Filosofia

Introduzione alla vita non fascista – Michel Foucault

Scritto da: Lucia Senesi

 

“Durante gli anni 1945-1965 (mi riferisco all’Europa), c’era un modo di pensare ritenuto corretto, un preciso stile del discorso politico, una precisa etica dell’intellettuale. Bisognava avere familiarità con Marx, non lasciare che i sogni vagabondassero troppo distanti da Freud, trattare i sistemi di segni – il significante – col più grande rispetto. Queste erano le tre condizioni che rendevano accettabile quella singolare occupazione che consiste nello scrivere e nell’enunciare una parte di verità su di sé e sulla propria epoca. Poi giunsero cinque anni brevi, appassionanti, cinque anni di gioie ed enigmi. Alle porte del nostro mondo il Vietnam, ovviamente, e il primo grande colpo inferto ai poteri costituiti. Ma cosa stava accadendo esattamente così addentro le nostre mura? Un amalgama di politica rivoluzionaria e anti-repressiva? Una guerra condotta su due fronti – lo sfruttamento sociale e la repressione psichica? Un aumento della libido modulato dal conflitto di classe? È possibile. In ogni modo, è attraverso quest’interpretazione familiare e dualista che si è preteso spiegare gli eventi di quegli anni. Il sogno che aveva affascinato, tra la Prima Guerra mondiale e l’avvento del fascismo, le frazioni più utopiste d’Europa – la Germania di Wilhelm Reich e la Francia dei surrealisti – era tornato ad abbracciare la realtà stessa: Marx e Freud illuminati dalla medesima incandescenza. Ma è accaduto proprio questo? È stata davvero una ripresa del progetto utopico degli anni Trenta, sul piano, stavolta, della pratica storica? O c’è stato, al contrario, un movimento verso delle lotte politiche che non si conformavano più al modello prescritto dalla tradizione marxista, verso una esperienza e una tecnologia del desiderio che non erano più freudiani? Sono stati branditi di certo i vecchi stendardi, ma la lotta si è spostata e ha conquistato nuove zone.

L’Anti-Edipo mostra, anzitutto, l’estensione della superficie coperta. Ma fa molto di più. Non si perde nel denigrare i vecchi idoli, pur giocando molto con Freud. E, soprattutto, ci incita ad andare più lontano. Sarebbe un errore leggere L’Anti-Edipo come il nuovo quadro di riferimento teorico (avrete sentito parlare di questa famosa teoria che ci è stata così spesso annunciata: quella che va ad inglobare tutto, che è assolutamente totalizzante e rassicurante, quella, ci assicurano, della quale «avevamo tanto bisogno» in quest’epoca di dispersione e di specializzazione in cui la «speranza» viene meno). Non bisogna cercare una «filosofia» in questa straordinaria profusione di nozioni nuove e di concetti sorprendenti: L’Anti-Edipo non è un pacchiano Hegel. Io credo che il modo migliore per leggere L’Anti-Edipo sia di avvicinarlo come un’«arte», nel senso in cui si parla, ad esempio, di arte erotica. Fondandosi su nozioni in apparenza astratte come molteplicità, flussi, dispositivi e concatenamenti, l’analisi del rapporto del desiderio con la realtà e con la «macchina» capitalista apporta delle risposte a questioni concrete. Questioni che si preoccupano meno del perché delle cose che del loro come. Come s’introduce il desiderio nel pensiero, nel discorso, nell’azione? In che modo il discorso può e deve dispiegare le sue forze nella sfera della politica e intensificarsi nel processo di rovesciamento dell’ordine stabilito? Ars erotica, ars teoretica, ars politica.
Da cui i tre avversari coi quali L’Anti-Edipo si confronta. Tre avversari che non hanno la stessa forza, che rappresentano gradi diversi di minaccia e che questo libro combatte con mezzi differenti:

1) Gli asceti politici, i militanti cupi, i terroristi della teoria, coloro che vorrebbero preservare l’ordine puro della politica e del discorso politico. I burocrati della rivoluzione e i funzionari della Verità.

2) I tecnici mediocri del desiderio, gli psicanalisti e i semiologi che registrano ogni segno e ogni sintomo, e che vorrebbero ridurre l’organizzazione molteplice del desiderio alla legge binaria di struttura e mancanza.

3) Infine, il nemico maggiore, l’avversario strategico: il fascismo (laddove l’opposizione de’ L’Anti-Edipo agli altri suoi nemici costituisce semmai un impegno tattico). E non soltanto il fascismo storico di Hitler e Mussolini, che ha saputo mobilitare e impiegare così bene il desiderio delle masse, ma anche il fascismo che è in noi, che possiede i nostri spiriti e le nostre condotte quotidiane, il fascismo che ci fa amare il potere, desiderare proprio la cosa che ci domina e ci sfrutta.

Direi che L’Anti-Edipo (possano i suoi autori perdonarmi) è un libro di etica, il primo libro di etica che sia stato scritto in Francia da molto tempo a questa parte (forse è questa la ragione per cui il suo successo non si è limitato ad un «lettorato» particolare: essere anti-edipici è diventato uno stile di vita, un modo di pensiero e di vita). Come fare per non diventare fascisti anche (e soprattutto) quando ci si crede dei militanti rivoluzionari? Come liberare i nostri discorsi e i nostri atti, i nostri cuori e i nostri desideri dal fascismo? Come lavar via il fascismo che si è incrostato nel nostro comportamento? I moralisti cristiani cercavano le tracce della carne installata tra le pieghe dell’anima. Deleuze e Guattari, da parte loro, braccano le più infime tracce di fascismo presenti nel corpo.

Rendendo un modesto omaggio a San Francesco di Sales, si potrebbe dire che L’Anti-Edipo è un’Introduzione alla vita non-fascista. Quest’arte di vivere, contraria a tutte le forme di fascismo, siano esse interne o prossime all’essere, si accompagna ad un certo numero di principî essenziali, che io, se dovessi fare di questo grande libro un manuale o una guida per la vita quotidiana, riassumerei come segue:

liberate l’azione politica da ogni forma di paranoia unitaria e totalizzante;

• fate crescere l’azione, il pensiero e i desideri per proliferazione, giustapposizione e disgiunzione, anziché per suddivisione e gerarchizzazione piramidale;

affrancatevi dalle vecchie categorie del Negativo (la legge, il limite, la castrazione, la mancanza, la lacuna), che il pensiero occidentale ha così a lungo sacralizzato come forma di potere politica;

non pretendiate dalla politica che ristabilisca i «diritti» dell’individuo per come li ha definiti la filosofia. L’individuo è il prodotto del potere. Occorre invece «disindividualizzare» attraverso la moltiplicazione e la dislocazione dei diversi dispositivi.

Il gruppo non deve essere il legame organico che unisce gli individui gerarchizzati, ma un costante generatore di «disindividualizzazione»;

non innamoratevi del potere.

Si potrebbe addirittura affermare che Deleuze e Guattari amano così poco il potere da mettere in atto il tentativo di neutralizzare gli effetti dei poteri legati al loro stesso discorso. Da qui i giochi e le trappole che si trovano un po’ dappertutto nel libro, e che rendono la sua traduzione un vero tour de force. Ma non si tratta delle trappole familiari della retorica, che cercano di sedurre il lettore senza che egli sia cosciente della manipolazione, finendo per guadagnarlo alla causa degli autori contro la sua volontà. Le trappole de’ L’Anti-Edipo sono quelle dell’humour: altrettanti inviti a lasciarsi espellere, a prendere congedo dal testo sbattendo la porta. Il libro induce spesso a pensare che si tratti solo di giochi e humour, laddove succede invece qualcosa d’essenziale, qualcosa che è della più grande serietà: la caccia a tutte le forme di fascismo, da quelle, colossali, che ci circondano e ci schiacciano, fino alle minute forme che fanno l’amara tirannia delle nostre vite quotidiane.”

 

Michel Foucault, Introduzione alla vita non fascista

 

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La donna in preda al proprio io – Simone de Beauvoir

Scritto da: Lucia Senesi

 

 

“(…) uno dei difetti che pesano su molte scrittrici, è una compiacenza nei propri confronti che nuoce alla loro sincerità, le limita e le sminuisce. Molte donne imbevute del sentimento della propria superiorità non sono però capaci di manifestarla di fronte al mondo; la loro ambizione sarà allora di servirsi come interprete di un uomo, che convinceranno dei loro meriti; non mirano attraverso liberi progetti a valori singolari; vogliono annettere al loro io valori già dati; si volgeranno perciò verso coloro che possiedono influenza e gloria, nella speranza – facendosi muse, ispiratrici, egerie – di identificarsi con essi.

In realtà questo delirio si muta facilmente in un delirio di persecuzione. (…) se ha la prova evidente di non essere adorata, pensa subito di essere odiata. Tutte le critiche, le attribuisce alla gelosia, alla rabbia. Le sue sconfitte sono il risultato di nere macchinazioni: e rafforzano in lei l’idea di essere importante. Scivola facilmente nella megalomania o nella mania di persecuzione, che ne è l’aspetto inverso: centro del suo universo, e non conoscendo altro universo oltre il suo, si sente il centro assoluto del mondo. Questo spiega perché [la donna in preda al proprio io], occupata com’è a contemplarsi, riesca così male a giudicarsi e cada così facilmente nel ridicolo. Essa non ascolta, parla, e quando parla recita la sua parte. Si guarda troppo per vedere qualcosa: degli altri capisce solo quello in cui si riconosce; quel che non può assimilare al suo caso, alla sua storia, le rimane estraneo. I suoi ricordi si fissano, il suo atteggiamento è stereotipato, ripete parole e mimiche che un po’ alla volta si sono vuotate di ogni contenuto: da ciò deriva l’impressione di povertà che danno tanti “diari intimi” o “autobiografie femminili”; del tutto occupata ad adulare se stessa, la donna che non fa niente non diventa niente e adora un niente. La sua disgrazia è che, malgrado tutta la sua malafede, è a conoscenza di questo nulla. A onta della sua superficiale arroganza, la narcisista sa di essere minacciata; la sua vanità non è mai appagata; più invecchia, più cerca con ansia elogi e successo, più teme complotti intorno a sé; sconvolta, tormentata, si immerge nel buio della malafede e finisce spesso per creare intorno a sé un delirio paranoico. Per lei è particolarmente appropriato il detto: “Chi vuol salvare la propria vita la perderà”.”

Simone de Beauvoir, Il secondo sesso

I luoghi comuni a rovescio – Antonio Gramsci

Scritto da: Lucia Senesi

 

Recentemente chiedevo: “Ma nel momento in cui tu scrivi il codice dei ribelli e loro, religiosamente, acriticamente, si apprestano a seguirlo, cos’altro diventano se non dei nuovi conformisti?” Mi ha risposto Gramsci:

 

“Per molti essere «originali» significa solo capovolgere i luoghi comuni dominanti in una certa epoca: per molti questo esercizio è il massimo della eleganza e dello snobismo intellettuale e morale. Ma il luogo comune rovesciato rimane sempre un luogo comune, una banalità. Forse il luogo comune rovesciato è ancora piú banale del semplice luogo comune. Il bohémien è piú filisteo del mercante di campagna. Da ciò quel senso di noia che viene col frequentare certi circoli che credono essere di eccezione, che si pongono come una aristocrazia distaccata dal vivere solito. Il democratico è stucchevole, ma quanto piú stucchevole il sedicente reazionario che esalta il boia, e magari i roghi. (…) (L’espressione «luogo comune a rovescio» è impiegata da Turgheniev in Padri e Figli. Bazarov ne enuncia il principio cosí: «È un luogo comune dire che l’istruzione pubblica è utile, è un luogo comune al rovescio dire che l’istruzione pubblica è dannosa», ecc.).”

Antonio Gramsci, Passato e presente

Le ghiande e la quercia – Antonio Gramsci

Scritto da: Lucia Senesi

 

L’attuale generazione ha una strana forma di autocoscienza ed esercita su di sé una strana forma di autocritica. Ha la coscienza di essere una generazione di transizione, o meglio ancora, crede di sé di essere qualcosa come una donna incinta: crede di stare per partorire e aspetta che nasca un grande figliolo. Si legge spesso che «si è in attesa di un Cristoforo Colombo che scoprirà una nuova America dell’arte, della civiltà, del costume». Si è letto anche che noi viviamo in un’epoca pre-dantesca: si aspetta il Dante novello che sintetizzi potentemente il vecchio e il nuovo e dia al nuovo lo slancio vitale. Questo modo di pensare, ricorrendo a immagini mitiche prese dallo sviluppo storico passato, è dei piú curiosi e interessanti per comprendere il presente, la sua vuotezza, la sua disoccupazione intellettuale e morale. Si tratta di una forma di «senno del poi» delle piú strabilianti. In realtà, con tutte le professioni di fede spiritualistiche e volontaristiche, storicistiche e dialettiche, ecc., il pensiero che domina è quello evoluzionistico volgare, fatalistico, positivistico. Si potrebbe porre cosí la quistione: ogni «ghianda» può pensare di diventar quercia. Se le ghiande avessero una ideologia, questa sarebbe appunto di sentirsi «gravide» di querce. Ma nella realtà, il 999 per mille delle ghiande servono di pasto ai maiali e, al piú, contribuiscono a crear salsicciotti e mortadella.”

Antonio Gramsci, Passato e presente

Costruttori di soffitte – Antonio Gramsci

Scritto da: Lucia Senesi

 

“Una generazione può essere giudicata dallo stesso giudizio che essa dà della generazione precedente, un periodo storico dal suo stesso modo di considerare il periodo da cui è stato preceduto. Una generazione che deprime la generazione precedente, che non riesce a vederne le grandezze e il significato necessario, non può che essere meschina e senza fiducia in se stessa, anche se assume pose gladiatorie e smania per la grandezza. È il solito rapporto tra il grande uomo e il cameriere. Fare il deserto per emergere e distinguersi. Una generazione vitale e forte, che si propone di lavorare e di affermarsi, tende invece a sopravalutare la generazione precedente perché la propria energia le dà la sicurezza che andrà anche piú oltre; semplicemente vegetare è già superamento di ciò che è dipinto come morto. Si rimprovera al passato di non aver compiuto il compito del presente: come sarebbe piú comodo se i genitori avessero già fatto il lavoro dei figli. Nella svalutazione del passato è implicita una giustificazione della nullità del presente: chissà cosa avremmo fatto noi se i nostri genitori avessero fatto questo e quest’altro…, ma essi non l’hanno fatto e, quindi, noi non abbiamo fatto nulla di piú. Una soffitta su un pianterreno è meno soffitta di quella sul decimo o trentesimo piano? Una generazione che sa far solo soffitte si lamenta che i predecessori non abbiano già costruito palazzi di dieci o trenta piani. Dite di esser capaci di costruire cattedrali ma non siete capaci che di costruire soffitte.”

Antonio Gramsci, Passato e presente

Codificare la ribellione – Il secondo sesso, Simone de Beauvoir

Testo di: Lucia Senesi

 

Scrive Luce Irigaray: “Qual è la donna che non ha letto Il secondo sesso? Che non ne è stata illuminata? Che, dopo la lettura, non è magari diventata femminista?”

Ora, può darsi che io sia l’unica donna al mondo che dopo la lettura del Secondo sesso non sia stata particolarmente illuminata e che non sia, meno che mai, stata travolta da un irresistibile impulso di diventare femminista, ma giuro che ho ottime motivazioni.

Eccoci qua. Simone de Beauvoir, nella sua Introduzione, scrive che considerare uomo e donna come esseri umani è puro nominalismo (che è una dottrina miope, aggiunge) e che, inoltre, questa sarebbe un’affermazione astratta poiché ogni essere umano concreto ha sempre la sua particolare situazione. Benissimo. E continua: “A un uomo non verrebbe mai in mente di scrivere un libro sulla singolare posizione che i maschi hanno nell’umanità.” Questo è addirittura naturale: sono gli esseri che si sentono oppressi ad avere esigenza di definirsi, non tutti gli altri. Non per niente l’artista è colui che ha bisogno di esprimere la propria interiorità per liberarsi dalla condizione di oppressione che esercita su di lui il mondo e, prima ancora, se stesso; quando quell’artista è un genio, tuttavia, anche lui si rende conto che l’unico modo a sua disposizione per salvarsi, per non conformarsi, è proprio quello di sfuggire alle definizioni (si pensi a Calvino). Secondo Proust l’originalità di alcuni artisti sarebbe una prova dell’esistenza irriducibilmente individuale dell’anima. E aggiunge: “Il solo autentico viaggio, il solo bagno di Giovinezza, non sarebbe nell’andare verso nuovi paesaggi, ma nell’avere altri occhi, nel vedere l’universo con gli occhi di un altro, di cento altri, nel vedere i cento universi che ciascuno di loro vede, che ciascuno di loro è.”

 

Simone de Beauvoir

 

Ma per venire alla domanda della de Beauvoir: “Perché le donne non contestano la sovranità maschile?” Ma perché, io parlo per me naturalmente, per contestare qualcosa, questo qualcosa va innanzi tutto riconosciuto: e nel caso specifico, io non riconosco alcuna sovranità maschile. L’unica sovranità che riconosco, in qualunque società dacché mondo è mondo, è quella della prepotenza e dell’arroganza, insomma della famosa legge che dice vince chi è il più forte. Specialmente da quando la donna è riuscita a emanciparsi, la linea di confine che stabilisce chi è forte e chi è debole ha cominciato ad assottigliarsi (anche se, volendo essere attenti, lo era anche prima) e allora capita che gli arroganti e i prepotenti non sempre abbiano barbe lunghe ma che spesso, molto più spesso di quanto a noi donne piacerebbe ammettere, scuotano in aria lunghi ricci biondi, e mostrino occhi e labbra dipinte, e gridino slogan autoritari al femminile, giustificati, a loro avviso, da secoli e secoli di oppressione (vissuti da altre), e quindi, che volete, se questa volta faranno loro un po’ i prepotenti, sarà giusto per ristabilire un equilibrio nel cosmo, motivazione per cui, evidentemente, nessuno dovrebbe prendersela. Siamo ancora al teatro tragico greco (!): le colpe dei padri ricadono sui figli.

Fra le altre cose non si capisce come mai io debba essere tenuta a solidarizzare maggiormente con qualcuno perché ha i miei stessi tratti fisici, o il mio colore di pelle, o la mia età. Io voglio scegliere consapevolmente le persone con cui accompagnarmi nella vita, siano esse donne, uomini, vecchi, giovani o bambini; che abbiano il mio colore di pelle o un altro, che i loro occhi siano allungati oppure no. L’umanitarismo tout-court è un’altra forma di fanatismo, lo insegna Sartre. E se è vero, come scrive ancora Simone de Beauvoir, che nessuno è di fronte alle donne più arrogante, aggressivo e sdegnoso dell’uomo malsicuro della propria virilità, non vedo perché non dovremmo dire che, senza ombra di dubbio, è altrettanto vero anche il suo opposto: nessuno è di fronte all’uomo più arrogante, aggressivo e sdegnoso della donna malsicura della propria femminilità.

Oltretutto per entrare meglio nel merito occorrerà introdurre un altro concetto, quello di carattere. Il carattere incide sull’individuo molto più del genere, e anzi è quello e solo quello in grado di garantire a ogni essere umano concreto la sua particolare situazione, per dirla come la de Beauvoir. Inoltre questo ci consente di spiegare perfettamente perché talvolta ci sia più somiglianza fra esseri umani di sesso diverso piuttosto che fra quelli dello stesso sesso. Seguendo le consuetudini dell’autrice e prendendo a prestito i personaggi letterari: non vi siete mai accorti di quanto Anna Karenina somigli allo Svedese? Sentite Tolstoj:

“E Lèvin scoprì ancora un nuovo tratto di quella donna, che già gli era piaciuta in modo straordinario. In lei, oltre alla grazia, all’intelligenza, alla bellezza, c’era la sincerità. (…) Lèvin non smetteva mai di ammirare la sua bellezza, la sua intelligenza, la sua cultura, e allo stesso tempo la sua semplicità e cordialità.”

E ora Philip Roth:

“(…)eppure l’incanto non si è mai dissipato del tutto, perché fino a oggi non ho dimenticato lo Svedese che, placcato dagli inseguitori, si alza lentamente, scrollandoseli di dosso, alzando lo sguardo ribelle al cielo autunnale (…) il dio (con tutti i suoi sedici anni) mi aveva accolto nell’olimpo degli atleti. L’adorato aveva riconosciuto l’adoratore. Dov’era in lui l’irrazionalità? Dov’era, in lui, il piagnucolone? Dov’erano le imprevedibili tentazioni? Nessuna astuzia. Nessun artificio. Nessuna malizia. Aveva eliminato tutto questo per raggiungere la perfezione.”

E Albertine a Reinhold? (Qui per l’esempio.) E Anny nella Nausea a Patrick Modiano in Dora Bruder? (qui.) Per mostrare definitivamente cosa intendo per carattere, mi appellerò a una rappresentazione di Dostoevskij:

“Cosa ti arrabbi?” replicò Varja. “Non capisci niente, sei proprio uno scolaretto. Credi che tutto questo abbia potuto danneggiarti agli occhi di Aglaja? Allora non conosci il suo carattere! Quella è capace di rifiutare il migliore dei partiti, e poi correre, di tutta fretta, a morir di fame in una soffitta con uno studente qualsiasi: ecco il suo sogno! Il principe l’ha accalappiata proprio perché, in primo luogo, non l’ha minimamente rincorsa e, in secondo luogo, perché, agli occhi di tutti, è un idiota. Le basta il fatto di seminare scompiglio in famiglia a causa sua: ecco cosa le aggrada! Eh, mio caro, non capite proprio niente voi!”

E comunque questo carattere come funziona? Lo possediamo dalla nascita? Ci è stato dato una volta per sempre o cambia nel corso della nostra vita? Ancora Proust:

“Ne dedussi quanto sia difficile presentare l’immagine fissa di un carattere così come delle società e delle passioni. Perché sia l’uno che le altre mutano in continuazione e, se si cerca di fissare ciò che un carattere ha di relativamente immutabile, lo vediamo presentare successivamente, all’obiettivo sconcertato, aspetti differenti (il che implica che non resta immobile ma si muove).”

Naturalmente la de Beauvoir, che è intelligente, ha una valida ragione per essere ossessionata dal genere: vivere in una società che quel genere lo ha, bene o male, sempre assoggettato, e quindi sentirsene succube. Esistono vari motivi per considerarsi oppressi, uno inconfondibile è legato alla sofferenza con cui si subiscono determinati meccanismi; a volte la sofferenza diventa addirittura, in modo patologico, un piacere (per questo tante donne non riescono a lasciare certi uomini, e viceversa!) e crea un rapporto di dipendenza (anche puramente psicologica) dal proprio carnefice.

A questo punto occorrerà fare un’altra distinzione essenziale: quella fra natura e società. E se da un lato è vero ciò che dice lei, e cioè che nella collettività umana niente è naturale, dall’altro non lo è, perché dire così significa non sforzarsi di prendere in considerazione il dato banale che l’Uomo, sia esso uomo o donna, è dotato di sfere di cognizione, quelle sentimentali, che nessuna consuetudine sociale può realmente intaccare. Ma siccome non voglio né annoiarvi, né risultare superficiale, scriverò un testo a parte sull’amore, cercando di mettere in relazione il pensiero di Simone de Beauvoir a quello di Proust.

Ma per tornare a noi: Il secondo sesso si compone di due libri, il primo dove l’autrice cerca di ricostruire un percorso storico e mitologico, e il secondo in cui si occupa di prendere in considerazione la formazione e il modo di agire femminile, per arrivare alle conclusioni dove proverà a immaginare l’esistenza di una donna libera (che, a suo avviso, non esisteva ancora).

La parte della storia antica è piacevolissima, ma ecco cosa mi ha lasciato senza parole: per Simone de Beauvoir la storia contemporanea coincide soltanto con la storia dell’occidente, fatta una piccolissima parentesi per l’URSS (dove parla del movimento femminista). Nessuna parola sulla Cina, e di cose da dire ce ne sarebbero state! Certo, le (squallide) politiche di controllo demografico del partito comunista sarebbero arrivate dieci anni dopo; ma possibile che non ci fosse proprio nulla da dire su queste donne cinesi? E su quelle asiatiche? E le mediorientali? Eccezion fatta, ancora, per la storia antica, per esempio quando parla di piccole tribù indiane o degli Egizi, possibile che non si sia chiesta se nel mondo, nel mondo in cui viveva dico, il matriarcato esistesse ancora? Perché esisteva. Lo documentò dodici anni dopo Oriana Fallaci nel Sesso inutile; prese un aereo per la Malesia e si avventurò nella giungla alle porte di Kuala Lumpur per cercare le matriarche, le donne che non concedono agli uomini l’importanza di un chicco di riso. “Dov’è tuo marito?”, domanda la Fallaci. “Da sua madre. Ma sì. L’ho rimandato da lei. Non aveva voglia di lavorare. Così l’ho cacciato. E’ ora che anche gli uomini imparino a cavarsela un po’ da sé. I tempi sono cambiati, non ti pare?” La Fallaci è senza parole, chiede dove sono i mariti delle altre. Le rispondono: “Con le loro mamme. O a lavorare in città. Vengono una volta al mese, o alla settimana. Cioè quando abbiamo voglia di stare con loro. Che bisogno c’è di averli tra i piedi?” Et voilà, la femme!

La parte sui miti l’ho apprezzata di più. E’ ora di disfarci dei miti, dice la de Beauvoir, di tutti beninteso. Le donne è bene che dimentichino il principe azzurro (come lo Svedese, per intenderci), e gli uomini l’Eterno Femminino (alla Anna Karenina). Infatti scrive: “Tra tutti questi miti, nessuno è più profondamente ancorato nei cuori maschili di quello del “mistero” femminile. Esso presenta molti vantaggi. Un cuore innamorato si evita così molte delusioni: se la sua amata fa i capricci e dice stupidaggini, il mistero la giustifica.” Fra le altre cose non riesco a immaginare nulla di più penoso di un uomo che, per paura di sembrare maschilista, sta dalla parte delle donne a prescindere, qualunque sciocchezza queste dicano o facciano; senza rendersi conto che il vero atteggiamento discriminatorio è proprio quello.

In questo Simone de Beauvoir si dimostra molto onesta, e non si approfitta della sua posizione: maschile non è sinonimo di violenza, prepotenza, cinismo; e femminile invece di bontà, grazia e virtù. Anche la donna è prudente, ipocrita, attrice. E, visto che ci siamo, eliminiamo anche il mito della donna-madre: “la madre impone alla fanciulla il suo destino personale, che poi è un modo di rivendicare con orgoglio la propria femminilità, e nello stesso tempo, di vendicarsene. Così, le donne, quando una bambina viene loro affidata, vogliono, con uno zelo in cui l’arroganza si mescola al rancore, trasformarla in una donna simile a loro.”

Ma allora maschile e femminile che roba sono? “Quando adopero le parole “donna” o “femminile” evidentemente non mi rifaccio a nessun archetipo, a nessuna inalterabile essenza; nella maggior parte delle mie osservazioni bisogna sottintendere “nello stato presente dell’educazione e dei costumi”.” Da qui viene la famosa frase: “Donna non si nasce, lo si diventa.” Che, ringraziando il cielo, non vuol dire quella cosa agghiacciante che sembra voler dire fuori dal suo contesto, e cioè che si diventa donna una volta che ci si emancipa eccetera eccetera. Lo dico perché a me l’hanno sempre spiegata così e io l’ho sempre trovata di un razzismo specioso. Che cosa vuol dire dunque? “Nessun destino biologico, psichico, economico definisce l’aspetto che riveste in seno alla società la femmina dell’uomo.” Cioè la donna inizia a differenziarsi dall’uomo dal momento che la società la tratta in modo diverso. “E’ falso pretendere che in ciò vi sia un dato biologico; in realtà è un destino che le impongono gli educatori e la società.” Per Simone de Beauvoir non esiste nessun dato biologico che differenzi la donna dall’uomo, neanche l’istinto materno; l’unico elemento di differenzazione indovinate qual è? Il sesso. Qui mi fermo perché ci addentriamo nel campo della psicanalisi (che è una scienza in cui credo poco, oltretutto) e io riconosco i miei limiti.

Dirò solo un altro paio di cose riguardo la formazione, su cui devo nuovamente prendere le distanze. Secondo Simone de Beauvoir i bambini crescono emulando gli adulti; l’essere umano si sviluppa per imitazione, scriveva Adorno. Ma ecco qua: secondo la de Beauvoir i bambini crescono emulando il padre, e solo successivamente le femmine vengono affidate alle cure delle donne, proprio là dove, secondo l’autrice, nascerebbero tutti i loro problemi. “Bambina, recitava la parte della ballerina o della santa; ora (da adolescente, N.d.R.) recita se stessa: che cos’è la verità?” E ancora: “Un uomo non ha bisogno di essere bello le hanno detto e ridetto; non deve cercare in lui le doti inerti di un oggetto, ma la potenza e la forza virile.” Va bene. Quindi la bambina è vittima di questo, e il bambino non è forse vittima a sua volta? Al bambino non hanno forse detto: non piangere! Un uomo non piange come le donnicciole! E ancora, non hanno forse detto a questo bambino: trovati una bellissima donna che parli il meno possibile, sforni figli e se ne resti buona a casa a pulire! Non è forse per quello che poi si ritrovano a essere infelici, nella vita adulta, dentro a relazioni che si fondano sull’apparenza? Giro di nuovo la domanda di Simone de Beauvoir, a chi per lei: che cos’è la verità?

Per arrivare a una conclusione: l’autrice dice che qui non si tratta di enunciare verità eterne. Però, purtroppo, il tono è proprio quello di chi si esprime per verità eterne. Sentite: “La storia delle donne è fatta dagli uomini. Come in America non c’è un problema negro, c’è un problema bianco, come l’antisemitismo non è un problema ebraico, è il nostro problema, così il problema femminile è sempre stato un problema dell’uomo.” Io non la vedo affatto così, per esempio. Il problema femminile, mi riferisco al problema reale di discriminazione e non ai capricci delle signore annoiate, esattamente come quello negro o ebraico (e affini), è un problema che riguarda le società, che avrebbero addirittura la pretesa di farsi chiamare sviluppate. D’altra parte, lo dice lei stessa che è naturale che gli uomini si ritraggano di fronte all’aggressività di una donna, e chiude il libro invocando la fraternità fra i due sessi. Solo che i presupposti non mi sembrano i migliori. Per esempio non mi sembra una grande idea scrivere delle donne: “Solo quelle che hanno una fede politica, che militano nei sindacati, che confidano nell’avvenire, possono dare un senso etico alle ingrate fatiche quotidiane”, agghiacciante!, e di chiamare tutte le altre le sue piccole sorelle schiave. Ma chi l’ha deciso? Ancora: che cos’è la verità?

Allora l’unico modo che ha la donna per essere libera è raggiungere l’oblio da se stessa; per dirla come Sartre: come tutti, del resto. Ecco cosa scriveva Natalia Ginzburg:

“Le donne sono una stirpe disgraziata e infelice con tanti secoli di schiavitù sulle spalle e quello che devono fare è difendersi con le unghie e coi denti dalla loro malsana abitudine  di cascare nel pozzo ogni tanto, perché un essere libero non casca quasi mai nel pozzo e non pensa così sempre a se stesso ma si occupa di tutte le cose importanti e serie che ci sono al mondo e si occupa di se stesso soltanto per sforzarsi di essere ogni giorno più libero. Così devo imparare a fare anch’io per la prima, perché se no certo non potrò combinare niente di serio e il mondo non andrà mai avanti bene finché sarà così popolato d’una schiera di esseri non liberi.”

Ma la donna libera immaginata da Simone de Beauvoir ha doti ai limiti dell’eroico; non ci aveva appena esortato a disfarci di eroi ed eroine? Insomma, questa fantomatica donna libera che non crede in niente, che non si lascia scalfire da niente, così priva di debolezze, di dubbi, così al di sopra di ogni sentimento, ricorda un po’ il superuomo di Nietzsche, e finisce come quello per sembrare patetica. Uomini e donne saranno sempre uomini e donne, armati di pregi, debolezze e difetti, né angeli né bestie, diceva Pascal, ma solo uomini e donne.

Dal momento in cui ci si sottrae a un codice stabilito si diventa ribelli, conclude Simone de Beauvoir. D’accordo. Ma nel momento in cui tu scrivi il codice dei ribelli e loro, religiosamente, acriticamente, si apprestano a seguirlo, cos’altro diventano se non dei nuovi conformisti? Di nuovo Adorno: la libertà non sta nello scegliere fra nero e bianco, ma nel sottrarsi a questa scelta prescritta.

Ho mostrato le donne per come sono, non per come dovrebbero essere – Simone de Beauvoir

Testo di: Lucia Senesi

 

Simone de Beauvoir, si sa, non è uno dei miei pensatori di riferimento. Intendiamoci, non è che mi trovi contraria con quel che dice, anzi. A tratti la trovo addirittura magnetica, le riconosco un certo fascino insomma, quello, per intenderci, di tutte le creature sofferenti. E poi il suo volto ha qualche cosa che mi incanta, resterei a guardarla per ore. Credo che siano i suoi occhi. Tutta quella sofferenza che provano a nascondere, che riesci a vedere solo in foto rubate, come questa. Perché invece quando sa d’essere fotografata, ecco allora cambia. Ecco che questi begli occhi malinconici si fanno sicuri, ridenti, quasi sfacciati. E’ una forma di pudore, a suo modo, un tentativo disperato di difendersi dal mondo, di mascherare la vera Simone e tenerla lontana da tutto quello da cui si sente minacciata. Naturalmente sto parlando così perché ho davanti questa foto. Se ne avessi presa un’altra, dove si vede la maschera di Simone, probabilmente scriverei tutt’altro. Ma il fatto è che ho di fronte questa. Mioddio, sembra una bambina. Dovrò smettere di guardarla o non riuscirò più a dire quel che devo dire.

 

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In realtà sto scrivendo una cosa di più ampio respiro sul Secondo sesso, abbiate un po’ di pazienza. Ma intanto vorrei farvi considerare questa intervista pubblicata dal The Paris Rewiew. Tre considerazioni:

a) Che i lavori che non sono basati sulla realtà non la interessano, dunque che non ama Victor Hugo (!!!).

b) alla domanda: “come mai nei suoi romanzi non si trova mai un personaggio femminile indipendente e realmente libero che incarni in qualche maniera le teorie del Secondo sesso?” lei risponde “Ho mostrato le donne per come sono, come esseri umani divisi, e non per come dovrebbero essere.” (!)

c) sostiene di essere una donna completamente realizzata, nonostante non abbia avuto figli eccetera eccetera. E qui mi fermo. Al di là del discorso dei figli, voglio dire, ma qual è la persona dotata di intelligenza che può davvero dichiarare: I’m perfectly satisfied with what my life has been, that I’ve kept all my promises and that consequently if I had my life to live over again I wouldn’t live it any differently. I’ve never regretted not having children insofar as what I wanted to do was to write.?

Siccome ne conosco un’altra fatta a questa maniera, vorrei narrarvi cosa dice, in una certa intervista ripresa nel suo appartamento di New York, Oriana Fallaci: “Io non avrei mai potuto fare la moglie di mestiere!” e il suo intervistatore le domanda “cosa sarebbe una moglie di mestiere?” Oriana, con la faccia tutta sicura, fra grandi risate, mentre respira a pieni polmoni il fumo della sua sigaretta dice: “Adesso le spiego: una moglie di mestiere è una donna la cui vita è dedicata all’essere madre due volte: per suo marito e per i suoi figli. Deve far loro da mangiare, li deve pulire, deve consolarli quando piangono… compreso il marito!” e, continua l’intervistatore, “lei ha detto che l’amore è un enorme inganno creato, com’è che ha detto, per tenere buone le persone e distrarle.” “Questo amore”, spiega Oriana, “è il chewingum dell’umanità. Quando una persona è infelice per qualche motivo, perché le manca qualcosa, anche le scarpe o il cibo, mettiamo questo chewingum nella sua bocca e diciamo: sì, ma c’è l’amore! Ho tanta fame, ma lui mi ama così tanto! Non ho le scarpe, non sono libera, però ci amiamo l’un l’altro! Vorrei proprio capire cos’è questo amore, ho paura che sia un lavaggio del cervello che c’è stato fatto!” “Un attimo”, dice lui, “sta parlando dell’amore come i comunisti parlavano della religione! L’amore è l’oppio dei popoli, la religione è l’oppio dei popoli.” Tutta contenta Oriana dice: “lei è un uomo molto perspicace! Domani questa frase la scrivo, sono proprio contenta che me l’abbia detta!”

Imperrocché, direbbe Schopenhauer, torniamo a Natalia Ginzburg:

“E invece avevo tralasciato di dire una cosa molto importante: che le donne hanno la cattiva abitudine di cascare ogni tanto in un pozzo, di lasciarsi prendere da una tremenda malinconia e affogarci dentro, e annaspare per tornare a galla: questo è il vero guaio delle donne.

Le donne spesso si vergognano d’avere questo guaio, e fingono di non avere guai e di essere energiche e libere, e camminano a passi fermi per le strade con grandi cappelli e bei vestiti e bocche dipinte e un’aria volitiva e sprezzante; ma a me non è mai successo d’incontrare una donna senza scoprire dopo un poco in lei qualcosa di dolente e di pietoso che non c’è negli uomini, un continuo pericolo di cascare in un gran pozzo oscuro, qualcosa che proviene proprio dal temperamento femminile e forse da una secolare tradizione di soggezione e di schiavitù e che non sarà tanto facile vincere; m’è successo di scoprire proprio nelle donne più energiche e sprezzanti qualcosa che m’induceva a commiserarle e che capivo molto bene perché ho anch’io la stessa sofferenza da tanti anni e soltanto da poco tempo ho capito che proviene dal fatto che sono una donna e che mi sarà difficile liberarmene mai.”

La tipicità umana – Proust e Döblin

Scritto da: Lucia Senesi

 

Uomini e donne sono più simili di quanto ci piacerebbe credere.

 

“Ma anche tenendo conto della menzogna, era incredibile a che punto la sua vita (di Albertine, N.d.R.) fosse mutevole e fuggevoli i suoi più grandi desideri. Era pazza di una persona e dopo tre giorni non avrebbe più voluto riceverla. Non poteva aspettare un’ora che le facessi acquistare tele e colori perché voleva rimettersi a dipingere, e per due giorni si spazientiva, aveva quasi le lacrime agli occhi, ben presto asciugate, come un bambino cui sia stata tolta la balia. E questa sua instabilità dei sentimenti, riguardo agli esseri, alle cose, alle occupazioni, alle arti, ai paesi era talmente universale che se Albertine ha amato il denaro, cosa che non credo, non l’ha potuto amare più a lungo di tutto il resto.”

Marcel Proust, La prigioniera

 

“Tu lo sai come stanno le cose, che mi stufo subito delle donne. Ecco qua: passate quattro settimane è finita. Il perché non lo so. Non ne voglio più sapere. E prima sono come matto, dovresti vedermi, matto addirittura, da mettermi dentro, tanto sono matto. E poi più niente, deve andarsene, non la posso più vedere, la riempirei di soldi pur di non vederla più.”

Alfred Döblin, Berlin Alexanderplatz

Il discorso di Ratzinger del 2006

Scritto da: Lucia Senesi

 

Vale la pena di (ri)leggerlo.

“Nel mondo occidentale domina largamente l’opinione, che soltanto la ragione positivista e le forme di filosofia da essa derivanti siano universali. Ma le culture profondamente religiose del mondo vedono proprio in questa esclusione del divino dall’universalità della ragione un attacco alle loro convinzioni più intime. Una ragione, che di fronte al divino è sorda e respinge la religione nell’ambito delle sottoculture, è incapace di inserirsi nel dialogo delle culture. E tuttavia, la moderna ragione propria delle scienze naturali, con l’intrinseco suo elemento platonico, porta in sé, come ho cercato di dimostrare, un interrogativo che la trascende insieme con le sue possibilità metodiche. Essa stessa deve semplicemente accettare la struttura razionale della materia e la corrispondenza tra il nostro spirito e le strutture razionali operanti nella natura come un dato di fatto, sul quale si basa il suo percorso metodico. Ma la domanda sul perché di questo dato di fatto esiste e deve essere affidata dalle scienze naturali ad altri livelli e modi del pensare – alla filosofia e alla teologia. Per la filosofia e, in modo diverso, per la teologia, l’ascoltare le grandi esperienze e convinzioni delle tradizioni religiose dell’umanità, specialmente quella della fede cristiana, costituisce una fonte di conoscenza; rifiutarsi ad essa significherebbe una riduzione inaccettabile del nostro ascoltare e rispondere.

Qui mi viene in mente una parola di Socrate a Fedone. Nei colloqui precedenti si erano toccate molte opinioni filosofiche sbagliate, e allora Socrate dice: “Sarebbe ben comprensibile se uno, a motivo dell’irritazione per tante cose sbagliate, per il resto della sua vita prendesse in odio ogni discorso sull’essere e lo denigrasse. Ma in questo modo perderebbe la verità dell’essere e subirebbe un grande danno”. L’occidente, da molto tempo, è minacciato da questa avversione contro gli interrogativi fondamentali della sua ragione, e così potrebbe subire solo un grande danno. Il coraggio di aprirsi all’ampiezza della ragione, non il rifiuto della sua grandezza – è questo il programma con cui una teologia impegnata nella riflessione sulla fede biblica, entra nella disputa del tempo presente.”

DISCORSO DEL SANTO PADRE, Aula Magna dell’Università di Regensburg, Martedì, 12 settembre 2006

Il lato comico del Potere – Proust e Fallaci

Scritto da: Lucia Senesi

 

“Subito M. de Charlus, raddrizzandosi di colpo, come fosse entrato in un altro corpo, diverso da quello che avevo visto poco prima arrivare da Madame Verdurin trascinandosi pesantemente, assunse un’espressione da profeta e fissò l’assemblea con una serietà che significava che non era il momento di ridere, tanto che il viso di più di un’invitata fu visto arrossire bruscamente, come quello di una scolara colta in fallo dal suo professore nel mezzo della classe. Per me, l’atteggiamento di M. de Charlus, per altro così nobile, aveva qualcosa di comico; infatti, a momenti fulminava i suoi invitati con sguardi fiammeggianti, a momenti, per indicare loro, come in un vademecum, il religioso silenzio che conveniva osservare e il distacco da ogni preoccupazione mondana, offriva egli stesso, sollevando verso la sua bella fronte le mani guantate di bianco, un modello (al quale ci si doveva adeguare) di gravità, già quasi di estasi, senza rispondere ai saluti dei ritardatari, abbastanza imprudenti da non capire che era il momento della grande Arte. Tutti ne rimasero ipnotizzati, nessuno osò proferire verbo, spostare una sedia; il rispetto per la musica – in virtù del prestigio di Palamède (M. de Charlus, N.d.R.) – era stato repentinamente inculcato a una folla tanto maleducata quanto elegante.”

Marcel Proust, La prigioniera

 

V’è una lacuna nei saggi sul potere: quella che non tiene conto della sua comicità. Esaminando gli orrori che il potere commette, le sofferenze che impone, le sudicerie di cui si macchia, gli storici e i politologi scordano sempre di sottolineare gli aspetti ridicoli dell’inevitabile mostro. Insomma il potere è sempre visto da loro come una cosa seria e mai come una cosa ridicola, è sempre raccontato da loro in termini di tragedia e mai di commedia. Intendiamoci, da una parte questo è legittimo perché sui principali ingredienti del potere, il dolore e la morte, c’è ben poco da ridere. Dall’altra invece è uno sbaglio perché a presentarne solo la tragedia si dà del mostro un’immagine distorta e incompleta, si impedisce di capire che oltre ad essere perfido è buffo. E che lo sia si vede anzitutto dagli uomini o dalle donne che lo rappresentano, anche quando si tratta di persone dignitose e corrette: evenienza comunque rarissima. Buffo il sussiego che esibiscono per farci credere che sono eccellenti e quindi meritevoli di guidarci o tiranneggiarci. Buffa la falsa modestia che recitano per giustificare il privilegio conquistato o ereditato. Buffo il rispetto che esigono dai sudditi che magari definiscono compagni. Buffo quindi il modo in cui siedono tutti contegnosi sullo scanno presidenziale o sul trono, in cui si muovono o parlano sapendosi osservati e credendosi davvero importanti. Buffa la loro inadeguatezza o la loro disinvoltura, buffe le loro uniformi stirate, le loro tonache preziose, i loro doppiopetti grigi e blu, le loro onorificenze inventate, le loro medaglie mai guadagnate. Tutto ciò a tal punto che viene spontaneo domandarci il motivo per cui dinanzi a costoro la gente si inchina o si ritrae intimidita anziché ridergli in faccia.

Un motivo che ha nome paura? La risposta non basta se rammenti che essi stessi hanno paura, e nella maggior parte dei casi hanno più paura di coloro ai quali incutono o vogliono incuter paura. Paura di perdere il posto, paura d’essere smascherati, sopraffatti, ammazzati, paura di trovarsi senza la paura di coloro a cui incutono o vogliono incuter paura. Un motivo che ha nome cecità o meglio bisogno di piegarsi a un capo che comandi? La risposta non regge se rammenti che il potere subìto non piace a nessuno e che spesso essi sono più detestati che amati. Un motivo che ha nome pigrizia o meglio rassegnazione al fatto che non si può fare a meno di loro, che qualcuno deve pur stare in cima alla piramide detta società? Forse. Ma per vincere quella paura, quel bisogno di piegarsi a un capo, quella pigrizia, quella rassegnazione, basterebbe guardarli con gli occhi del bambino che nella fiaba di Andersen punta l’indice e strilla: «Il re è nudo!». Basterebbe cioè considerarli nelle loro miserie di padroni che possono sì punire e rovinare e trucidare però possono anche finir puniti, rovinati, trucidati, e in ogni caso sono vulnerabili creature che vivono nell’incubo della propria pochezza. Per quel che mi riguarda, io li ho sempre osservati così, a volte immaginandoli addirittura senza mutande o in circostanze molto imbarazzanti. Pensa com’era ridicolo Hitler coi suoi baffetti a spazzolino, il suo ciuffetto vezzoso, il suo berciare isterico quando si arrabbiava o arringava le folle in Alexanderplatz. Pensa com’era ridicolo Mussolini col suo faccione borioso, il suo petto all’infuori, le sue mani sui fianchi e il suo scandire sciocchezze. Pensa com’era ridicolo Napoleone con quel broncio di superuomo che detta cinque lettere nello stesso tempo, quel dito sempre infilato dentro il panciotto, quelle gambette corte e quella pretesa di far l’imperatore al grido di Liberté, Égalité, Fraternité. E, tanto per fare un esempio d’oggi, pensa quant’è ridicolo Fidel Castro con la sua barbetta rada e la sua vocetta acuta, le sue ambizioni da Simon Bolivar, il suo eterno vestirsi da guerriero appena sceso dalla Sierra Maestra. (…)

Tuttavia esiste qualcosa che è ancor più ridicolo di un dittatore che bercia. E questo qualcosa è la forza dell’imbecillità, cioè delle norme cretine, dei regolamenti insensati, dei precetti assurdi su cui il potere si regge meglio che con le armi. È il rigore umoristico col quale i servi del potere applicano le norme cretine, i regolamenti insensati, i precetti assurdi causando situazioni a tal punto grottesche per chi le subisce da fargli rimpiangere il plotone di esecuzione. Se gli oceani di lacrime che il mostro ha fatto versare nella storia dell’uomo potessero venir misurati con le situazioni grottesche che la sua imbecillità ha provocato, nessuno avrebbe più dubbi sulla comicità del potere e sulla necessità di spiegarlo in termini di commedia anziché di tragedia. Specialmente in Iran. Prendi il chador. A colpo d’occhio sembra innocuo: un pezzo di stoffa che al massimo turba perché simboleggia un servaggio. Ma prova a cacciarti in un guaio che coinvolga il chador, prova a entrare nella cittadella del potere che ha partorito il chador, le leggi che stabiliscono i confini della donna, i rapporti tra i due sessi. E vedrai che ti capita. Può capitarti perfino di trovarti sposata col tipo che per caso si trova in quel momento con te. Davvero non immagini quel che può succedere per via d’un chador. A me successe tutto per via del chador che dovevo indossare dinanzi al diabolico vecchio (Khomeini, N.d.R.).”

Oriana Fallaci, Intervista con il potere

Il Potere ha deciso che noi siamo tutti uguali – Pasolini

Scritto da: Lucia Senesi

 

“Come può il nuovo Potere trasformare il “vecchio” uomo in consumatore? Mediante quel processo che si chiama acculturazione: cioè riducendo e appiattendo tutti gli altri valori e le altre culture non omogenee ai modelli di una Cultura centrale, cioè di una Cultura del Potere… L’obiettivo di questa cultura è di trasformare gli uomini in consumatori e conformisti.
Riflettiamo. I rivoluzionari e i contestatori del ‘68 volevano essere buoni cittadini? No. Volevano essere dei buoni soldati? No. Volevano essere delle persone oneste e previdenti? No. Volevano essere dei tradizionalisti? No. Dei buoni religiosi? No.
Il Sessantotto ha praticamente aiutato il nuovo Potere a distruggere quei valori di cui il Potere voleva liberarsi. Se posso usare una parabola, direi che questo famoso Potere, questa “mente” borghese che dirige il destino della borghesia, ha in un certo senso programmato la rivoluzione del Sessantotto.”

Pier Paolo Pasolini, dalla trasmissione televisiva Controcampo, 20 ottobre 1973

 

“La responsabilità della televisione, in tutto questo, è enorme. Non certo in quanto “mezzo tecnico”, ma in quanto strumento del Potere e potere essa stessa. Essa non è un luogo attraverso cui passano i messaggi, ma è un centro elaboratore di messaggi. È il luogo dove si fa concreta una mentalità che altrimenti non si saprebbe dove collocare. È attraverso lo spirito della televisione che si manifesta in concreto lo spirito del nuovo Potere. Non c’è dubbio (lo si vede dai risultati) che la televisione sia autoritaria e repressiva come mai nessun mezzo di informazione al mondo.
ll bombardamento ideologico televisivo non è esplicito: esso è tutto nelle cose, tutto indietro. Mai “un modello di vita” ha potuto essere propagandato con tanta efficacia che attraverso la televisione. Il tipo di uomo o di donna che conta, che è moderno, che è da imitare e da realizzare, non è descritto o decantato: è rappresentato! Il linguaggio della televisione è per sua natura il linguaggio fisico-mimico, il linguaggio del comportamento. Che viene dunque mimato di sana pianta, senza mediazioni, nel linguaggio fisico-mimico e nel linguaggio del comportamento nella realtà. Gli eroi della propaganda televisiva proliferano in milioni di eroi analoghi nella realtà. (…)

Se al livello della volontà e della consapevolezza la televisione in tutti questi anni è stata al servizio della democrazia cristiana e del Vaticano, al livello involontario e inconsapevole essa è stata invece a servizio di un nuovo Potere, che non coincide più ideologicamente con la democrazia cristiana e non sa più che farsene del Vaticano. (…)

Il cattolicesimo era formalmente l’unico fenomeno culturale che “omologava” gli italiani. Ora esso è diventato concorrente di quel nuovo fenomeno culturale “omologatore” che è l’edonismo di massa: e, come concorrente, il nuovo Potere già da qualche anno ha cominciato a liquidarlo. Non c’è niente di religioso nel modello del Giovane Uomo e della Giovane Donna proposti dalla televisione. Essi sono due Persone che avvalorano la vita solo attraverso i suoi Beni di consumo (e, s’intende, vanno ancora a messa la domenica). Gli italiani hanno accettato con entusiasmo questo modello che la televisione impone loro secondo le norme della Produzione creatrice di benessere.

Oggi nelle città dell’Occidente – ma io voglio parlare soprattutto dell’Italia – camminando per le strade si è colpiti dall’uniformità della folla: non si nota più alcuna differenza sostanziale, tra i passanti (soprattutto giovani) nel modo di vestire, nel modo di camminare, nel modo di esser seri, nel modo di sorridere, nel modo di gestire, insomma nel modo di comportarsi. Il sistema del linguaggio fisico-mimico non ha più varianti, esso è perfettamente identico in tutti… Un fenomeno negativo da gettare in uno stato d’animo che rasenta il definitivo disgusto e la disperazione. La proposizione prima di tale linguaggio fisico-mimico è infatti la seguente: “Il Potere ha deciso che noi siamo tutti uguali.”

Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari

Nomi e cose: libertà

Testo di: Lucia Senesi

 

Senza tanti intellettualismi: nel momento in cui dici ad un altro cosa può fare e cosa non può fare (e cosa dovrebbe fare e cosa non dovrebbe fare per essere una bella persona secondo i tuoi canoni, secondo il tuo Giusto, il tuo Bene), stai già limitando la sua libertà. Ragion per cui non sei assolutamente nella posizione per poter sproloquiare di mondi liberi e altre simili amenità. E’ un principio elementare, non c’è bisogno d’aver letto Kant per capirlo.

Il dubbio, cap. II – Pietro Nenni

Post di: Lucia Senesi

 

Pietro Nenni, da Intervista con la storia, Oriana Fallaci

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Sul fanatismo – Voltaire e Fallaci

Post di: Lucia Senesi

 

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” Ogni persona libera, ogni giornalista libero, deve essere pronto a riconoscere la verità ovunque essa sia. E se non lo fa è, (nell’ordine): un imbecille, un disonesto, un fanatico. Il fanatismo è il primo nemico della libertà di pensiero. E a questo credo io mi piegherò sempre, per questo credo io pagherò sempre: ignorando orgogliosamente chi non capisce o chi per i suoi interessi e le sue ideologie finge di non capire. “

Oriana Fallaci, Lettera agli studenti, 8 maggio 1975

Il materialismo nella dialettica uomo-donna

Scritto da: Lucia Senesi

 

” Nel mondo dell’insensatezza e della licenziosità, che promuove ogni sorta di sperimentazioni che restano sterili dal punto di vista della verità e del bene di cui ci è offerta esperienza, solo il successo viene preso in considerazione, il sapere come imporre agli altri delle funzioni che tornano convenienti a noi stessi.

L’insensatezza e la licenziosità, esprimendo il materialismo nel senso che tutti gli esseri non sono che la materia di cui uno può fare ciò che vuole, innescano il conflitto all’interno delle relazioni umane, sottomettendole alla legge della “sopravvivenza del più forte”.

(…) Quando una donna cerca di difendersi dalla mascolinità materialistica dell’uomo (“maschilismo”) in un modo mascolino, incarna un tipo di femminismo che la distrugge completamente. Non si può combattere il maschilismo con un femminismo “mascolinizzante”. Per “maschilismo” si intende qualcosa di più del dominio dell’uomo sulla donna. Si indica la sottomissione dell’uomo, sia maschio che femmina, alla forza mascolina del cogito cartesiano o, se si vuole, della ratio. Proprio per questa ragione un femminismo che riduce la diversità tra l’uomo e la donna a un conflitto di funzioni non è altro che uno dei tanti germogli del materialismo, in grado di rendere la donna, ancor più dell’uomo, un mero oggetto di calcolo.

I cuori dell’uomo e della donna che rivolgono attenzione alle congetture del cogito piuttosto che alla propria virilità o femminilità divengono duri. Una malattia che il Vangelo chiama sklerokardia, durezza dei cuori (cfr Mt 19,8). Essa è caratterizzata dal “sentimentalismo” cinico e crudele, che nessuno sa perché sia chiamato amore.

Il maschilismo e la sua variante femminista rifiutano la comunione tra l’uomo e la donna, quindi il loro amore, e al suo posto promuovono una iuxtapositio di funzioni. E a seguito di ogni giustapposizione si mette in gioco l’equilibrio di potere, che può essere facilmente sovvertito. Ecco perché ci sono così tanti divorzi e famiglie distrutte: si erano costruite unioni fondate sull’equilibrio sentimentale degli interessi personali. Con riferimento a Sant’Agostino, tali famiglie sono una conseguenza dell’ “amabam amare“, dell’ “ho amato soltanto l’atto di amare”, che combacia perfettamente con la iuxtapositio dei ruoli maschili e femminili.

(…) Solo i grandi poeti sembrano capaci di vedere dove “la diritta via” conduca al di là della “selva oscura” della sua solitudine sentimentale e desolata. Non è il cogito a indicargli la giusta rotta. Dante è guidato fuori dall’inferno da Virgilio, inviato da Beatrice; Margherita vince la battaglia ingaggiata con Mefistofele per l’anima di Faust, in virtù della sua preghiera e del suo fervente amore più forte persino della morte. In Delitto e Castigo di Dostoevskij è l’amore di Sonja a trarre in salvo Raskolnikov. ”

Stanislaw Grygiel, Dolce guida e cara

 

” Si è tentato in vari modi di rendere accessibile alla comprensione di ciascuno la smisurata grandezza dell’universo, e toltone motivo a considerazioni edificanti, come per avventura quella intorno alla relativa piccolezza della terra, ed anche dell’uomo; poi d’altra parte – in contrasto con la prima – quella intorno alla grandezza dello spirito in quest’uomo così piccolo, che può avvertire e comprendere, anzi misurare, l’immenso mondo. Benissimo! Per me intanto, nel misurar l’incommensurabilità del mondo, è questo il principale: che l’essenza in sé, della quale il mondo è fenomeno – sia essa quel che le piace – non può certo aver così spezzato e disperso il suo vero essere nello spazio infinito; questa infinita estensione appartiene unicamente al suo fenomeno, mentr’essa è presente in ciascun essere vivente, tutta intera e indivisa. Non si perde quindi nulla, quando ci si ferma ad un solo individuo; né la vera sapienza s’acquista col misurare a fondo lo sconfinato universo, o col trasvolar di persona – il che sarebbe ancor più atto al proposito – lo spazio infinito. Ma s’acquista bensì indagando bene addentro un qualsivoglia singolo, cercando di comprenderne appieno la vera e propria essenza. ”

Arthur Schopenhauer, Il mondo come volontà e rappresentazione, Libro secondo

 

” Una mia amica di Londra mi ha spiegato un giorno come fanno le ragazze europee a cercare marito e, da quel che ho compreso, è una fatica terribile, spesso anche sciocca. Per farsi notare dagli uomini, dice, le ragazze fingono sempre di essere meglio di quello che sono e, quando gli uomini le hanno notate, continuano a fingere per farsi sposare. Infine, si sposano. Ma allora si stancano di recitare, la verità salta fuori e il matrimonio si rompe. Succede davvero così?” “Press’a poco” risposi. “Anzi, spesso. Però non sempre riescono a farsi sposare.” “Davvero?” Dissero in coro. “E allora cosa succede?” “Nulla” dissi. “Ricominciano daccapo con un altro.” ”

Oriana Fallaci, Il sesso inutile

 

La Storia scritta dai vincitori

Scritto da: Lucia Senesi

 

” Poi, ricordi, si incominciò a parlare di pace. (…) Ma in quei giorni la parola pace era il passaporto di chiunque cercasse il potere e volesse prendere il posto del vecchio, era una merce che si vendeva bene per ottenere il voto. (…)

E proprio in quei giorni, era il 4 aprile 1968, si celebrò la grande menzogna ammazzando un uomo che di pace aveva parlato per l’intera sua vita: Martin Luther King. E i suoi negri si abbandonarono per vendetta ad incendi, a violenze, e i carri armati apparvero dinanzi alla Casa Bianca, e il paese che invocava la pace sembrò sull’orlo della guerra civile. E dovetti andare a Memphis, ad Atlanta, a Washington, seguir quella bara, i roghi, i saccheggi, scrivere chili di carta su quest’altra prova della bestialità umana, ma lo feci con tale distacco: ciò che un anno avanti mi avrebbe scosso dall’indignazione ora non mi turbava più.

Perché dimmi: che differenza c’è fra un uomo ammazzato a un balcone e un uomo ammazzato in trincea? E’ giusto, dimmi, che per il primo si dia fuoco alle città e per il secondo non si accenda neanche un fiammifero? E’ logico, dimmi, mandare alla sedia elettrica l’assassino che sparò due colpi e poi dedicar francobolli a coloro che senza sporcarsi le mani spararono milioni di colpi?

E’ sempre stato così, d’accordo, perché la storia è sempre stata fatta dai vincitori, d’accordo. E con questo? Io voglio una storia dove un uomo conta perché è un uomo e non un vincitore. Una storia dove le creature non sono numeri, non sono carne da macello, sono persone la cui morte, ogni morte, merita furia e dolore e incendi e saccheggi. Una storia, ecco, che piange sul cervello offeso di Pip. Chi è Pip? Solo Pip. Il sergente, ricordi, della collina 1383. ”

 

Oriana Fallaci, Niente e così sia

La Storia scritta dai vinti

Scritto da: Lucia Senesi

 

Benjamin ha detto che fino a questo momento la Storia è sempre stata scritta dal punto di vista dei vincitori e che, invece, occorrerebbe scriverla da quello dei vinti. Sono d’accordo. Soprattutto nella pratica di questo esercizio mentale. Basterebbe pensare ai nostri libri, se in Italia avesse vinto il fascismo, per smetterla una volta per sempre di fare gli opinionisti sulla storia (e sulla vita) altrui. Se tenessimo sempre a mente questo esercizio, allora chissà che fine farebbero i nostri discorsetti presuntuosi. Libertà. Umanità. Parità. Progresso. Emancipazione. Il Pantheon della grandiosa, vincente società occidentale.