legge truffa

La fiducia sulla legge elettorale e la “legge truffa” (raccontata da Nenni)

Scritto da: Lucia Senesi

 

In questi giorni si discute molto della possibilità, da parte del Governo, di porre la fiducia sulla legge elettorale. Com’è noto, ciò avvenne nel 1953, in occasione di quella che fu chiamata “legge truffa”. Ma che successe nello specifico? Pietro Nenni lo racconta dettagliatamente nei suoi Diari. In realtà la vicenda si apre nel novembre dell’anno prima e prende delle pieghe che hanno del romanzesco (e che in qualche maniera portarono allo scioglimento di Camera e Senato).

 

20 novembre 1952

Abbiamo avuto oggi alla Camera il primo scontro sulla legge elettorale. Il presidente Gronchi ha proposto che la commissione finisse i suoi lavori entro il 3 dicembre. Mi sono alzato a protestare contestando la validità della sua interpretazione del regolamento, annunciando che chiederemo una proroga e in definitiva incassando. In verità non si poteva fare diversamente giacché la decisione del presidente era il risultato di un accordo di compromesso avvenuto ieri tra lui e Togliatti. Diversamente la richiesta di fissare un termine ai lavori della commissione sarebbe stata formulata da Bettiol per il 27 o il 29 novembre invece che per il 3 dicembre. Io l’avrei preferito perché nei confronti di Bettiol eravamo liberi di fare il casa diavolo. Stasera mi ha telefonato Gronchi per dirmi che la richiesta da me annunciata di una proroga non era contemplata nell’accordo e lo mette in una situazione difficile. Gli ho risposto che sono anch’io in una situazione difficile e che se la commissione non avrà il 3 dicembre conclusi i suoi lavori, ciò che è praticamente impossibile, chiederemo la proroga. Certo non è stato un inizio felice della battaglia parlamentare.

 

9 dicembre 1952

Siamo in pieno ostruzionismo contro la legge elettorale Scelba. Come finirà è difficile dirlo. Intanto oggi si è chiusa la prima fase dello scontro col voto della Camera che ha respinto la mia sospensiva (motivata con l’esigenza di dare la precedenza al voto delle norme di formazione della Corte costituzionale e alle norme per l’attuazione del referendum) e le eccezioni di incostituzionalità sviluppate con molto vigore da Togliatti, Basso, De Martino e Ferrandi. (…)

 

18 dicembre 1952

Con la chiusura della discussione generale sul disegno di legge elettorale si è conclusa stasera la prima fase della battaglia parlamentare. L’avevo iniziata il 7 dicembre proponendo la sospensiva, l’ho chiusa stasera con un discorso di cui tutti hanno lodato il tono e il contenuto, ma al quale nessuno ha risposto. A cominciare da De Gasperi, chiamato duramente in causa. Si inizia domani con gli ordini del giorno la fase vera e propria dell’ostruzionismo. Il governo ostenta una grande sicurezza, fino a credere, o a fingere di credere, che la legge possa giungere al Senato subito dopo l’Epifania. Sono conti fatti senza l’oste.

 

3 gennaio 1953

Una nuova fase della battaglia parlamentare s’è conclusa ieri, anzi questa mattina alle tre, con l’approvazione di un ordine del giorno Codacci Pisanelli per il passaggio alla discussione dell’articolo unico del progetto di legge Scelba. E’ stata una giornata emozionante, con rapidi passaggi di tattica che hanno sconcertato la maggioranza. Essa aveva un piano massiccio come la sua composizione e a senso unico. Ottenere che il regolamento venisse interpretato nel senso che non si possono fare dichiarazioni di voto quando è richiesto lo scrutinio segreto. Ora siccome lo scrutinio segreto ha la precedenza su ogni altro, in pratica ciò finirebbe per rendere impossibile ogni e qualsiasi dichiarazione di voto. Così l’eccezione della minoranza è stata respinta e la maggioranza, per farlo, non ha esitato a mettersi in conflitto col presidente Gronchi il quale aveva chiesto di essere lasciato arbitro di valutare in quali casi egli doveva ammettere, o rifiutare il diritto di dichiarazione di voto.

Nel suo dissennato furore la maggioranza non s’è accorta che il presidente Gronchi aveva offerto la soluzione a essa più favorevole. Infatti i suoi guai stavano appena per cominciare. Si doveva votare il passaggio alla discussione sull’articolo unico su un ordine del giorno di Targetti. Fra la sorpresa della maggioranza, Targetti ha ritirato l’ordine del giorno con una dichiarazione sferzante quanto una staffilata. Sono così rivissuti numerosi altri ordini del giorno che in caso diverso erano da considerare decaduti. Quando, suonata la mezzanotte, gli uscieri hanno cambiato la targa che indica il giorno e sostituito al 2 gennaio il 3 gennaio, il giorno fatidico della dittatura mussoliniana, è scoppiata dai nostri banchi una clamorosa sghignazzata. Una volta tragedia, una volta commedia! (…)

Sull’ordine del giorno Codacci Pisanelli c’è da fare una gustosa osservazione. L’ordine del giorno è così redatto: “La Camera ecc. lo approva auspicando in base a esso le più costruttive intese democratiche”. Si è chiesto al deputato della DC cosa significassero queste parole ed egli ha candidamente risposto che erano dirette al PSI la cui intesa con la DC darebbe finalmente alla democrazia una salda base. Abbiamo così la situazione paradossale della approvazione di un ordine del giorno che auspica alleanza diverse da quelle contratte dal gruppo dirigente della DC. Sarebbe un fatto politico di grande importanza se non si trattasse di una piccola buffonata.

L’onorevole Codacci Pisanelli ha tenuto ad assicurarmi della serietà dei suoi intenti e del vasto consenso che il suo ordine del giorno e l’interpretazione che ne ha dato incontrano nel suo gruppo. E’ possibile. “Se il PSI”, mi ha detto, “si apparenta la DC avremo il 65 per cento dei voti – in base alla legge Scelba – si applica allora la proporzionale pura e semplice. L’uovo di Colombo!”.

Gli ho risposto non senza malizia con un aneddoto. Parlando con Stalin l’ambasciatore francese a Mosca stava facendo l’elogio del Patto Atlantico, difensivo, pacifico, umanitario. Stalin stava a sentire quasi divertito. Alla fine si volse a Molotov per dirgli: “Se il Patto Atlantico è tanto bello perché non vi aderiamo anche noi?”. Se la legge Scelba è tanto bella e se prelude alla alleanza della DC col PSI perché non dovremmo votarla anche noi?

 

4 gennaio 1953

La stampa parla molto di una mia intransigenza in confronto alla transigenza di Togliatti. C’è una piccola parte di verità. E tuttavia non si tratta di transigenza o di intransigenza sul merito della legge Scelba, ma di valutazione della situazione. Togliatti teme una provocazione che metta in pericolo il PCI e cerca di evitarla. (…) Anche qui però il fondo del problema è una diversa concezione strategica. Lineare, massiccia e classica quella dei miei compagni. Elastica quella dei comunisti. (…)

 

21 gennaio 1953

Finito l’ostruzionismo con la vittoria del governo che ha ottenuto stamani all’alba il voto di fiducia e l’approvazione della riforma elettorale, dopo una seduta ininterrotta di tre giorni e tre notti durante la quale ci sono state centottantasei dichiarazioni di voto, ultima la mia con la quale ho annunciato che non avremmo preso parte alla votazione. Siamo quindi usciti al canto degli inni di Mameli e dei lavoratori. Ieri sera si è avuto un momento di drammatica tensione quando Ingrao si è presentato sanguinante alla tribuna per ferite della polizia mentre si svolgeva a Roma uno sciopero di protesta e Montecitorio era come assediato dalla forza pubblica. La drammaticità della seduta fiume e il suo finale non tolgono nulla al fatto che siamo battuti. Il colpo di grazia ci è venuto una settimana fa dal governo con la richiesta della fiducia sull’intera legge dichiarata così inemendabile e indivisibile. Il modo con cui fu posta la fiducia non ha precedenti nel parlamento italiano dal 1861 a oggi e ne ha qualcuno in Francia per le leggi di finanza. Non era quindi stato previsto dai nostri soloni, che si ritenevano sicuri di poter protrarre il dibattito fino ai primi di febbraio. E sarebbe in verità bastato per far naufragare la legge al Senato. Così le prospettive sono naturalmente piuttosto fosche. Tuttavia, se l’ostruzionismo non ha raggiunto il suo scopo ha però risvegliato potentemente il senso civico degli italiani, cosa di cui noi socialisti in particolare dovremmo giovarci nelle elezioni di primavera, come ciò avvenne in quelle del 1946. Ecco il calendario dell’ostruzionismo. Dal 21 ottobre al 3 dicembre in commissione, dal 7 dicembre al 21 gennaio in aula. L’ultima è durata settanta ore!

 

29 marzo 1953

L’ostruzionismo contro la legge truffa è finito oggi al Senato in modo imprevisto e drammatico. Da più di settanta ore il Senato era immobilizzato nella discussione della urgenza per una legge Bitossi concernente la disciplina del lavoro delle mondine. Il regolamento del Senato non contempla limiti di tempo per le dichiarazioni di voto e taluni dei nostri compagni, per esempio il taciturno Morandi, avevano parlato per più di quattro ore. La maggioranza pareva in preda allo smarrimento, aggravato dalle dimissioni del presidente Paratore sostituito da Ruini, dopo il rifiuto di Gasparotto e di Zoli.

Si annunciava per oggi la fine dell’intermezzo sulle mondine e il ritorno alla discussione sulla legge elettorale. Io me n’ero venuto a Formia, dopo di aver raccomandato ai compagni senatori di essere vigili per sventare ogni provocazione e comunque essere pronti a impedire il passaggio al voto. Alle quattro e mezzo sono stato avvertito di tornare subito a Roma. Che diavolo poteva essere successo? Mi sono precipitato al telefono prima di mettermi in cammino. E mentre attendevo la comunicazione con Pertini ho sentito l’impiegata del gruppo dire: “Adesso, quando gli dicono che è tutto votato!” Infatti era tutto finito, tutto votato. Solo la sera ho potuto ricostruire col racconto dei compagni quanto era successo. In poco più di quaranta minuti il Senato, con un inganno del presidente Ruini, ha votato la legge truffa.

Esaurito il dibattito sulle mondine, l’opposizione aveva in serbo tutta una serie di espedienti per guadagnare tempo. Ha cominciato Terracini col chiedere la parola per fatto personale. Rifiuto di Ruini. Poi per un richiamo al regolamento. Altro rifiuto. Allora è scoppiato il tumulto e nel tumulto Ruini ha fatto votare per alzata e seduta una pregiudiziale Bosco che dava la precedenza al voto di fiducia del governo. Ha dato la parola al relatore di minoranza Rizzo, che non ha sentito, al ministro Scelba, che ha rinunciato, e mentre ci si colluttava nell’aula e il presidente stesso era assalito al suo banco, ha indetto la votazione per appello nominale e proclamato il risultato mentre volavano pugni, schiaffi e perfino tavolette. La scena, a detta dei testimoni, è stata tragica. Ruini era come nascosto dietro un duplice cordone di uscieri e, pallido e tremante, parlava nel microfono facendo registrare le sue parole che nessuno nell’aula poteva udire. Una disposizione tassativa del regolamento impone in caso di incidenti che la seduta venga sospesa. Niente. Solo le tribune sono state sgombrate. Quando affranto è uscito dall’aula Ruini ha detto: “Ho salvato la democrazia, ma sono personalmente un uomo finito!”.

La nullità del voto è evidente, ma non può essere attestato che dal Senato e ho l’impressione che non sarà riunito. Si è trattato di un piano determinato? Oppure l’opposizione è caduta in una provocazione? L’una e l’altra cosa appaiono verosimili. Sarebbe bastato che a un certo punto il tumulto si fosse chetato e Rizzo, relatore della minoranza, avesse preso la parola perché il piano della presidenza, di una votazione di soppiatto, fosse sventato. D’altro canto il tumulto dev’essere divenuto a un certo momento tale da favorire il piano di Ruini, di evitare a ogni costo la sospensione della seduta e di procedere al voto in mezzo al tumulto. Come sia sia, la legge è votata, ma non è finita la nostra battaglia contro la legge che si trasferisce dal parlamento al paese.

 

4 aprile 1953

Senato e Camera sono sciolti. Elezioni il 7 giugno.