Ep.#03 – Proust e la Berma

Proust#3

“A quell’epoca avevo la passione per il teatro, amore platonico perché i miei genitori non mi avevano mai ancora permesso di andarci, e mi raffiguravo in maniera così poco esatta i piaceri che vi si potevano gustare da non essere molto lontano dal credere che ogni spettatore guardasse come in uno stereoscopio una scena allestita soltanto per lui, anche se simile alla migliaia d’altre che il resto degli spettatori, ciascuno per proprio conto, guardava.”

Dalla parte di Swann

 

Il nostro caro amico Marcel aveva, sin dalla giovane età, sviluppato un interesse molto accentuato per il teatro; conosceva il nome di tutti gli attori e le attrici e le classificava per talento, o per quello che lui riteneva fosse talento e che corrispondeva più o meno all’impressione che se ne era fatto tramite le critiche e i racconti degli amici perché, come dice, i genitori non gli permettevano di andare a causa del suo stato di salute cagionevole.

 

“La Berma in Andromaque, nei Caprices de Marianne, in Phèdre faceva parte di quelle cose famose che la mia immaginazione aveva tanto desiderato. Se mi fosse stato concesso di sentire recitare dalla Berma i versi:

On dit qu’un prompt départ vous éloigne de nous,

Seigneur, ecc.

Avrei provato lo stesso rapimento del giorno in cui una gondola mi avesse portato ai piedi di Tiziano dei Frari o dei Carpaccio di San Giorgio degli Schiavoni.”

All’ombra delle fanciulle in fiore

 

E qui che dobbiamo dire? Proust è Proust proprio per questo, perché così può scrivere solo lui e a te non resta altro che startene a bocca aperta e tornare indietro a rileggere, per provare ad afferrare quella precisa idea di bellezza, che vorresti fare tua e non ci riesci, a cui vorresti aggrapparti, ma è giusto un secondo perché ti scivola via.

 

“Facendo affiggere così, in mezzo a lavori destinati soltanto a far passare il tempo di una sera, Phèdre, il cui titolo non era più lungo degli altri né stampato a caratteri diversi, la Berma vi aggiungeva come il sottinteso di una padrona di casa che presentandovi ai suoi ospiti al momento di andare a tavola, in mezzo a nomi che non sono che nomi di semplici invitati, e con il medesimo tono con cui ha nominato gli altri vi annunci: Monsieur Anatole France.”

All’ombra delle fanciulle in fiore

 

Marcel dunque doveva andare a teatro a vedere la Berma, ma il suo medico sconsiglia ai genitori di lasciarlo andare. E così, partono i dialoghi interiori, su cui scherziamo nella vignetta di oggi.

 

“…quando mia madre mi ebbe detto: ‘E va bene, non vogliamo contrariarti, se credi che ti divertirai tanto, bisogna che tu ci vada’, quando quella giornata di teatro, fino allora proibita, non dipese da altro che da me, allora, per la prima volta, non dovendo più darmi pensiero per renderla possibile, mi domandai se fosse desiderabile, se altri motivi, oltre al divieto dei miei genitori, non avrebbero dovuto farmici rinunciare. Innanzitutto, dopo aver detestato la loro crudeltà, il loro consenso me li rendeva così cari che l’idea di dar loro un dispiacere ne faceva nascere in me uno analogo a causa del quale mi pareva che lo scopo della vita non fosse più la verità, ma la tenerezza, e la vita stessa mi appariva buona o cattiva secondo se i miei genitori erano felici o infelici. (…) Ma ora quella specie di obbligo a provare piacere mi sembrava estremamente pesante. (…) Ponevo su un piatto della bilancia: ‘sapere la mamma triste, rischiare di non poter andare agli Champs-Elysées (a vedere Gilberte, N.d.R.)’, sull’altro ‘pallore giansenista, mito solare’; ma queste stesse parole finivano per appannarsi nella mia mente, non mi dicevano più niente, perdevano ogni peso; a poco a poco le mie esitazioni divenivano così dolorose che ora se avessi optato per il teatro sarebbe stato soltanto per porvi fine ed esserne liberato una volta per tutte. Unicamente per abbreviare la sofferenza, e non più nella speranza di un vantaggio intellettuale, cedendo all’attrattiva della perfezione, mi sarei lasciato condurre non verso la saggia Dea ma verso l’implacabile Divinità senza volto e senza nome che le era stata surrettiziamente sostituita sotto il velo.”

All’ombra delle fanciulle in fiore

 

p.s. Comunque, alla fine, a teatro ci va!

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