cultura

Socialismo e cultura – Antonio Gramsci

Scritto da: Lucia Senesi

 

Bisogna disabituarsi e smettere di concepire la cultura come sapere enciclopedico, in cui l’uomo non è visto se non sotto forma di recipiente da empire e stivare di dati empirici, di fatti bruti e sconnessi che egli poi dovrà cesellare nel suo cervello come nelle colonne di un dizionario per poter poi in ogni occasione rispondere ai vari stimoli del mondo esterno.
Questa forma di cultura è veramente dannosa specialmente per il proletariato. Serve solo a creare degli spostati, della gente che crede di essere superiore al resto dell’umanità perché ha ammassato nella memoria una certa quantità di dati e di date, che snocciola ad ogni occasione per farne quasi una barriera fra sé e gli altri. Serve a creare quel certo intellettualismo bolso e incolore, così ben fustigato a sangue da Romain Rolland […]. Ma questa non è cultura, è pedanteria, non è intelligenza, ma intelletto […].”
Antonio Gramsci, Socialismo e cultura

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Il paesaggio e la famiglia – Alice Rohrwacher

Scritto da: Lucia Senesi

 

“Arriva   sempre   il   momento   in   cui   qualcuno   ti   chiede   da   dove   vieni. Vorrei   tanto   rispondere   con   una   sola   parola,   come   “Roma!”,   “Milano!”,   ma   invece mi ritrovo a spiegare   che   vengo   da   una   zona   di   confine   tra   Umbria-­Lazio   e   Toscana,   là   dove   le identità   sono   tutte   sfaldate,   in   campagna. Forse   il   mio   interlocutore   conosce   quei   luoghi? Ma certo, mi   dice, certo: sono stato a Civita la scorsa domenica e mi è sembrato di vivere nel medioevo per una giornata.

Ecco,  questo  è  stato  il  primo  istinto  che  mi  ha  spinto  a  lavorare  sulle  Meraviglie:  il  disagio che  si  pensi  alla   campagna, o ai piccoli paesi che la costellano, come  luoghi “puri”, fuori  dal  tempo, e quindi fruibili, perché  non  possono mai mutare. Ma visti dal di dentro (o forse visti lateralmente), quei luoghi non sono così, e la purezza è solo una prigione a cui si sono consegnati per avere in cambio un pasto caldo al giorno. In Italia oggi si parla della campagna solo per raccontarne la distruzione e l’imminente rovina, o per usarla come sfondo romantico e innocente di storie che poco la riguardano. Eppure quello che sta avvenendo nel paesaggio italiano è un cambiamento molto più  profondo e doloroso. La lunga lotta per la terra, quel teatro millenario di scontri tra proprietari e lavoratori, non  si  è  risolta, si è solo allontanata, sbiadita. Il   campo di battaglia è stato lasciato libero e sono arrivati gli sciacalli.

Prima hanno dato fuoco a tutto quello che incontravano sul cammino, poi hanno arraffato quei pochi spazi di risulta rimasti più o meno intatti, e li hanno trasformati in uno strabiliante parco tematico per rassicurare le nostre domeniche. Una specie di museo all’aria  aperta. Vivere nel medioevo per una giornata: ecco la politica territoriale che è stata portata avanti negli ultimi vent’anni, con  metodo. Prima si è cercato di distruggere tutto ciò che era cultura -­ le piazze, le siepi,  le   biblioteche e i   piccoli cinema, i teatri di provincia, i circoli e tutti i luoghi di ritrovo e di scambio -­ per poi trasformare in cultura tutto quello che restava, tutto quello che era innocuo: il mangiare (a  bocca piena si parla meno) e il passato remoto (che pericolo ci può essere nel teatro etrusco?).   All’improvviso tutti si sono ricordati di avere UNA tradizione, e si sono dedicati a quella con tutte le loro forze. Ma la tradizione non si può estrapolare, è fatta di strati, e spesso è solo l’ultima manifestazione di un processo di mutamento. Non è piatta, è come un pozzo. Non si può salvare e proteggere solo uno strato. Insomma, ho iniziato a girare nella mia regione, a incontrare contadini, imprenditori agricoli, paesani. Ho iniziato a chiedermi: se venissero gli extraterrestri, cosa capirebbero di questo posto? Può essere la sagra l’unica cosa che resta di un paese quasi completamente agricolo? Cosa significa abitare in questo paesaggio, esserne parte, arginare la commercializzazione da un lato e le difficoltà ambientali dall’altro? Esiste un’immagine che può sintetizzare tutto questo?

Per poter trovare un’immagine pura, abbiamo bisogno di un punto di vista, che deve necessariamente essere ibrido. E di una casa, naturalmente. E di una famiglia che ci è andata ad abitare.
La casa che abbiamo scelto per il film c’era da prima, c’è sempre stata. E’ una casa dove ci sono delle parti antichissime e delle parti più recenti, perché nessuno l’ha mai ristrutturata secondo lo stile di un’unica epoca. Fino a poco tempo fa vivere così era normale: si entrava a fare parte di una storia che ci precedeva, che non si poteva controllare fino in fondo. Gli spifferi venivano riparati con della gommapiuma, le mattonelle sostituite là dove necessario, ma ci si adattava ad un mondo già esistente. Solo le ultime generazioni hanno desiderato dare un unico piano di interpretazione del luogo dove si abita, antico o moderno che sia. Non è stato semplice trovare la casa in cui girare il  film: tutti i luoghi che vedevamo erano o distrutti dalle  intemperie, o troppo ristrutturati. In macchina con noi, durante questi pellegrinaggi, avevamo il bellissimo libro di Roberto Innocenti “La casa del tempo”, che in qualche modo ci ha guidato.

La famiglia della nostra storia invece non c’era da prima, non appartiene a quella regione, e neanche sapeva all’inizio di essere una famiglia. Sono persone che sono arrivate in campagna per una scelta politica, perché nelle città non c’era più posto, e anni di manifestazioni sono stati soffocati dalla violenza e dalla delusione. Così hanno letto dei libri, hanno imparato a fare l’orto su dei manuali, hanno cercato parecchio e hanno combattuto le stagioni in solitudine. Sono tutti “ex” qualcosa, con lingue diverse, passati lontani ma ideali comuni. Io ne ho conosciute molte di famiglie così, in Italia ma anche in Francia, in Grecia. Piccoli sistemi sganciati dal resto, con regole autonome e una vita parallela a quella che leggiamo sui giornali. Ma non è una vita semplice: bisogna lavorare tanto, ed è difficile sopravvivere senza il conforto di appartenere a un movimento. Non si è dei veri contadini perché non si viene dalla terra, ma non ci si può neanche definire cittadini perché si sono tagliati i ponti con le città, non si è hippies perché ci si spacca la schiena dalla mattina alla sera, ma non si è neanche imprenditori agricoli perché ci si rifiuta di usare tecniche più produttive di coltivazione, in nome di una vita sana.

Non   essendoci   un   movimento,   una   definizione   con   cui   ci   si   possa   chiamare   da   fuori,   ecco   che   resta   solo   una   parola:   famiglia.   Proprio   quella   che   nel   sessantotto   tanto   volevano   spaccare,   ora   è   la   loro   arca   di   Noè,   è   il   loro   unico   riparo.   Loro   sono   una   famiglia.     La   famiglia   delle   Meraviglie   è   formata   da   Wolfgang,   il   padre   che   viene   da   un   paese   del   nord,   forse   dal   Belgio   o   dalla   Germania,   e   Angelica,   la   madre   italiana.   Hanno   quattro   bambine:   Gelsomina,   la   primogenita,  Marinella,  Caterina  e  Luna.  Hanno  un  orto,  un’ospite  fissa,  Cocò,  pecore  e  api.  Cosa  ci  fanno   lì?

La  risposta  è  quasi  imbarazzante  ma  è  vera:  vogliono  proteggere  le  bambine.  Da  qualcosa  che  sanno,  che   hanno   visto,   perché   tutto   è   sfacelo   e   distruzione   e   corruzione,   e   solo   la   campagna   ti   può   salvare.   Solo   restando   uniti.   Le   loro   intenzioni   sono   sincere,   anche   se   a   volte   si   esprimono   in   maniera   rabbiosa.   Ma   come   spiegarlo   a   Gelsomina,   la   primogenita,   la   principessa   ereditaria,   l’amore   del   babbo?   Lei   vorrebbe   una   vita   più   semplice,   più   abbinata   e   serena,   una   famiglia   con   meno   ideali   e   più   saggezza   come   quella   delle   sue   amiche.   Wolfgang   sente   che   la   figlia   in   cui   ripone   tutto,   quella   figlia   che   è   più   brava   di   lui   a   lavorare  con  le  api,  che  è  solida  e  responsabile,  le  sta  sfuggendo.  Ma  se  le  bambine  se  ne  vogliono  andare   -­  a  Milano?  In  Florida?  -­   allora  che  senso  ha  tutta  questa  fatica?”

Alice Rohrwacher

Sul perché quando non si sa qualcosa è preferibile dire “Non lo so”

Testo di: Lucia Senesi

 

Luca Iavarone (Fanpage) ha realizzato un servizio per testare la preparazione degli invitati alla Prima della Scala: “La Prima della Scala è solo una passerella mondana? A Milano abbiamo testato la cultura musicale degli spettatori scaligeri, prima e dopo il Fidelio di Beethoven. Kenshiro ha steccato? Holly e Benji sono stati all’altezza del ruolo? Ma soprattutto come hanno cantato gerarchi nazisti e grandi pornostar? Ecco le loro risposte.”

Si parte con “Cent’anni di Fidelio…”, che in realtà sono duecento; “Una delle più grandi opere di Beethoven?” C’è chi risponde, con l’inflessione da intenditore, “diciamo che è una delle più grandi”, quando è l’unica che abbia scritto. “Tutti aspettano l’acuto su Der Hölle Rache…”, che è un’aria di Mozart. Poi si passa a parlare di libretto e qualcuno vuole raccontare la storia di com’è stato scritto, diciamo con un po’ di fantasia; Luca Iavarone incalza con “Anche grazie a Goethe”, che con Beethoven non ha mai lavorato, “certo, certo” è la risposta. Josef Goebbels e Wilhelm Göring grandi tenori? James Hetfield, il cantante dei metallica, ha suonato alla Scala?! C’è addirittura chi si prodiga in consigli a Beethoven: “A Fidelio è stata data poca importanza. Io l’avrei fatto cantare di più!” (!!!) Più battute per Fidelio?

Insomma, diciamo che questo esperimento era un po’ cattivello… Immaginate di cambiare contesto, immaginate di fare la stessa cosa in ambito letterario, cinematografico, o all’occasione di una mostra. Sicuri che sarebbe andata in modo tanto diverso? Se si fosse fatto così qualche mese fa fuori dalle Scuderie del Quirinale per Frida Kahlo, tutti sarebbero stati preparatissimi? Ovviamente no. Se a me domandassero: “Ricordi quella volta in cui Pasolini e Allen Ginsberg scrissero un articolo a quattro mani per criticare i giovani?” Probabilmente qualche dubbio mi verrebbe, non si può mica sapere tutto. Sarebbe pretenzioso e anche un tantino snob. Insomma, vogliamo dire che dovrebbero essere ammessi alla fruizione artistica solo quelli preparati su tutto? Ma allora dovremmo restarcene sempre tutti quanti a casa! Che fare dunque? Direi: appellarsi a buon senso e umiltà. A volte la via più raccomandabile parrebbe quella del semplice e sempre valido “non lo so”. E non c’è proprio nulla di cui vergognarsi. Scriveva Nabokov: “Sono abbastanza orgoglioso di saper qualcosa da poter ammettere modestamente di non sapere tutto.”

PrimaScala

 

Beata la patria che non ha bisogno di eroi (e di semplificazioni)

Testo di: Lucia Senesi

 

Si sono dette diverse cose in questi giorni. Ieri sera guardavo Di Martedì, mi ha molto colpito l’intervento della professoressa, antropologa, Amanda Signorelli; che, intendiamoci, è sempre bello ascoltare, specie quando ricorda Durkheim: “i gruppi sociali hanno bisogno ogni tanto di una celebrazione collettiva che li renda compatti e capaci di agire”. Sparisce l’ideologia, fa notare la Signorelli, per lasciare spazio al mito. Bello, tutto molto bello. Peccato che poi la Signorelli mi cade in una di quelle semplificazioni spaventose, se mai mi sia concesso di farlo notare. Interrogata sulla differenza fra la Leopolda e la manifestazione della CGIL, dice: “Da una parte c’è il mito del successo, dall’altra il mito del lavoro. Questi due miti comportano una diversa struttura culturale.” E spiega la differenza, naturalmente ovvia, fra i comportamenti di chi insegue il successo e quelli di chi è interessato al lavoro. Insomma: da una parte i buoni e dall’altra i cattivi, da una il Bene e dall’altra il Male. E’ così lineare la realtà? Se fosse davvero così, oggi il Paese sarebbe in queste condizioni? Tutti questi grandiosi/e uomini e donne di sinistra si sono veramente interessati solo al lavoro durante questi anni? Sfido chiunque a dimostrarmi che è così.

Diceva Bobbio: “Cultura è equilibrio intellettuale, riflessione critica, senso di discernimento, aborrimento di ogni semplificazione, di ogni manicheismo, di ogni parzialità.”

 

norbertobobbio

 

Ma andiamo avanti. In puntata era presente anche la parlamentare del PD Anna Ascani. Partite da questo presupposto: se io dovessi scegliere fra la Signorelli e la Ascani, sceglierei la prima tutta la vita. Della seconda avevo visto soltanto un intervento nell’ultima Direzione Nazionale del PD, che non mi era piaciuto peraltro: né nei toni (e nei modi), né nei contenuti. Eppure quando si considera un atteggiamento, se si vuol conservare la propria coscienza critica, bisognerebbe sempre, nel farlo, prescindere dalla persona che lo assume. Eliminiamo le simpatie e le antipatie, e proviamo a essere oggettivi.

A un certo punto della serata, parlando di scuola, la professoressa Signorelli chiede all’Onorevole Ascani: “Mi scusi, lei sta nella scuola?” Risposta: “Io sì, ho fatto il tirocinio che serve per insegnare.” Replica: “Però la classe vera e propria davanti non ce l’ha mai avuta.” “Come no!” dice l’Ascani. E la professoressa Signorelli cosa fa? Le ride in faccia. Guardate che non è importante il merito della questione, importante è l’atteggiamento. Perché la professoressa Signorelli ride in faccia alla giovane parlamentare? Perché, è evidente, la professoressa Signorelli ha letto Durkheim, ha letto Marx, ha letto tutti filosofi tedeschi, e si sente più colta della sua interlocutrice. Dunque è convinta di essere nella posizione, non solo di non considerare quel che le viene detto, ma addirittura di non ascoltarlo proprio. La risata significa, più o meno: “senta, parliamo d’altro!” Ed è la stessa Amanda Signorelli che mezzora prima aveva indicato Renzi come il rappresentante del NON-ASCOLTO; diceva addirittura: l’ha teorizzato. Eppure lei, neanche mezzora dopo, ha fatto la stessa cosa. Ripeto, non è un giudizio sulla sua persona, è l’analisi di un atteggiamento. E che atteggiamento è questo? Non quello della professoressa Signorelli in sé, ma quello della sinistra radicale, che si sente in perenne posizione di superiorità, e dunque può dire ciò che va bene e ciò che non va, ciò che è giusto e ciò che non lo è, quello che si dovrebbe fare e quello che non si dovrebbe fare. E, questo è importante: quello che non possono fare, chi? Gli altri. A loro, naturalmente, tutto è concesso. Dimostrano una brillante capacità critica, quando si tratta di analizzare i comportamenti altrui; peccato che sparisca senza lasciare traccia come arriva l’ora del confronto, e tu chiedi loro: sì, ma voi?

La cultura, vedete, ha senso finché significa condivisione, ma la verità è che in tutti questi anni non si è fatto altro che allontanare da essa le persone, imponendo loro una servitù psicologica praticamente su tutto: poiché io sono più intelligente di te, la tua opinione deve assoggettarsi alla mia. Da qui, se ci pensate, la crescente, smisurata importanza, data ai libri di critica, che sono oramai più attesi di quelli di narrativa. Lo diceva anche Calvino: “La scuola e l’università dovrebbero servire a far capire che nessun libro che parla d’un libro dice di più del libro in questione; invece fanno di tutto per far credere il contrario.”

Il culto della personalità nasce così: io che ho studiato nelle migliori università, io che scrivo per questi giornali, io che ho fatto questo e quest’altro, adesso ti spiego come funziona il mondo. Io-io-io.

Oggi le persone sono stanche, e mi verrebbe da dire: era l’ora. Dicono: certo, molto bello Marx, ma che avete fatto voi con Marx? Niente.

Niente. Guardate che ascoltare Corrado Augias, a fine puntata, parlare di Leopardi, e sentirlo sottolineare n-i-e-n-t-e , è stato inquietante. Oggi in tanti, più o meno giovani, sono stufi di quel niente; sicché si gettano disperati in un altro niente, se possibile ancora più profondo. Eppure nessuno se ne preoccupa, perché a tutti interessa soltanto il proprio popolo, la propria parte. “Il mio popolo!”, dicono, come se di popoli ne esistessero chissà quanti. La verità è che il popolo è solo uno e che non è di nessuno fuorché di se stesso. Questo popolo non ce la fa più e non è più disposto a farsi dare lezioni, perché chi vorrebbe impartirgliele ha perso qualunque credibilità. La sinistra radicale critica (giustamente o no) Renzi, il popolo risponde: bene, che offrite voi? Sempre la stessa minestra? No, grazie. Non siamo interessati, dice il popolo.

Quindi la sinistra radicale è a un bivio: continuare a dire che il popolo è così perché non legge Marx, perché è figlio dei patriarchi e anche perché non riesce a capire il profondo debito storico che ha nei confronti della sinistra (che poi, quale sarebbe?); oppure può iniziare a chiedere scusa, e anche a cambiare atteggiamento.

Concludo dicendo che a me Susanna Camusso, come persona, piace. La trovo vera, molto più vera di tanti sedicenti leader “di sinistra”, verso cui provo una fisiologica avversione. Ma non sarà che anche ai sindacati un po’ di sguardo autocritico non guasterebbe?

Diceva ancora Bobbio (con cui ho aperto e dunque chiudo): “Se è vero che il fine giustifica i mezzi, ne discende che il non raggiungimento del fine non consente più di giustificarli”. (No, non c’è mai stato il comunismo giusto, l’Unità, 3 aprile 1998)