Poesia

Tetro entusiasmo – Pier Paolo Pasolini

Scritto da: Lucia Senesi

 

“Bisogna condannare
severamente chi
creda nei buoni sentimenti
e nell’innocenza.

Bisogna condannare
altrettanto severamente chi
ami il sottoproletariato
privo di coscienza di classe.

Bisogna condannare
con la massima severità
chi ascolti in sé e esprima
i sentimenti oscuri e scandalosi.

Queste parole di condanna
hanno cominciato a risuonare
nel cuore degli Anni Cinquanta
e hanno continuato fino a oggi.

Frattanto l’innocenza,
che effettivamente c’era,
ha cominciato a perdersi
in corruzioni, abiure e nevrosi.

Frattanto il sottoproletariato,
che effettivamente esisteva,
ha finito col diventare
una riserva della piccola borghesia.

Frattanto i sentimenti
ch’erano per loro natura oscuri
sono stati investiti
nel rimpianto delle occasioni perdute.

Naturalmente, chi condannava
non si è accorto di tutto ciò:
egli continua a ridere dell’innocenza,
a disinteressarsi del sottoproletariato

e a dichiarare i sentimenti reazionari.
Continua a andare da casa
all’ufficio, dall’ufficio a casa,
oppure a insegnare letteratura:

è felice del progressismo
che gli fa sembrare sacrosanto
il dover insegnare al domestici
l’alfabeto delle scuole borghesi.

È felice del laicismo
per cui è più che naturale
che i poveri abbiano casa
macchina e tutto il resto.

È felice della razionalità
che gli fa praticare un antifascismo
gratificante ed eletto,
e soprattutto molto popolare.

Che tutto questo sia banale
non gli passa neanche per la testa:
infatti, che sia così o che non sia così,
a lui non viene in tasca niente.

Parla, qui, un misero e impotente Socrate
che sa pensare e non filosofare,
il quale ha tuttavia l’orgoglio
non solo d’essere intenditore

(il più esposto e negletto)
dei cambiamenti storici, ma anche
di esserne direttamente
e disperatamente interessato.”

 

Pier Paolo Pasolini, Versi sottili come righe di pioggia

L’odio – Wisława Szymborska

Scritto da: Lucia Senesi

 

“Guardate com’è sempre efficiente,
come si mantiene in forma
nel nostro secolo l’odio.
Con quanta facilità supera supera gli ostacoli.
Come gli è facile avventarsi, agguantare.

Non è come gli altri sentimenti.
Insieme più vecchio e più giovane di loro.
Da solo genera le cause
che lo fanno nascere.
Se si addormenta, il suo non è mai un sonno eterno.
L’insonnia non lo indebolisce ma lo rafforza.

Religione o non religione –
purché ci si inginocchi per il via
Patria o no –
purché si scatti alla partenza.
Anche la giustizia va bene all’inizio.
Poi corre tutto solo.
L’odio. L’odio.
Una smorfia di estasi amorosa
gli deforma il viso.

Oh, quegli altri sentimenti –
malaticci e fiacchi!
Da quando la fratellanza
può contare sulle folle?
La compassione è mai
arrivata per prima al traguardo?
Il dubbio quanti volenterosi trascina?
Lui solo trascina, che sa il fatto suo.

Capace, sveglio, molto laborioso.
Occorre dire quante canzoni ha composto?
Quante pagine ha scritto nei libri di storia?
Quanti tappeti umani ha disteso
su quante piazze, stadi?

Diciamoci la verità:
sa creare bellezza
Splendidi i suoi bagliori nella notte nera
Magnifiche le nubi degli scoppi nell’alba rosata.
Innegabile è il pathos delle rovine
e l’umorismo grasso
della colonna che vigorosa le sovrasta.

È un maestro del contrasto
tra fracasso e silenzio
tra sangue rosso e neve bianca.
E soprattutto non lo annoia mai
il motivo del lindo carnefice
sopra la vittima insozzata.

In ogni istante è pronto a nuovi compiti.
Se deve aspettare aspetterà.
Lo dicono cieco. Cieco?
Ha la vista acuta del cecchino
e guarda risoluto al futuro.
– lui solo.”

Wisława Szymborska, L’odio

Del non leggere – Wisława Szymborska

Scritto da: Lucia Senesi

 

“In libreria con l’opera di Proust
non ti danno un telecomando,
non puoi cambiare
sulla partita di calcio
o sul telequiz con in premio una volvo.

Viviamo più a lungo,
ma con minor esattezza
e con frasi più brevi.

Viaggiamo più veloci, più spesso, più lontano
e torniamo con foto invece di ricordi.
Qui sono io con uno.
Là, credo, è il mio ex.
Qui sono tutti nudi,
quindi di certo in spiaggia.

Sette volumi – pietà.
Non si potrebbe riassumerli, abbreviarli
o meglio ancora mostrarli in immagini?
Una volta hanno trasmesso un serial, “La bambola”,
ma per mia cognata è di un altro che inizia con la P.

E poi, tra parentesi, chi mai era costui.
Scriveva, dicono, a letto, per interi anni.
Un foglio dopo l’altro,
a velocità ridotta.
Noi invece andiamo in quinta
e – toccando ferro – stiamo bene.”

Wisława Szymborska, Del non leggere

Verrà la morte e avrà i tuoi occhi – Pavese

Scritto da: Lucia Senesi

 

Esiste anche recitata da Vittorio Gassman, e accompagnata da Beethoven (Moonlight Sonata).

“Verrà la morte e avrà i tuoi occhi –
questa morte che ci accompagna
dal mattino alla sera, insonne,
sorda, come un vecchio rimorso
o un vizio assurdo. I tuoi occhi
saranno una vana parola,
un grido taciuto, un silenzio.
Così li vedi ogni mattina
quando su te sola ti pieghi
nello specchio. O cara speranza,
quel giorno sapremo anche noi
che sei la vita e sei il nulla.

Per tutti la morte ha uno sguardo.
Verrà la morte e avrà i tuoi occhi.
Sarà come smettere un vizio,
come vedere nello specchio
riemergere un viso morto,
come ascoltare un labbro chiuso.
Scenderemo nel gorgo muti.”

Cesare Pavese, Verrà la morte e avrà i tuoi occhi

Ballata delle madri – Pasolini

Scritto da: Lucia Senesi

 

Mi domando che madri avete avuto.

Se ora vi vedessero al lavoro

in un mondo a loro sconosciuto,

presi in un giro mai compiuto

d’esperienze così diverse dalle loro,

che sguardo avrebbero negli occhi?

Se fossero lì, mentre voi scrivete

il vostro pezzo, conformisti e barocchi,

o lo passate a redattori rotti

a ogni compromesso, capirebbero chi siete?

 

Madri vili, con nel viso il timore

antico, quello che come un male

deforma i lineamenti in un biancore

che li annebbia, li allontana dal cuore,

li chiude nel vecchio rifiuto morale.

 

Madri vili, poverine, preoccupate

che i figli conoscano la viltà

per chiedere un posto, per essere pratici,

per non offendere anime privilegiate,

per difendersi da ogni pietà.

 

Madri mediocri, che hanno imparato

con umiltà di bambine, di noi,

un unico, nudo significato,

con anime in cui il mondo è dannato

a non dare né dolore né gioia.

 

Madri mediocri, che non hanno avuto

per voi mai una parola d’amore,

se non d’un amore sordidamente muto

di bestia, e in esso v’hanno cresciuto,

impotenti ai reali richiami del cuore.

 

Madri servili, abituate da secoli

a chinare senza amore la testa,

a trasmettere al loro feto

l’antico, vergognoso segreto

d’accontentarsi dei resti della festa.

 

Madri servili, che vi hanno insegnato

come il servo può essere felice

odiando chi è, come lui, legato,

come può essere, tradendo, beato,

e sicuro, facendo ciò che non dice.

 

Madri feroci, intente a difendere

quel poco che, borghesi, possiedono,

la normalità e lo stipendio,

quasi con rabbia di chi si vendichi

o sia stretto da un assurdo assedio.

 

Madri feroci, che vi hanno detto:

Sopravvivete! Pensate a voi!

Non provate mai pietà o rispetto

per nessuno, covate nel petto

la vostra integrità di avvoltoi!

 

Ecco, vili, mediocri, servi,

feroci, le vostre povere madri!

Che non hanno vergogna a sapervi

– nel vostro odio – addirittura superbi,

se non è questa che una valle di lacrime.

E’ così che vi appartiene questo mondo:

fatti fratelli nelle opposte passioni,

o le patrie nemiche, dal rifiuto profondo

a essere diversi: a rispondere

del selvaggio dolore di esser uomini.

Pier Paolo Pasolini, Bestemmia. Tutte le poesie

La Nuova Preistoria – Pasolini

Scritto da: Lucia Senesi

 

 

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“Quanto al futuro, ascolti:


i suoi figli fascisti


veleggeranno


verso i mondi della Nuova Preistoria.

Io me ne starò là,


come colui che


sulle rive del mare


in cui ricomincia la vita.


Solo, o quasi, sul vecchio litorale


tra ruderi di antiche civiltà,


Ravenna


Ostia, o Bombay – è uguale –


con Dei che si scrostano, problemi vecchi


- quale la lotta di classe –


che 
si dissolvono…


Come un partigiano


morto prima del maggio del ’45,


comincerò piano piano a decompormi,


nella luce straziante di quel mare,


poeta e cittadino dimenticato.”

Pier Paolo Pasolini, Una disperata vitalità

A tutti gli uomini raffinati delle Nazioni Unite – Samih al-Qasim

Scritto da: Lucia Senesi

 

A tutti gli uomini raffinati delle Nazioni Unite

Signori d’ogni paese!
A che servono in questi tempi
Le cravatte a mezzogiorno… e le accese discussioni?
Signori d’ogni paese!
Il muschio che mi è cresciuto nel cuore
Ha coperto tutte le pareti di vetro.
A che cosa potrebbero servire in questi tempi
Le infinite riunioni,
gli importanti discorsi,
le spie,
le parole delle prostitute…
e le discussioni?
Signori!
Lasciatemi girare come desidera la scimmia di luna,
e venite qua…
nel mondo ho perduto i ponti.
Ho il sangue giallo
Ed ll cuore distrutto dal fango dei voti.
Signori d’ogni paese!
Che la mia vergogna sia una peste,
e un serpente il mio dolore!
O scarpe nere e lucide di ogni terra!
La mia ira è tanto più forte della mia voce…
Ma l’epoca è vigliacca,
e io sono senza mani!

Samih al-Qasim, A tutti gli uomini raffinati delle Nazioni Unite

 

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Manifestar – Pasolini

Scritto da: Lucia Senesi

 

Manifestar (appunti)

 

Manifestar significar per verba non si poria

ma per urli sì

e anche per striscioni; o canzoni;

 

Sono venuti a rifare il mondo

e, manifestando, se ne dichiarano all’altezza

La forza è nella virilità, come una volta

Ma la gentilezza è perduta

 

Qualunque cosa si manifesti

altro non viene manifestato che la forza

sia pure la forza dei destinati alla sconfitta (1)

 

Tutto ciò che non si può significar per parole

non è che pura e semplice forza –

Ma quanta innocenza nel non sapere questo!

Quanto bisogna essere giovani per crederlo!

 

Poiché la libertà è incompatibile con l’uomo

e l’uomo in realtà non la vuole, intuendo che non è per lui,

quanti obblighi io mi sono inventato invecchiando

per non essere libero!

Va bene, ma i più ingenui, i più inesperti, i più semplici,

i più giovani, di tali obblighi se ne inventano ancor di più,

anzi, venendo al mondo, la prima cosa che fanno è adattarsi a questo;

trionfalmente;

facendo credere a se stessi e agli altri

che si tratta di obblighi necessari a una nuova libertà.

La realtà è che un ragazzo sceso qui dal nulla, e del tutto nuovo, lui,

fa subito in modo di difendersi contro la vera libertà (2)

E soprattutto un ragazzo che conosce e accetta i doveri;

ed egli manifesta la forza della sua accettazione,

meravigliosa adulazione del mondo.

 

Rinasce sempre, attraverso l’obbedienza, la grazia

e può darsi, può darsi…

Obbedire ai doveri della rivoluzione! Manifestando!

 

Per quanto fitta sia la trama dei doveri di un anziano

qualcosa in essa si è lacerato

e io infatti intravedo l’intollerabile faccia della libertà;

non avendo più grazia e forza

ho cercato allora di difendermi sorridendo, come appunto

i vecchi, che la sanno lunga –

Ma la libertà è più forte: sia pure per poco

essa vuole essere vissuta –

 

È un valore che distrugge ogni altro valore

perché ogni valore non è che una difesa

eretta contro di lei;

 

e i valori, appunto, sono sentiti specialmente dai semplici;

dai giovani

(solo in essi, appunto, l’obbedienza è grazia);

 

è sulle loro schiere che contano i Capi per andare avanti,

sulle loro pulite, innocenti schiere –

Semplicità e gioventù, forme della natura,

è in voi che la libertà è rinnegata

 

attraverso una serie infinita di doveri,

puliti, innocenti doveri, a cui, manifestando

si grida con aria minacciosa obbedienza,

ché i semplici e i giovani son forti (3)

e non sanno ancora di non poter tollerare la libertà.

 

Pier Paolo Pasolini, 19 aprile 1970 (Aprile dolce dormire)

 

(1) Di qui, lo speciale, commovente trionfalismo.

(2) Che, forse, al nulla lo ricondurrebbe?

(3) Anche se non sono che minoranze, sia pur numerose.

Strappa da te la vanità, ti dico strappala – Ezra Pound

Scritto da: Lucia Senesi

I versi che dovremmo declamare a noi stessi ogni mattino quando ci svegliamo, ed ogni sera prima di andare a dormire.

 

 

“Quello che veramente ami rimane,
il resto è scorie
Quello che veramente ami non ti sarà strappato
Quello che veramente ami è la tua vera eredita’
Il mondo a chi appartiene, a me, a loro
o a nessuno?
Prima venne il visibile, quindi il palpabile
Elisio, sebbene fosse nelle dimore d’inferno,
Quello che veramente ami è la tua vera eredita’

La formica è un centauro nel suo mondo di draghi.
Strappa da te la vanità, non fu l’uomo
A creare il coraggio, o l’ordine, o la grazia,
Strappa da te la vanità, ti dico strappala.
Impara dal mondo verde quale sia il tuo luogo
Nella misura dell’invenzione, o nella vera abilità

                                                                                                             dell’artefice,

Strappa da te la vanità,

                                                                            Paquin strappala!

Il casco verde ha vinto la tua eleganza.

“Dominati, e gli altri ti sopporteranno”
Strappa da te la vanita’
Sei un cane bastonato sotto la grandine,
Una pica rigonfia in uno spasimo di sole,
Metà nero metà bianco
Né distingui un’ala da una coda
Strappa da te la vanita’
Come son meschini i tuoi rancori

Nutriti di falsità,
Strappa da te la vanità,
Avido di distruggere, avaro di carità,
Strappa da te la vanità,
Ti dico strappala.

Ma avere fatto in luogo di non avere fatto
questa non è vanità.

Avere, con discrezione, bussato
Perché un Blunt aprisse
Aver raccolto dal vento una tradizione viva
o da un bell’occhio antico la fiamma inviolata
Questa non è vanità.

Qui l’errore è in ciò che non si è fatto,

nella diffidenza che fece esitare.”

Ezra Pound, Canti Pisani, LXXXI

Leopardi sta a Petrarca come Proust a Dostoevskij

Scritto da: Lucia Senesi

 

“Garzoncello scherzoso,

cotesta età fiorita

è come un giorno d’allegrezza pieno,

giorno chiaro, sereno,

che precorre alla festa di tua vita.”

Giacomo Leopardi, Canti, Il sabato del villaggio (vv. 44-48)

 

 

“Tornami a mente, anzi v’è dentro, quella

ch’indi per Lethe esser non pò sbandita,

qual io la vidi in su l’età fiorita,

tutta accesa de’ raggi di sua stella.”

Francesco Petrarca, Canzoniere, CCCXXXVI (vv. 1-4)

 

 

“Si prendono delle decisioni definitive sempre a causa di uno stato d’animo che non è destinato a durare.”

Marcel Proust, Alla ricerca del tempo perduto, All’ombra delle fanciulle in fiore

 

“E’ interessante, a questo proposito, considerare il carattere di tutte le decisioni definitive già prese da Raskolnikov. Avevano una strana proprietà: non appena diventavano definitive, subito gli sembravano assurde e mostruose. A dispetto dei suoi tormentosi sforzi interiori, mai, nemmeno per un solo istante, si era sentito del tutto convinto dell’attuabilità del suo progetto.”

Fedor M. Dostoevskij, Delitto e castigo

 

 

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FILM – ANNI SESSANTA

Post di: Lucia Senesi

 

“Quest’uomo adulto. Quest’uomo sulla terra.
Dieci miliardi di cellule nervose. Cinque litri
di sangue per trecento grammi di cuore.
Un tal oggetto si è formato in tre miliardi d’anni.

All’inizio è apparso sotto forma d’un bimbo.
Poggiava la testolina sulle ginocchia della zia.
Dov’è quel bimbo. Dove quelle ginocchia.
Il bimbo è cresciuto. Ah, non è più la stessa cosa.
Questi specchi crudeli e lisci come asfalto.
Ieri ha investito un gatto. Sì, non male come idea.
Il gatto è stato liberato dall’inferno presente.
La ragazza nell’auto gli ha lanciato un’occhiata.
No, non aveva le ginocchia che cercava.
In verità, meglio giacere sulla sabbia ansando.
Lui e il mondo non hanno nulla in comune.
Si sente come un manico strappato dalla secchia,
benché la secchia ignara continui ad andare al pozzo.
E’ sorprendente. Qualcuno ancora si affatica.
Questa casa è costruita. Questa maniglia lavorata.
Quest’albero innestato. Questo circo farà uno spettacolo.
Questo tutto vuol reggersi, benché fatto di pezzi.
Pesanti e dense come colla sunt lacrimae rerum.
Ma tutto questo sta sullo sfondo e solo a lato.
In lui c’è un’orrenda oscurità e in essa
un bimbo.

Dio dello humour, fa’ di lui qualcosa alla svelta.
Dio dello humour, fanne qualcosa una buona volta.”

Wislawa Szymborska, Film – Anni sessanta

A se stesso – Leopardi

Post di: Lucia Senesi

 

 

“Or poserai per sempre,
stanco mio cor. Perí l’inganno estremo,
ch’eterno io mi credei. Perí. Ben sento,
in noi di cari inganni,
non che la speme, il desiderio è spento.

Posa per sempre. Assai
palpitasti. Non val cosa nessuna
i moti tuoi, né di sospiri è degna
la terra. Amaro e noia
la vita, altro mai nulla; e fango è il mondo.

T’acqueta omai. Dispera
l’ultima volta. Al gener nostro il fato
non donò che il morire. Omai disprezza
te, la natura, il brutto
poter che, ascoso, a comun danno impera,
e l’infinita vanitá del tutto.”

Giacomo Leopardi, Canti, A se stesso

Pace non trovo, et non ò da far guerra – Petrarca

Post di: Lucia Senesi

 

“Pace non trovo, et non ò da far guerra;
e temo, et spero; et ardo, et son un ghiaccio;
et volo sopra ‘l cielo, et giaccio in terra;
et nulla stringo, et tutto ‘l mondo abbraccio.

Tal m’à in pregion, che non m’apre né serra,
nè per suo mi riten né scioglie il laccio;
et non m’ancide Amore, et non mi sferra,
né mi vuol vivo, né mi trae d’impaccio.

Veggio senza occhi, et non ò lingua et grido;
et bramo di perir, et chieggio aita;
et ò in odio me stesso, et amo altrui.

Pascomi di dolor, piangendo rido;
egualmente mi spiace morte et vita:
in questo stato son, donna, per voi.”

Francesco Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta, CXXXIV

 

Francesco Petrarca – Canzoniere

Scritto da: Lucia Senesi

Giusto per farvi sapere che sto leggendo anche il mio carissimo concittadino Francesco Petrarca.

 

– Chi pon freno a li amanti, o dà lor legge?

– Nessun a l’alma; al corpo Ira et Asprezza:

questo or in lei, talor si prova in noi.

Ma spesso ne la fronte il cor si legge:

sì vedemmo oscurar l’alta bellezza,

et tutti rugiadosi li occhi suoi.

Francesco Petrarca, Rerum vulgarium fragmenta [CCXXII, 9-14]

Piangi, che ben hai donde, Italia mia – Leopardi

Scritto da: Lucia Senesi

 

Buon giorno e buon 25 Aprile. Che leggete, dove siete?

 

Leopardi

“O patria mia, vedo le mura e gli archi
e le colonne e i simulacri e l’erme
torri degli avi nostri,
ma la gloria non vedo,
non vedo il lauro e il ferro ond’eran carchi
i nostri padri antichi. Or fatta inerme,
nuda la fronte e nudo il petto mostri.
Oimè quante ferite,
che lividor, che sangue! oh qual ti veggio,
formosissima donna! Io chiedo al cielo
e al mondo: dite dite;
chi la ridusse a tale? E questo è peggio,
che di catene ha carche ambe le braccia;
sì che sparte le chiome e senza velo
siede in terra negletta e sconsolata,
nascondendo la faccia
tra le ginocchia, e piange.
Piangi, che ben hai donde, Italia mia,
le genti a vincer nata
e nella fausta sorte e nella ria.

Se fosser gli occhi tuoi due fonti vive,
mai non potrebbe il pianto
adeguarsi al tuo danno ed allo scorno;
che fosti donna, or sei povera ancella.
Chi di te parla o scrive,
che, rimembrando il tuo passato vanto,
non dica: già fu grande, or non è quella?
Perchè, perchè? dov’è la forza antica,
dove l’armi e il valore e la costanza?
chi ti discinse il brando?
chi ti tradì? qual arte o qual fatica
o qual tanta possanza
valse a spogliarti il manto e l’auree bende?
come cadesti o quando
da tanta altezza in così basso loco?
nessun pugna per te? non ti difende
nessun de’ tuoi? L’armi, qua l’armi: io solo
combatterò, procomberò sol io.
Dammi, o ciel, che sia foco
agl’italici petti il sangue mio.”

Giacomo Leopardi, Canti, All’Italia, vv. 1-40