminile, ad opera del Capitalismo, diventa oggetto di potere, Pasolini descrive prima, e mette in scena poi (in Salò), l’oggettiva mercificazione dei corpi e delle anime degli adolescenti (siano essi maschi o femmine) ad opera della cultura capitalista e del Potete con la P maiuscola. Sentiamolo:

“Scrivo “Potere” con la P maiuscola (…) solo perché sinceramente non so in cosa consista questo nuovo Potere e chi lo rappresenti. So semplicemente che c’è. Non lo riconosco più nel Vaticano, né nei Potenti democristiani, né nelle Forze Armate. Non lo riconosco più neanche nella grande industria (…). Conosco anche alcune caratteristiche di questo nuovo Potere ancora senza volto: (…) soprattutto la sua smania, per così dire cosmica, di attuare fino in fondo lo “Sviluppo”: produrre e consumare.”

Dunque Pasolini e Iglesias parlano di fatto della stessa cosa; solo che Pasolini scrive nel 1974 e Iglesias nel 2011. Ma andiamo un attimo avanti con Pasolini:

“Dunque: decidere di farsi crescere i capelli fin sulle spalle, oppure tagliarsi i capelli e farsi crescere i baffi (in una citazione protonovecentesca); decidere di mettersi una benda in testa oppure di calcarsi una scopoletta sugli occhi; decidere se sognare una Ferrari o una Porsche; seguire attentamente i programmi televisivi; conoscere i titoli di qualche best-seller; vestirsi con pantaloni e magliette prepotentemente alla moda; avere rapporti ossessivi con ragazze tenute accanto esornativamente, ma, nel tempo stesso, con la pretesa che siano «libere» ecc. ecc. ecc.: tutti questi sono atti culturali.”

E ancora, poi giuro che vi lascio in pace:

“Nessun centralismo fascista è riuscito a fare ciò che ha fatto il centralismo della civiltà dei consumi. (…) Un edonismo neolaico, ciecamente dimentico di ogni valore umanistico e ciecamente estraneo alle scienze umane.”

Ma, dice Iglesias tramite il pensiero di Preciado, il problema maggiore arriva quando non si vende solo il prodotto in sé ma l’idea della connessione sessuale fra consumatore e prodotto. Se fino a questo momento Iglesias poteva non conoscere i saggi di Pasolini, non capisco come abbia fatto adesso a ignorare Salò (fra l’altro mi rifiuto di credere che non l’abbia visto) che, come abbiamo già detto, mette in scena la mercificazione dei corpi proprio secondo la definizione sopra. Bisogna tornare di nuovo alle parole di Pasolini:

“Infatti (è la battuta di uno dei miei protagonisti del mio prossimo film, tratto da De Sade e ambientato nella Repubblica di Salò): “In una società dove tutto è proibito, si può fare tutto: in una società dove è permesso qualcosa si può fare solo quel qualcosa.” Che cosa ci permette la società permissiva? Permette il proliferare della coppia eterosessuale. Intanto ciò avviene in funzione dell’edonismo consumista: cosa che accentua fino all’estremo limite il momento sociale del coito. Inoltre ne impone l’obbligo: chi non è in coppia non è un uomo moderno, come chi non beve Petrus o Cynar. E poi impone una precocità nevrotizzante. Bambini e bambine appena puberi – dentro lo spazio obbligato della permissività che rende la normalità parossistica – hanno un’esperienza del sesso che toglie loro ogni tensione nello stesso campo sessuale, e, negli altri campi, ogni possibilità di sublimazione. Si direbbe che le società repressive (come diceva un ridicolo slogan fascista) avevano bisogno di soldati, e inoltre di santi e di artisti: mentre la società permissiva non ha bisogno che di consumatori.”

Quel che poi specifica Iglesias è per un certo tipo di femminismo davvero un’arma a doppio taglio; cioè dice, citando Merkin, che questo processo di commercializzazione non allude al corpo ma alla soggettività, all’idea di come deve essere e come deve agire una donna. E non è forse la stessa cosa che fanno certe femministe quando pretendono di spiegare agli uomini come devono essere e come devono agire? Sempre di violenza psicologica si tratta. Un certo capitalismo vuole omologare le donne per controllarle, un certo femminismo vuole omologare gli uomini per asservirli e dunque, in definitiva, per controllarli anch’esso.

E ora arriviamo a Lolita e cerchiamo di capire come e perché Iglesias la tira in ballo. Anzitutto le sue due teorie, che sostengono:

  1. Che la versione del film di Kubrick abbia poco a che vedere col romanzo di Nabokov, e anche che l’argomento principale del romanzo è la pedofilia, mentre quello del film è il desiderio maschile per la femminilità incarnata di Lolita. Secondo Iglesias, infatti, la Lolita di Kubrick avrebbe creato un modello di femme fatale che poi è diventato egemonico nelle società postfordiste contemporanee.
  2. Che la Lolita di Kubrick sia pienamente consapevole che il suo potere è nella bellezza che incarna, e lo utilizzi per guadagnarsi la libertà, intesa come libertà di scegliere. Questa seconda teoria, ammette, è parecchio ambiziosa. (Come se la prima non lo fosse!)

 

lolita-kubrick

 

Ma vediamo di mettere in standby Iglesias, e ragionare un attimo. L’argomento principale del romanzo di Nabokov è la pedofilia?! El tema fundamental, scrive esattamente lui. Bisognerebbe chiedergli cosa intende con questa dicitura. Perché, se mi fosse concesso di dire la mia, ecco direi che certamente no, Lolita non è un romanzo sulla pedofilia. E’ un romanzo sulla vita, questo sì, anche sull’ineluttabilità del destino, e sull’amore, sia pure malato, immorale, sbagliato, va bene, ve lo concedo; e poi è certamente un romanzo sulla colpa e anche sulle modalità in cui si paga quella colpa, in termini di dolore e sofferenza e solitudine; è un romanzo densamente psicologico, sottile, con un complicato gioco di responsabilità in cui colpevolezza e innocenza sono due facce della stessa medaglia. No, direi che la pedofilia, decisamente, è solo un argomento incidentale, un pretesto. Del resto sembra pensarla così anche Nabokov che nel novembre del 1956 scrisse:

“(…) e quando penso a Lolita mi capita sempre di scegliere immagini come quella del signor Taxovich, o l’elenco di nomi della scuola Ramsdale, o Charlotte che dice “waterproof”, o Lolita che avanza al rallentatore verso i doni di Humbert (…) questi sono i nervi del romanzo. Questi sono i punti segreti, le coordinate subliminali su cui è orientata la trama del libro, anche se mi rendo conto molto chiaramente del fatto che chi comincia a leggere Lolita immaginandosi un libro sul modello di Memorie di una donna di piacere o Les Amours de Milord Grosvit scorrerà appena queste e altre scene, o non le noterà affatto, o neppure ci arriverà. Che il mio romanzo contenga varie allusioni agli impulsi fisiologici di un pervertito è verissimo. Ma dopotutto non siamo bambini, non siamo delinquenti minorili analfabeti, né collegiali inglesi che dopo una notte di baldorie omosessuali devono subire il paradosso di leggere i classici in edizione espurgata. E’ infantile studiare un’opera di narrativa per trarne informazioni su un paese o su una classe sociale o sull’autore.”

E può esserci utile anche la riflessione di Alfred Döblin (riguardo Berlin Alexanderplatz):

“Mi limiterò a dire che la professione di medico mi ha dato la possibilità di avvicinare criminali. Anzi, anni or sono mi era stato affidato un reparto d’osservazione criminologico. Vi ricavai parecchie considerazioni interessanti e degne di studio. E praticando questi uomini, e molti altri simili a loro, liberi, potei rilevare un aspetto caratteristico delle società in cui viviamo: l’assenza di un confine nettamente definito fra criminali e non criminali.”

Però ha ragione Iglesias quando fa notare l’ironia della nomination all’Oscar per Lolita nella categoria di miglior sceneggiatura adattata da un’opera preesistente (noi la chiamiamo “non originale”) quando è chiaro che da parte di Kubrick non ci sia nessuna volontà di adattamento. Ora vi faccio questa domanda: perché spesso un film tratto da un libro ci delude? Perché il regista non rispetta la trama? Non direi. Direi perché il regista, essendo egli stesso un autore, sovente sceglie di dare una dimensione umana ai suoi personaggi diversa da quella assegnatagli dallo scrittore, e sceglie di guardarli da un altro punto di vista. Così noi ci sentiamo traditi, non troviamo più i personaggi che conoscevamo, che ci hanno tanto emozionato, con cui ci siamo immedesimati, e allora restiamo delusi. Questo però non succede di fronte a film come La pianiste di Michael Haneke o As I lay dying di James Franco, nonostante abbiamo letto e amato il libro della Jelinek e quello di Faulkner, perché? Perché i registi scelgono di allinearsi (si fa per dire, se mi sentono dire che si allineano come minimo mi strozzano!) alla “visione umana” degli scrittori, e gli attori hanno in sé la capacità di poter dar vita a quegli stessi personaggi. Isabelle Huppert è esattamente Erika come l’aveva descritta la Jelinek, e così Benoît Magimel interpretando Walter Klemmer e Annie Girardot con la madre di Erika, e ogni attore del film di Franco con i personaggi di Faulkner.

Ora a discolpa di Kubrick, bisognerà dire un’altra cosa: che nessuna attrice avrebbe potuto essere la Lolita di Nabokov. Come fa notare anche Iglesias, la Lolita di Nabokov è una bambina, può essere crudele, volgare, egoista, ma resta pur sempre una bambina. Quella di Kubrick invece è proprio la femme fatale che accende la fantasia del maschio. Ma ci torniamo fra un attimo. Ricordiamo perché, fra le altre cose, J.D.Salinger rifiutò in modo reiterato di cedere i diritti del Giovane Holden:

“Per non parlare, che Dio ci aiuti, del rischio incommensurabile nel business dell’utilizzo degli attori. Lei ha mai visto un’attrice bambina seduta a gambe incrociate su un letto che sembri essere giusta nella parte? Sono sicuro di no. E Holden Caufield stesso, secondo il mio parere senza dubbio super-parziale, è sostanzialmente inadattabile. Nessun Sensibile, Intelligente, Giovane Attore di Talento con indosso un Cappotto Reversibile potrebbe mai avvicinarsi abbastanza a lui. Ci vorrebbe qualcuno con un “fattore X” per riuscire a tirarlo fuori, e nessun giovane, anche dotato di questo “fattore X”, saprebbe cosa farne. E, mi permetto di aggiungere, nessun regista sarebbe in grado di dirglielo.”

Ecco, io credo che questo discorso sia assolutamente valido anche per la Lolita di Nabokov che, lungi dall’essere l’oggetto passivo della fantasticheria di un pedofilo, come la vede Iglesias, ha un carattere volitivo e ambivalente che sarebbe stato impossibile (e violento) indurre in una bambina che non lo possieda, e criminale accentuarlo su di un’altra. Non capiremo mai la differenza fra il libro e il film se non ci mettiamo in testa questo: che mentre Kubrick, dovendo fare una scelta, mette in scena la sudditanza fisica del patetico Humbert verso la femminilità incarnata da Lolita, Nabokov è molto più interessato al lato psicologico della questione. L’Humbert di Nabokov diventa psicologicamente dipendente dalla sua ninfetta in un modo che può ricordarci solo Proust. A voler stare attenti, anche il processo di “innamoramento” è lo stesso: le ninfette verso cui dichiara di provare interesse Humbert, proprio come le fanciulle in fiore di Proust, sono dapprima un gruppo indistinto, da cui poi salta fuori la Lolita o l’Albertine, e la vita del protagonista prende, per esigenza di romanzo, una brutta piega. Inoltre Lolita, proprio come Albertine, ha un carattere complicato: è bugiarda, doppia, calcolatrice, sfuggente: “io continuai a camminare avanti e indietro, lottando con pensieri senza nome, escogitando un modo per affrontare la sua doppiezza.” E ancora: “Ma io ero debole, non ero accorto, la mia ninfetta-ginnasiale mi aveva in suo potere. Con l’affievolirsi, in lei, dell’elemento umano, la mia passione, la mia tenerezza e il mio tormento non facevano che aumentare; e lei cominciò ad approfittarne.”

Nabokov, proprio come Proust, è interessato a rappresentare la sudditanza psico-fisica che l’amore impone all’amante, non certo all’amato. “Permettendo a Lolita di studiare recitazione avevo tollerato, da innamorato inebetito qual ero, che coltivasse l’inganno (…) si era trattato, in realtà, di imparare a tradirmi.” Del resto, che Nabokov volesse richiamarsi ad Albertine è abbastanza evidente quando scrive: “Questo libro parla di Lolita; e adesso, raggiunta la parte che potrebbe intitolarsi Dolorès disparue, avrebbe poco senso analizzare i tre anni vuoti che seguirono.” Notate che Albertine disparue è il titolo del sesto volume della Recherche. Humbert, proprio come Marcel nella Recherche, diventa psicologicamente dipendente dalla sua ninfetta Lolita, inizia a vivere in funzione di lei; di più: la osserva, la studia, la rinchiude, le costruisce un mondo dorato che possa farle dimenticare di essere un animale in gabbia.

Lolita e Albertine sono ben contente di farsi mantenere dai loro amanti e non si fanno scrupoli a ingannarli; d’altra parte i loro amanti cercano di comprarle con soldi, sicurezza e benessere. Ed ecco che il confine fra la vittima e il carnefice scompare. Per dirla come Costanza Salvi, la cui frase è stata scelta da Iglesias come epigrafe per l’articolo: “Lolita è più carnefice che preda del potere dell’adulto/padre/maschio”. Lolita somiglia ad Albertine, ma in un certo qual modo anche a Fedra, ed è per questo che l’opera di Nabokov prende quasi i tratti della tragedia greca dove tutto risponde a un destino che regola i conti. Sentite come Marguerite Yourcenar racconta la psicologia di Fedra:

“Abbandona il suo paese come si rinunzia ai sogni; rinnega la famiglia come ci si sbarazza dei ricordi. Fra gente per cui l’innocenza è un crimine, contempla disgustata quello che lei stessa prima o poi diventerà. Il suo destino le fa orrore, visto dall’esterno (…)Sposa distrattamente Teseo (…) Nel letto di Teseo gusta l’amaro piacere d’ingannare nella realtà colui che ama (Ippolito, N.d.R.) e nell’immaginazione colui che non ama (Teseo, N.d.R.). Non lo ha rivisto (Ippolito, N.d.R.) dopo la scena madre del terzo atto; è per causa di lui che lei è morta; è per causa di lei che lui non ha vissuto; lui non le deve che la morte; lei gli deve i soprassalti di un’inestinguibile agonia. Hai il diritto, lei, di addossargli il proprio crimine, la propria immortalità sospetta sulle labbra dei poeti che di lei si serviranno per esprimere le loro aspirazioni all’incesto, come il guidatore che giace sulla strada, con il cranio fracassato, può accusare l’albero contro cui è andato a cozzare. Come ogni vittima, è stato lui il suo boia.”

E da questo passaggio possiamo tornare all’analisi di Iglesias: mentre la Lolita di Nabokov, in modo abbastanza inconsapevole, come Fedra, utilizza il suo amante per emanciparsi, e lo inganna perché in un certo senso si è adattata al mondo e all’ipocrisia delle sue regole (“Fra gente per cui l’innocenza è un crimine”), la Lolita di Kubrick è pienamente consapevole che il suo potere è nella bellezza che incarna. Come faceva notare Simone de Beauvoir: “Per la ragazza, la trascendenza erotica consiste nell’accettare di farsi preda. Essa diventa oggetto; si sperimenta come oggetto; scopre con meraviglia questo nuovo aspetto del suo essere.” Si potrebbe dire che la Lolita di Kubrick prende questo oggetto (cioè se stessa, il suo corpo, la bellezza che incarna), e lo usa per guadagnarsi la libertà, proprio come dice Iglesias, che aggiunge: “La Lolita di Kubrick, volgare, semplice e cinica, non è così lontana da un certo tipo di femminismo radicale, periferico, ma pure da tacco a spillo (…) deve sopravvivere, ma non ha sotto mano le risorse culturali che le permettono di autoteorizzarsi. Ecco perché lotterà con l’unica risorsa che possiede; quello che le è stato dato dalla società attraverso l’occhio di Humbert e dello spettatore.”

Come abbiamo già detto, anche l’Humbert Humbert del libro e quello del film sono diversi: quello di Nabokov, in ogni caso, ama Lolita. Non importa se questo amore sia malato, quello che dobbiamo prendere in considerazione è il fatto che questo amore scaturito da un’attrazione fisica, poi si traspone sul lato psicologico, e quello fisico non ha nemmeno più importanza (di nuovo Proust); e per dirla come Nabokov:

“Vedete, io l’amavo. Era amore a prima vista, a ultima vista, a eterna vista. (…) Insisto perché il mondo sappia quanto amavo la mia Lolita, quella Lolita, pallida e contaminata, gravida del figlio di un altro (…). Non importa, anche se quei suoi occhi si fossero sbiaditi come quelli di un pesce miope, e i suoi capezzoli si fossero gonfiati e screpolati, e il suo adorabile, giovane delta vellutato e soave si fosse corrotto e lacerato… anche così sarei impazzito di tenerezza alla sola vista del tuo caro viso esangue, al solo suono della tua giovane voce rauca, Lolita mia.”

E anche quando Lolita ammette di averlo ingannato, Humbert dichiara di provare nessun rancore, nulla se non dolore e nausea. Alla fine la ama tanto da lasciarla libera, da assumersi ogni responsabilità, e le regala una grossa cifra in denaro. Lolita invece resta nella sua dimensione superficiale e crudele, e di fronte ai soldi domanda: “vuoi dire che ci darai [ci] quei soldi solo se vengo con te in un motel? Questo vuoi dire?” “No, dissi, non hai capito niente. Voglio che tu lasci il tuo occasionale Dick, e questa topaia orrenda, e che venga a vivere con me, e a morire con me, e tutto con me (parole di questo tenore).”

L’Humbert Humbert di Kubrick, invece, è patetico come dice Iglesias. Proprio per una precisa scelta di regia, Kubrick enfatizza l’elemento fisico e lascia indietro quello psicologico: si potrebbe dire che tutta la sua ideologia sia racchiusa in quell’inquadratura iniziale dove Humbert, servilmente, mette lo smalto alle unghie dei piedi della bella e sprezzante Lo.

 

Lolita_kubrick

 

Naturalmente, un uomo del genere può solo farci pena; e, per dirla come Pasolini, non c’è nulla di meno afrodisiaco della pena. Come osserva Delanoë-Brun: “Humbert, passé au crible kubricien, apparait comme un nouvel avatar de l’homme objet, progressivement privé de tout controle sur l’histoire.” Mentre Sue Lyon, a questo punto, diventa padrona del gioco, e della scena, e facilmente, con uno sguardo, una smorfia, un capriccio, un modo di camminare o di scostarsi i capelli, detta il linguaggio della femme fatale. Scrive Iglesias: “La genialità di Kubrick è che non permette di guardare Humbert con distanza, di giudicarlo come un malato o un criminale, e così facendo obbliga lo spettatore a un’empatia inevitabile, perché la sua Lolita incarna un oggetto di desiderio oggettivo per qualsiasi maschio eterosessuale del mondo di oggi.” Inoltre, dice sempre lui, anche il personaggio della madre esaspera la condizione di bellezza legata al concetto di gioventù, che nel romanzo non c’è (vero). Nabokov sottolinea che i rapporti fra Charlotte e Lolita erano anormalmente freddi, Kubrick invece crea un personaggio più complesso, e probabilmente anche più simile alle donne contemporanee che, soffocate dall’idea di sembrare giovani ad ogni costo, sono le prime a instaurare rapporti di concorrenza con le figlie. Fa notare giustamente Iglesias che la battuta di Charlotte Es mi culpa si me siento joven?, è colpa mia se mi sento giovane?, non c’è nel romanzo, come è completamente assente la dimensione della gelosia. Ancora Iglesias: “Nel romanzo, Charlotte non adora sua figlia, però cerca di proteggerla, mentre nel film, Charlotte sente solo risentimento di fronte a una Lolita con cui non può competere.”

Solo nel finale del film troviamo una Lolita più umana, appesantita dal peso della gravidanza e dalla vita quotidiana, come adulta. Ma il modello imperante, naturalmente, resta quello che abbiamo visto per due ore e un quarto di film. Dice Iglesias: “Quello che abbiamo è un’identificazione eteropatriarcale dell’idea di femminilità con l’estrema giovinezza che, con l’intervento delle nuove tecnologie biopolitiche di controllo della soggettività (mediche, farmacologiche, comunicative e culturali), diverrà egemonica negli anni.” E cliniche e cure “estetiche”, dice sempre lui, vengono predisposte a modulare il corpo delle donne in funzione di quel modello di estrema gioventù imposto dal mercato.

Quindi tutta colpa di Kubrick? Certo che no. Se dovessimo impedire agli artisti di esprimersi se non in senso morale, bene allora faremmo meglio a dar fuoco a tutti i capolavori della storia dell’umanità: dalle tragedie di Euripide alle pellicole di Fellini. Vero è che il linguaggio dell’audiovisivo è infinitamente più invasivo rispetto a quello letterario; dunque è naturale che quel che vediamo ci condizioni. Probabilmente dovremmo imparare a organizzare meno comizi e più luoghi di incontro e discussione. Dovremmo anche ammettere che vivere significa sbagliare e fare esperienza, che quindi pretendere, soprattutto dagli adolescenti, che si tirino fuori da certi meccanismi sulle basi delle nostre dissertazioni intellettuali, è sciocco e ipocrita. Inoltre che cos’è la realtà? “Realtà”, per seguire sempre Nabokov, una delle poche parole che non hanno alcun senso senza virgolette.

E poi dovremmo smettere di creare ulteriori, inutili conflitti; per esempio, far notare, che il mercato eterosessuale che fa pressione sulle donne esiste da 45 anni e quello sugli uomini da appena 15 è, ammesso che sia vero, una cosa che non serve a niente e non insegna niente; è solo un inutile “per di più” che distoglie completamente dal problema. Basta guardare certe pubblicità per rendersi conto che l’utilizzo smodato dei corpi dei giovani maschi, non è meno omologante e violento di quello delle coetanee femmine. Inoltre se questo modello si è imposto, la responsabilità è anche di chi non ha saputo creare modelli alternativi, quindi, a conti fatti, nessuno di noi è innocente. Per ricordare anche Camus, in filosofia come in politica: “Niente scuse, mai, per nessuno. Quando saremo tutti colpevoli ci sarà la democrazia.”

Pablo Iglesias ha concluso il suo discorso di sabato citando Antonio Machado e Don Chisciotte. Ora dico una cosa per noi: forse è ora di farla finita con gli “uomini del destino”; che esistano i Pablo Iglesias ci rende felici ed è giusto, ma non dobbiamo per questo perdere di vista la nostra dimensione logica e critica; del resto, ce lo insegnano loro. Pablo Iglesias non è affatto Don Chisciotte; Don Chisciotte era un eroe solitario, seguito solo da Sancho Panza; Don Chisciotte era Alekos Panagulis, non Pablo Iglesias. Questo, naturalmente, non significa nulla. Iglesias ha innumerevoli seguaci, e tanto meglio così. Ha detto: “Sogniamo come Don Chisciotte, però crediamo veramente nel nostro sogno.” Intendendo dire con questo: cerchiamo di essere concreti. Un concetto abbastanza sconosciuto alla sinistra a cui siamo abituati. Antonio Machado, lo sappiamo, era uno dei poeti preferiti di Pasolini, scrisse nel 1937 un discorso sobre la defensa y difusion de la cultura. E poi scrisse: “Y hoy digo: Es verdad, hay que soñar despierto”. Allora sì, in questo senso continuiamo a sognare, ma restando ben svegli.

Pablo Iglesias, head of leftist group "Podemos", or "We Can", addresses journalists during a press briefing at the European Parliament in Strasbourg

Lolita da Nabokov a Kubrick o il potere femminile nell’eteropatriarcato – Pablo Iglesias

Scritto da: Lucia Senesi

 

NON fermatevi al titolo. Sbirciando fra le cose scritte da Pablo Iglesias, leader del partito spagnolo Podemos, ho trovato un articolo che mi pare interessante discutere, se non altro per capire meglio chi è e dove si colloca Iglesias. Vi allego la traduzione della prima parte (giusto per introdurvi l’argomento). Poi, al solito, ne discutiamo, e vi racconto anche il resto.

 

 

Lolita da Nabokov a Kubrick o il potere femminile nell’eteropatriarcato

 

À la plantureuse Charlotte (…) femelle littéralement en rut aux antipodes de Marlène Dietrich à qui le Humbert de Nabokov la compare, Kubrick oppose le corps diaphane de l’adolescente en offrande sur son tapis de paille, corps idéal (…)image parfaite qu’on croirait droit sortie d’une affiche publicitaire…

Emmanuelle Delanoë‐Brun (2010:6)

…il film di Kubrick (…) ha anche la finezza di un’analisi sociologica in cui si visualizza il possibile destino del maschio nella società patriarcale…Lolita è più carnefice che preda del potere dell’adulto/padre/maschio ed è lei stessa a decidere liberamente di affidarsi al suo giovane sposo nel finale

Costanza Salvi (2009:2)

 

La commercializzazione della soggettività femminile (in via preliminare)

Durante una conferenza organizzata dalla Lobby Europea delle Donne, nei primi di giugno del 2010 a Madrid, la psicologa britannica Susie Orbach affermava che esiste una violenza reale verso la donna per non farle accettare il suo corpo, promossa unicamente dagli interessi commerciali. La segretaria generale di questa Lobby, Myria Vassiliadou, aggiungeva che sembra che attualmente esite solo un unico concetto di corpo, quello che ci è stato imposto.

Forse le due femministe sono state fin troppo indulgenti nel descrivere il violentissimo processo di disciplinamento che la logica capitalista – e non soltanto gli interessi commerciali – impone su tante donne. Questa logica (di accumulazione ed espansione senza fine) del Capitalismo ha provocato e provoca degli effetti sulle donne per quanto riguarda gli elementi di classificazione sociale, come la classe, l’etnia, l’area economico-culturale alla quale appartengono, l’età, etc. In questo caso, parlando di modelli commercializzati di bellezza, dovremmo, quanto meno, limitarci a ciò che chiamiamo mercato eterosessuale dei centri economico-geografici (equivocamente chiamati paesi o aree in via di sviluppo), definiti dall’orientamento sessuale etero – più o meno voluto – delle donne, di età compresa tra l’adolescenza e i quarant’anni (per rimanere all’interno di quello che Beatriz Preciado chiama il mercato eterosessuale), e dal ruolo (secondo il senso preformativo di Butler) delle donne nelle diverse situazioni sociali, dove la questione di bellezza etero-normativizzata può essere messa in discussione.

Per capirci bene, facciamo l’esempio di un paese che ormai conosciamo, la Bolivia, la cui struttura sociale permette di osservare con chiarezza i diversi modi con i quali l’eteropatriarcato, in quanto a etnia e classe, influisce sulle donne. In questo paese, la già citata questione dei modelli commercializzati di bellezza, non è messa in discussione tra le donne delle comunità aymare dell’Altoplano, soggette ovviamente ad altri tipi di violenze e disciplinamenti di logica commerciale legate al genere, però lo sono tra le donne meticcie della classe media urbana di Santa Cruz (regione nota, tra le altre cose, per i suoi concorsi di bellezza).

Imporre o definire un concetto di corpo, come dice Vassiliadou, non è soltanto una questione di tipo morfologico, ma implica definire-imporre biopoliticamente (considerato che parliamo di corpo come oggetto di applicazione del potere) un’idea specifica di femminilità.

Il Capitalismo, come sistema storico, ha sempre risposto a una dinamica di espansione economico-politica che ha colpito le aree geografiche convenzionali (grazie a meccanismi politici come il Colonialismo o la dipendenza economica delle regioni limitrofe) ma anche, soprattutto negli ultimi 50 anni, gli spazi della soggettività umana; il bios inteso da Agamben come vita politica. Tra questi spazi della soggettività biopolitica risaltano, giustamente, i ruoli di genere e sessualità.

Debra Merskin, in un articolo sull’utilizzo sessuale delle ragazze e delle bambine nella pubblicità, espone tanti esempi della commercializzazione del corpo sessualizzato dell’adolescenza nella pubblicità. Anche se il suo lavoro, che mescola bambini, preadolescenti e adolescenti, perde di vista i modelli egemonici di costruzione dell’oggetto femminile del desiderio sessuale, si scontra contro il capitalismo cognitivo, o come lo chiamerebbe Preciado (2008) farmacopornografico, quando sostiene che sex in still thought to sell, even if what is being sold is not the product per se but the idea of a sexual connection between consumer and product (2004:126). Il grassetto è nostro e pensiamo che mette in evidenza il carattere immateriale (sulla linea del senso pornografico di Preciado) che la commercializzazione della sessualità implica. Ma tale processo di commercializzazione, non del prodotto stesso ma dell’idea di connessione sessuale tra il consumatore e il suo oggetto del desiderio, come dice Merskin, non allude al corpo ma alla soggettività, all’idea di come deve essere e come deve agire una donna, nel nostro caso. Si tratta, in definitiva, di ideologia, di normalizzazione, di leggibilità, per quanto riguarda l’interpretazione del concetto di esperienza secondo il senso dato da Zizek (2009:17) nel rendere universale la “virtude” femminile.

In questo articolo sosteniamo che uno dei primi ad accorgersi, più o meno consapevolmente, dei fattori ideologici di questa soggettività femminile imposta dalla logica eterogerarchica, fu Stanley Kubrick nella sua versione di Lolita.

Grazie allo studio di tante risorse bibliografiche (dal romanzo di Nabokov, passando per le diverse versioni della sceneggiatura, fino ai diversi studi specifici sul film stesso), e all’analisi delle scelte di regia di Kubrick (casting, recitazione, tipo e la durata di piani, movimenti di camera, etc.) possiamo sviluppare due teorie.

La prima teoria che proponiamo è che la versione del film di Kubrick ha poco a che vedere col romanzo di Nabokov dal quale è scaturito. Nel romanzo, l’argomento principale è la pedofilia, a partire dalla costruzione della nozione di ninfetta, ma nel film di Kubrick l’argomento fondamentale è il desiderio maschile per la femminilità incarnata in Lolita. Vedremo come la bellezza giovanile di Lolita in Kubrick si allontana dalla perversione pedofila, riuscendo così a mostrare un modello che è diventato egemonico nelle società postfordiste contemporanee. Il rapporto che Kubrick costruisce tra Lolita e sua madre è quello che meglio ci rivela, come poi vedremo, il tipo di soggettività femminile basata sulla bellezza giovanile.

Faremo anche un breve excursus sulla versione di Adrian Lyne del 1997, che al contrario della versione di Kubrick è stato un tentativo di adattamento del romanzo, ma che, tra altre tante differenze, non è stato abbastanza coerente nel rispettare l’oggetto di desiderio descritto da Nabokov e è tornato a farsi trascinare (forse a causa di imposizioni legali) da un modello di bellezza eteronormativizzato nel quale la sua Lolita non è una ninfetta ma torna ad incarnare un oggetto di desiderio egemonico, controverso quanto si vuole, ma di certo non infantile.

La seconda teoria che vogliamo sostenere con questo studio è parecchio ambiziosa. Secondo noi, nel film di Kubrick, il personaggio di Lolita è pienamente consapevole che il suo potere – che non è quello della ninfetta demoniaca proiettato dal pedofilo Humbert Humbert, descritto da Nabokov nel suo romanzo – è nella bellezza che incarna. Secondo il nostro giudizio, il film ci permette di vedere con chiarezza come Lolita usa questo potere per lottare per la sua libertà dentro lo stretto limite segnato dalle sue condizioni materiali e culturali. La Lolita di Kubrick non è l’oggetto passivo della fantasticheria di un pedofilo, ma una giovane che usa l’unico strumento di potere che ha in mano, la sua bellezza, per guadagnarsi la libertà di scegliere.

La Lolita di Kubrick, volgare, semplice e cinica, non è così lontana da un certo modello di femminismo radicale, periferico (ma pure da tacco a spillo) proposto da Vergine Despentes nella sua Teoria King Kong (2007) o da Itzia Ziga in Devenir perra (2009) e teorizzato – ma con meno freschezza in questo caso, però forse con più determinazione e senza perdere il carattere provocatorio – da Beatriz Preciado. Se qualcosa caratterizza i modelli presentati (e incarnati) da Despentes y Ziga è proprio il suo carattere subalterno e periferico. Si tratta di donne costrette a sopravvivere nel limite di condizioni economiche e culturali imposte, senza la possibilità di un’emancipazione economica a portata di mano. Anche la Lolita kubrickiana deve sopravvivere, ma non ha sotto mano le risorse culturali che le permettano di autoteorizzarsi. Ecco perché lotterà con l’unica risorsa che possiede; quello che le è stato dato dalla Società attraverso l’occhio di Humbert e dello spettatore.

Lolita, image parfaite d’une affiche publicitaire, come dice Emmanuelle Delanoë‐Brun, non leggerà Mary Wollstonecraft o Virginia Wolf e non può nemeno permettersi negarsi al suo Humbert Humbert, padre, amante e padrone. L’unica cosa che può fare è sdramatizzare con un po’ di cinismo la sua situazione e usare Humbert fino al punto di farlo diventare patetico, fino a distruggerlo, per raggiungere la massima autonomia possibile. Come spiega Ken Burke col suo studio comparativo tra il romanzo e il film, Kubrick is sublimating the serious sexual themes of Lolita to a constant flow of silly or ribald humor (Burke, 2001:145). E questo non è altro che rafforzare un soggetto che, nonostante la sua debolezza oggettiva, non è più una bambina come nel romanzo. L’amore e la passione dell’oppressore verso Lolita è, in questo caso, la sua arma migliore per liberarsi.

Il punto di partenza immanente di questo saggio è che il potere dell’oppresso giace, in buona parte, nel suo modo d’oppressione, e che la messa in pratica di questo potere suppone accettare che la maschera imposta può essere, in molte occasioni, la maschera del combattimento. Per questo dobbiamo indagare sulle condizioni di produzione della Politica come conflitto, come lotta per i significati – secondo il senso dato da Chantal Mouffe (2007), Ernesto Laclau (2005) o dallo stesso Zizek (2009) -, ed essere capaci di creare una mappatura dei rapporti di potere che vanno oltre le interazioni tra le istituzioni (Stato, organizzazioni collettive, etc.) e che si trovano negli spazi delimitati dalla sussunzione della cultura e dal bios nella logica di accumulazione e dalla sua istituzionalizzazione egemonica.

 

Pablo Iglesias, head of leftist group "Podemos", or "We Can", addresses journalists during a press briefing at the European Parliament in Strasbourg

Il Senato elettivo ai tempi della Costituente

Scritto da: Lucia Senesi

 

O sul perché l’Italia non cambierà mai. Dai Diari di Pietro Nenni:

 

Senatoelettivo

 

Marcia repubblicana a Parigi – Le parole di Pertini

Scritto da: Lucia Senesi

 

“Oriana, parliamoci chiaro: io non me la sarei sentita di mandar telegrammi gentili a certi capi di Stato. Non me la sarei sentita di stringer loro la mano. Io, quale presidente della Camera, mi son rifiutato di ricevere il presidente del Sud Africa, l’ambasciatore greco, l’ambasciatore spagnolo, l’ambasciatore portoghese. Eh! Non hanno messo piede, quei signori, qui dentro! Non ce lo mettono. Si rivolgono al mio segretario, come il questore Guida, spiegano di voler rendere omaggio al presidente, e io gli fo rispondere che il presidente non gradisce affatto il loro omaggio: il presidente non li riceve. Al Quirinale ci sarei costretto sennò dovremmo rompere le relazioni diplomatiche, scoppierebbe una guerra: qui invece! Qui al massimo dichiarano guerra a Pertini, come l’ambasciatore sovietico. Sapesse che diverbio ho avuto con l’ambasciatore sovietico pei fatti di Praga! Voi ristabilite l’ordine coi carri armati, gli ho detto, proprio alla maniera dei fascisti che lo ristabilivano con le baionette. Voi volete l’ordine che c’è nelle galere, nei cimiteri! Ci siamo lasciati male. Così male che non è più venuto da me e io non sono più andato da lui. Però anche con Nixon mi lasciai freddamente: «Buongiorno, buongiorno». Eh! Lui pronunciò quell’espressione pace-nella-sicurezza, e io replicai: «No, no, presidente. Io ho detto pace e basta. Pace tout-court». Eh! Lo sapevo ben io cosa intendeva, Nixon, con la parola sicurezza. C’era anche Kissinger, io non sapevo che fosse Kissinger ma lo guardavo perché mi fissava e intanto suggeriva le cose a Nixon. Non so cosa gli suggerisse. Forse gli diceva che m’ero opposto al Patto atlantico e alla guerra in Vietnam. E si comportava con la stessa freddezza di Nixon. Io, con altrettanta freddezza. Figuriamoci, dunque, se sto al Quirinale a ricevere le credenziali di quello e di quell’altro!”

Sandro Pertini, da un’intervista a Oriana Fallaci

 

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I professionisti della rivoluzione – Pietro Nenni

Scritto da: Lucia Senesi

 

Pietro Nenni, già nel lontano 1948, aveva intravisto le derive di una certa Sinistra:

 

“Nessun dubbio, siamo battuti. Le notizie di Brescia non sono buone, quelle di Bergamo sono pessime. Ho trasmesso all’Avanti! la nota seguente:

“Reputo opportuno un commento realistico con l’aperto riconoscimento della nostra sconfitta che ci lascia sereni nella coscienza di avere tentato di portare avanti una politica giusta. Sottolineare che abbiamo sottovalutato l’influenza di tre fattori: la chiesa, l’America, la secessione. Staremo coerentemente all’opposizione lavorando perché le cose cambino al più presto possibile.”

Mi domando: “Come mai ci è sfuggito il senso di paura al quale dobbiamo la sconfitta? Siamo dunque così staccati dal paese da non saperne più controllare i sentimenti e le opinioni?” I dati definitivi danno dodici milioni di voti alla DC, otto a noi.

Se il caso di Brescia si generalizza io sarò rovesciato e rovesciato dall’egoismo dei comunisti, dalla loro sostanziale incapacità di fare una politica unitaria che non sia esclusivamente a profitto loro e della loro organizzazione.

Intanto, nessuno sa dare una risposta alla mia domanda: come mai non abbiamo capito che una parte notevole, anche operaia, sfuggiva alla nostra influenza?

Sono inquieto davanti ai problemi di domani. Sacrificare, come io ho fatto, una posizione personale e di partito all’unità della classe operaia, per un socialista è un titolo d’onore. Ma posso io rifiutare di prendere atto che sotto bandiera, direzione o ispirazione comunista (apparente o reale poco importa) non si vince in Occidente? Possono Togliatti e gli altri dirigenti comunisti non prendere atto di questa situazione? Oppure tutto ciò è per essi senza importanza purché ci sia un forte Partito comunista, saldamente legato alle esperienze dell’Oriente e in grado di tenere finché si produca una situazione favorevole? In questo caso temo molto di vedere anche il socialismo italiano assorbito dalle correnti riformiste, opportuniste, occidentaliste. Peggio, in questo caso il Partito comunista sarebbe destinato a perdere il suo carattere di partito popolare e di massa per ridursi a un partito di professionisti della rivoluzione, una setta, un’élite. Che fare allora?”

Pietro Nenni, Diari, aprile 1948

Cuperlo ricorda Togliatti e l’articolo 7

Scritto da: Lucia Senesi

 

Gianni Cuperlo ricorda in Assemblea Nazionale PD il caso “Togliatti e articolo 7”. Sentite come lo racconta nei suoi Diari Pietro Nenni:

” 25 marzo (1947)

Stamattina alle due la Costituente ha votato l’articolo 7 (ex articolo 5) con trecentocinquanta voti contro centoquarantanove. Hanno votato a favore duecentouno democristiani, novantacinque comunisti e cinquantaquattro fra qualunquisti, liberali e isolati. La grande sorpresa (non per me), è stato il voto favorevole dei comunisti, che Togliatti ha tentato di giustificare in un discorso di una logica formale associato a un’assenza totale di comprensione storica del problema. Prima del suo c’erano stati i due discorsi “sinceri”, quello di De Gasperi, in favore, e il mio, contro. Un’altra sorpresa della notte è stato il voto favorevole non solo di Nitti, ma di Orlando, Bonomi e Sforza. Senza l’apporto dei comunisti, i cattolici avrebbero vinto con cinque voti di maggioranza e sarebbe stato meglio così.

Sul dibattito hanno pesato due ricatti: quello di De Gasperi, sulla solidità della Repubblica, e quello dell’ Osservatore Romano sulla pace religiosa e la riapertura della questione romana. Ho risposto sostanzialmente: “Abbiamo capito. Voi volete la lotta su questo terreno, mentre noi la vogliamo sul terreno sociale. Prendiamo appuntamento per più tardi e intanto votiamo contro di voi.” Togliatti ha ragionato così: “De Gasperi ci dichiara guerra, Nenni non l’accetta ed è vero che per far la guerra bisogna essere in due. Ma per dichiararla basta uno solo. Per togliervi il pretesto di dichiararci la guerra, votiamo con voi l’articolo 7”.

E’ cinismo applicato alla politica. Ma non è il cinismo degli scettici, ma di chi ha un obiettivo e non vede altro. E’ la svolta di Salerno che continua, applicata questa volta alla chiesa e ai cattolici. Togliatti crede così di salvaguardare dieci, venti anni di collaborazione con la Democrazia cristiana. Mi sembra un calcolo sbagliato da cima a fondo. Sono lieto di avere votato “no”.”