Pietro Nenni

La fiducia sulla legge elettorale e la “legge truffa” (raccontata da Nenni)

Scritto da: Lucia Senesi

 

In questi giorni si discute molto della possibilità, da parte del Governo, di porre la fiducia sulla legge elettorale. Com’è noto, ciò avvenne nel 1953, in occasione di quella che fu chiamata “legge truffa”. Ma che successe nello specifico? Pietro Nenni lo racconta dettagliatamente nei suoi Diari. In realtà la vicenda si apre nel novembre dell’anno prima e prende delle pieghe che hanno del romanzesco (e che in qualche maniera portarono allo scioglimento di Camera e Senato).

 

20 novembre 1952

Abbiamo avuto oggi alla Camera il primo scontro sulla legge elettorale. Il presidente Gronchi ha proposto che la commissione finisse i suoi lavori entro il 3 dicembre. Mi sono alzato a protestare contestando la validità della sua interpretazione del regolamento, annunciando che chiederemo una proroga e in definitiva incassando. In verità non si poteva fare diversamente giacché la decisione del presidente era il risultato di un accordo di compromesso avvenuto ieri tra lui e Togliatti. Diversamente la richiesta di fissare un termine ai lavori della commissione sarebbe stata formulata da Bettiol per il 27 o il 29 novembre invece che per il 3 dicembre. Io l’avrei preferito perché nei confronti di Bettiol eravamo liberi di fare il casa diavolo. Stasera mi ha telefonato Gronchi per dirmi che la richiesta da me annunciata di una proroga non era contemplata nell’accordo e lo mette in una situazione difficile. Gli ho risposto che sono anch’io in una situazione difficile e che se la commissione non avrà il 3 dicembre conclusi i suoi lavori, ciò che è praticamente impossibile, chiederemo la proroga. Certo non è stato un inizio felice della battaglia parlamentare.

 

9 dicembre 1952

Siamo in pieno ostruzionismo contro la legge elettorale Scelba. Come finirà è difficile dirlo. Intanto oggi si è chiusa la prima fase dello scontro col voto della Camera che ha respinto la mia sospensiva (motivata con l’esigenza di dare la precedenza al voto delle norme di formazione della Corte costituzionale e alle norme per l’attuazione del referendum) e le eccezioni di incostituzionalità sviluppate con molto vigore da Togliatti, Basso, De Martino e Ferrandi. (…)

 

18 dicembre 1952

Con la chiusura della discussione generale sul disegno di legge elettorale si è conclusa stasera la prima fase della battaglia parlamentare. L’avevo iniziata il 7 dicembre proponendo la sospensiva, l’ho chiusa stasera con un discorso di cui tutti hanno lodato il tono e il contenuto, ma al quale nessuno ha risposto. A cominciare da De Gasperi, chiamato duramente in causa. Si inizia domani con gli ordini del giorno la fase vera e propria dell’ostruzionismo. Il governo ostenta una grande sicurezza, fino a credere, o a fingere di credere, che la legge possa giungere al Senato subito dopo l’Epifania. Sono conti fatti senza l’oste.

 

3 gennaio 1953

Una nuova fase della battaglia parlamentare s’è conclusa ieri, anzi questa mattina alle tre, con l’approvazione di un ordine del giorno Codacci Pisanelli per il passaggio alla discussione dell’articolo unico del progetto di legge Scelba. E’ stata una giornata emozionante, con rapidi passaggi di tattica che hanno sconcertato la maggioranza. Essa aveva un piano massiccio come la sua composizione e a senso unico. Ottenere che il regolamento venisse interpretato nel senso che non si possono fare dichiarazioni di voto quando è richiesto lo scrutinio segreto. Ora siccome lo scrutinio segreto ha la precedenza su ogni altro, in pratica ciò finirebbe per rendere impossibile ogni e qualsiasi dichiarazione di voto. Così l’eccezione della minoranza è stata respinta e la maggioranza, per farlo, non ha esitato a mettersi in conflitto col presidente Gronchi il quale aveva chiesto di essere lasciato arbitro di valutare in quali casi egli doveva ammettere, o rifiutare il diritto di dichiarazione di voto.

Nel suo dissennato furore la maggioranza non s’è accorta che il presidente Gronchi aveva offerto la soluzione a essa più favorevole. Infatti i suoi guai stavano appena per cominciare. Si doveva votare il passaggio alla discussione sull’articolo unico su un ordine del giorno di Targetti. Fra la sorpresa della maggioranza, Targetti ha ritirato l’ordine del giorno con una dichiarazione sferzante quanto una staffilata. Sono così rivissuti numerosi altri ordini del giorno che in caso diverso erano da considerare decaduti. Quando, suonata la mezzanotte, gli uscieri hanno cambiato la targa che indica il giorno e sostituito al 2 gennaio il 3 gennaio, il giorno fatidico della dittatura mussoliniana, è scoppiata dai nostri banchi una clamorosa sghignazzata. Una volta tragedia, una volta commedia! (…)

Sull’ordine del giorno Codacci Pisanelli c’è da fare una gustosa osservazione. L’ordine del giorno è così redatto: “La Camera ecc. lo approva auspicando in base a esso le più costruttive intese democratiche”. Si è chiesto al deputato della DC cosa significassero queste parole ed egli ha candidamente risposto che erano dirette al PSI la cui intesa con la DC darebbe finalmente alla democrazia una salda base. Abbiamo così la situazione paradossale della approvazione di un ordine del giorno che auspica alleanza diverse da quelle contratte dal gruppo dirigente della DC. Sarebbe un fatto politico di grande importanza se non si trattasse di una piccola buffonata.

L’onorevole Codacci Pisanelli ha tenuto ad assicurarmi della serietà dei suoi intenti e del vasto consenso che il suo ordine del giorno e l’interpretazione che ne ha dato incontrano nel suo gruppo. E’ possibile. “Se il PSI”, mi ha detto, “si apparenta la DC avremo il 65 per cento dei voti – in base alla legge Scelba – si applica allora la proporzionale pura e semplice. L’uovo di Colombo!”.

Gli ho risposto non senza malizia con un aneddoto. Parlando con Stalin l’ambasciatore francese a Mosca stava facendo l’elogio del Patto Atlantico, difensivo, pacifico, umanitario. Stalin stava a sentire quasi divertito. Alla fine si volse a Molotov per dirgli: “Se il Patto Atlantico è tanto bello perché non vi aderiamo anche noi?”. Se la legge Scelba è tanto bella e se prelude alla alleanza della DC col PSI perché non dovremmo votarla anche noi?

 

4 gennaio 1953

La stampa parla molto di una mia intransigenza in confronto alla transigenza di Togliatti. C’è una piccola parte di verità. E tuttavia non si tratta di transigenza o di intransigenza sul merito della legge Scelba, ma di valutazione della situazione. Togliatti teme una provocazione che metta in pericolo il PCI e cerca di evitarla. (…) Anche qui però il fondo del problema è una diversa concezione strategica. Lineare, massiccia e classica quella dei miei compagni. Elastica quella dei comunisti. (…)

 

21 gennaio 1953

Finito l’ostruzionismo con la vittoria del governo che ha ottenuto stamani all’alba il voto di fiducia e l’approvazione della riforma elettorale, dopo una seduta ininterrotta di tre giorni e tre notti durante la quale ci sono state centottantasei dichiarazioni di voto, ultima la mia con la quale ho annunciato che non avremmo preso parte alla votazione. Siamo quindi usciti al canto degli inni di Mameli e dei lavoratori. Ieri sera si è avuto un momento di drammatica tensione quando Ingrao si è presentato sanguinante alla tribuna per ferite della polizia mentre si svolgeva a Roma uno sciopero di protesta e Montecitorio era come assediato dalla forza pubblica. La drammaticità della seduta fiume e il suo finale non tolgono nulla al fatto che siamo battuti. Il colpo di grazia ci è venuto una settimana fa dal governo con la richiesta della fiducia sull’intera legge dichiarata così inemendabile e indivisibile. Il modo con cui fu posta la fiducia non ha precedenti nel parlamento italiano dal 1861 a oggi e ne ha qualcuno in Francia per le leggi di finanza. Non era quindi stato previsto dai nostri soloni, che si ritenevano sicuri di poter protrarre il dibattito fino ai primi di febbraio. E sarebbe in verità bastato per far naufragare la legge al Senato. Così le prospettive sono naturalmente piuttosto fosche. Tuttavia, se l’ostruzionismo non ha raggiunto il suo scopo ha però risvegliato potentemente il senso civico degli italiani, cosa di cui noi socialisti in particolare dovremmo giovarci nelle elezioni di primavera, come ciò avvenne in quelle del 1946. Ecco il calendario dell’ostruzionismo. Dal 21 ottobre al 3 dicembre in commissione, dal 7 dicembre al 21 gennaio in aula. L’ultima è durata settanta ore!

 

29 marzo 1953

L’ostruzionismo contro la legge truffa è finito oggi al Senato in modo imprevisto e drammatico. Da più di settanta ore il Senato era immobilizzato nella discussione della urgenza per una legge Bitossi concernente la disciplina del lavoro delle mondine. Il regolamento del Senato non contempla limiti di tempo per le dichiarazioni di voto e taluni dei nostri compagni, per esempio il taciturno Morandi, avevano parlato per più di quattro ore. La maggioranza pareva in preda allo smarrimento, aggravato dalle dimissioni del presidente Paratore sostituito da Ruini, dopo il rifiuto di Gasparotto e di Zoli.

Si annunciava per oggi la fine dell’intermezzo sulle mondine e il ritorno alla discussione sulla legge elettorale. Io me n’ero venuto a Formia, dopo di aver raccomandato ai compagni senatori di essere vigili per sventare ogni provocazione e comunque essere pronti a impedire il passaggio al voto. Alle quattro e mezzo sono stato avvertito di tornare subito a Roma. Che diavolo poteva essere successo? Mi sono precipitato al telefono prima di mettermi in cammino. E mentre attendevo la comunicazione con Pertini ho sentito l’impiegata del gruppo dire: “Adesso, quando gli dicono che è tutto votato!” Infatti era tutto finito, tutto votato. Solo la sera ho potuto ricostruire col racconto dei compagni quanto era successo. In poco più di quaranta minuti il Senato, con un inganno del presidente Ruini, ha votato la legge truffa.

Esaurito il dibattito sulle mondine, l’opposizione aveva in serbo tutta una serie di espedienti per guadagnare tempo. Ha cominciato Terracini col chiedere la parola per fatto personale. Rifiuto di Ruini. Poi per un richiamo al regolamento. Altro rifiuto. Allora è scoppiato il tumulto e nel tumulto Ruini ha fatto votare per alzata e seduta una pregiudiziale Bosco che dava la precedenza al voto di fiducia del governo. Ha dato la parola al relatore di minoranza Rizzo, che non ha sentito, al ministro Scelba, che ha rinunciato, e mentre ci si colluttava nell’aula e il presidente stesso era assalito al suo banco, ha indetto la votazione per appello nominale e proclamato il risultato mentre volavano pugni, schiaffi e perfino tavolette. La scena, a detta dei testimoni, è stata tragica. Ruini era come nascosto dietro un duplice cordone di uscieri e, pallido e tremante, parlava nel microfono facendo registrare le sue parole che nessuno nell’aula poteva udire. Una disposizione tassativa del regolamento impone in caso di incidenti che la seduta venga sospesa. Niente. Solo le tribune sono state sgombrate. Quando affranto è uscito dall’aula Ruini ha detto: “Ho salvato la democrazia, ma sono personalmente un uomo finito!”.

La nullità del voto è evidente, ma non può essere attestato che dal Senato e ho l’impressione che non sarà riunito. Si è trattato di un piano determinato? Oppure l’opposizione è caduta in una provocazione? L’una e l’altra cosa appaiono verosimili. Sarebbe bastato che a un certo punto il tumulto si fosse chetato e Rizzo, relatore della minoranza, avesse preso la parola perché il piano della presidenza, di una votazione di soppiatto, fosse sventato. D’altro canto il tumulto dev’essere divenuto a un certo momento tale da favorire il piano di Ruini, di evitare a ogni costo la sospensione della seduta e di procedere al voto in mezzo al tumulto. Come sia sia, la legge è votata, ma non è finita la nostra battaglia contro la legge che si trasferisce dal parlamento al paese.

 

4 aprile 1953

Senato e Camera sono sciolti. Elezioni il 7 giugno.

 

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Il passo paziente del montanaro – Pietro Nenni

Scritto da: Lucia Senesi

 

“Noi abbiamo bisogno di tornare alla semplicità dell’essere e del dire, alla coscienza dei limiti del nostro destino, al gusto delle cose modeste, ben fatte, all’armonia del pensiero con l’azione. Noi abbiamo bisogno di radicalmente guarirci dai due estremi della superstizione dello Stato e della adorazione dell’ “io” demiurgico. Noi dobbiamo uccidere in noi quel sensualismo di potenza che con Crispi prima, con Mussolini poi ci ha tratti sulle orme dell’impero e ci ha lasciati con le ossa rotte e la bocca amara, avendo dissipato in pochi anni il lavoro di decenni. Noi dobbiamo ritrovare la fiducia in noi stessi, nella nostra virtù di operai di contadini di intellettuali che fanno ciò che dicono e dicono ciò che fanno – e questa fiducia non la ritroveremo per la taumaturgia di un verbo che scende dall’alto, ma stimolando le energie dal basso e favorendo tutte le esperienze di autogoverno, dalla fabbrica al comune alla scuola ai pubblici uffici.
La via è certamente lunga e accidentata, ma occorrerà percorrerla fino in fondo, senza bersaglieresche penne al vento, ma col passo paziente del montanaro”.

Pietro Nenni – “Avanti!”, 5-6 giugno 1944

Sul debito pubblico – Nenni e il “centro-sinistro”

Scritto da: Lucia Senesi

 

“L’idea di uno sciopero generale contro il Governo, di cui era vice-presidente (Nenni, N.d.R.), lo sconvolgeva. A Palazzo Chigi riceveva tutti i giorni delegazioni di ferrovieri, sanitari, maestri; e rispondeva a tutti per iscritto. Naturalmente capiva che le campagne dei sindacati contro il “centro-sinistro” (lui lo chiamava così) erano biecamente strumentali: ma ci stava male e i comunisti c’inzuppavano la brioche.

“Ma mandali a……., quelli della Triplice” gli dicevo io: e lui mi guardava con paterna riprovazione. “E’ vero” consentiva, “è vero che la miseria in Italia non c’è più. O almeno la povertà come l’abbiamo conosciuta noi, la vera e propria fame. E sai perché? Perché ora i vecchi hanno tutti una pensione, bene o male, e perché adesso gli abbiamo dato la sanità gratuita”. “E perché c’è la piena occupazione”, aggiungevo io. Allora perché c…. scioperano, per farci dispetto?” Effettivamente, se paragoniamo l’Italia degli ultimi anni di Nenni (i ’60 e ’70) con quella di oggi, del “centro-sinistro” di allora col “centro-sinistra” di oggi, c’è da prendersi un colpo: almeno, quanto al cosiddetto “sociale”.

Non c’era più un disoccupato; non c’era più un mendicante che chiedesse l’elemosina per strada; non c’era più una baracca alla periferia di Roma o di Milano e nemmeno di Napoli; i cassetti degli italiani straripavano di medicinali; gli ospedali e le scuole erano gratuiti; non c’era una famiglia che non avesse un paio di pensioni di vecchiaia o d’invalidità. Nel 1970, al Ministero del Tesoro, Ferrari, Aggradi, Stammati ed io piangevamo perché il debito pubblico era arrivato all’astronomica cifra di L. 25mila miliardi, non di due milioni e mezzo (come ora) di miliardi: “Con che faccia presenteremo il Bilancio?”. E Nenni mi rimbrottava strillando: “Mille miliardi della Federconsorzi! Cento cinquanta milioni al giorno d’interessi! Ladri, spiegami tu com’hanno fatto!” E ciononostante, e forse a causa di tutto ciò, ci fu il ’68, la fiera dell’idiozia.”

Venerio Cattani, Nenni: una vita per la democrazia e per il socialismo

I rapporti Pertini-Nenni e le scissioni del Partito socialista

Scritto da: Lucia Senesi

 

SANDRO PERTINI: Quanto mi sono battuto contro le scissioni, Oriana! Quanto mi sono arrabbiato coi socialdemocratici nel 1947 e con quelli del PSIUP nel 1964! Quante volte ho gridato non-solo-queste-scissioni-tornano-a-danno-del-socialismo-ma-del-movimento-operaio-e-del-paese! Pensi cosa rappresenteremmo oggi in Italia se non avessimo fatto le scissioni! E pensi cosa abbiamo provocato invece: l’indebolimento del socialismo, la delusione del popolo italiano… Sicché tutti, ora, ci guardano con diffidenza. E ce lo meritiamo perché abbiamo mancato al nostro compito. Noi socialisti, quando non sappiamo cosa combinare, ci dividiamo. Se domani tre socialisti finiscono naufraghi in un’isola deserta, sa cosa fanno? Prima issano un cencio bianco perché una nave li veda, poi strappano il cencio in tre parti e formano tre correnti del Partito socialista. È la nostra maledizione. Da cosa viene tale maledizione io non lo so. Forse da una radice anarchica. Sì, un po’ di Bakunin c’è. Senza dubbio. I miei compagni non vogliono che lo dica ma, se non siamo un po’ anarchici, siamo troppo individualisti. D’accordo: democraticamente è una cosa buona. In un partito democratico si deve discutere e non accettare la rigida disciplina del Partito comunista. Nella disciplina il Partito comunista condensa la sua forza ma anche la sua debolezza: essa lo tiene compatto ma allo stesso tempo gli impedisce di far circolare le idee. Però, accidenti: noi socialisti paghiamo un prezzo troppo alto per far circolare le idee. Dico: una cosa sono le correnti di pensiero e una cosa sono le correnti organizzate che diventano fazioni organizzate, un partito nel partito. Bisticciai in questi termini con Saragat. Poi andai a Palazzo Barberini e cercai di convincerlo a non fare la scissione. Non m’ascoltò. Andai anche da quelli del PSIUP, anni dopo. Non mi vollero ascoltare nemmeno loro. Io non sono mai riuscito a farmi ascoltare. Solo dopo hanno detto: «Aveva ragione Sandro».

ORIANA FALLACI: Anche Nenni? Io mi son sempre chiesta quali fossero, in realtà, i suoi rapporti con Nenni.

SANDRO PERTINI: Rapporti di amicizia e di stima reciproca, anche se spesso abbiamo dissentito violentemente. Ma definire dissensi le nostre dispute è perlomeno inesatto perché si è trattato di dispute gravi, gravi… Nel 1948, ad esempio, quando Nenni volle a ogni costo la lista unica coi comunisti. Per me era un errore grossolano. Così, al congresso dell’Astoria, mi battei come una tigre contro di lui. Sostenni che dovevamo presentarci da soli perché eravamo noi a interpretare la tradizione socialista: presentarci in lista unica sarebbe servito soltanto a portare acqua al mulino socialdemocratico. Saragat non ci aveva forse accusato, un anno prima, d’essere fusionisti? Non s’era forse staccato da noi servendosi di quell’accusa? La lista unica coi comunisti gli avrebbe dato ragione e avrebbe rischiato di portarci chissà dove. Prima la lista unica, poi il gruppo unico alla Camera, e infine il partito unico. Com’è mio costume, non feci l’anticomunista ma Nenni vinse ugualmente e io ne soffrii. Eppure non persi il mio affetto per lui. Non l’ho mai perduto. Ho sempre voluto bene in modo fraterno a quest’uomo con cui mi litigavo. Non ho mai potuto dimenticare che anche lui ha dedicato la vita alla causa della libertà, della democrazia, della classe lavoratrice. Ma lui ne ha abusato, sa? Ne ha abusato eccome. Sapeva che gli volevo bene e se ne approfittava. Diceva: «Tanto ho l’appoggio di Sandro! Lui si urta con me e poi, all’ultimo momento, sta con me. È così legato al partito!». Capito? Il peggio è che ha ragione: al partito ci sono legato. Non lo lascerò mai. Come la politica. Mi spengerei.

ORIANA FALLACI: E con Saragat?

SANDRO PERTINI: Lo stesso. O quasi. Certo, quando Saragat è diventato socialdemocratico, mi sono molto staccato da lui. Anche in senso affettivo. L’ho aggredito aspramente nei comizi. L’ho trattato senza peli sulla lingua ma vede… ecco… insomma: non è che Saragat mi sia meno simpatico di Nenni, però io ho sempre sentito un maggior affetto per Nenni. E non solo perché Nenni è sempre stato fedele al partito ma perché Nenni ha una carica umana che Saragat non ha. Oh, io la carica umana ce l’ho più di Nenni. Voglio dire: tutti e due abbiamo una forte carica umana ma la mia è superiore a quella di Nenni e…

ORIANA FALLACI: Via, lo dica.

SANDRO PERTINI: Lo dico, lo dico! Dico: considerata quella carica umana, è strano che il grande legame non sia tra Nenni e me, bensì tra Nenni e Saragat. Uh, c’è un tale affetto tra i due! Sono come due amanti che si ripetono: «Nec sine te nec tecum vivere possum. Né con te né senza di te posso vivere». Sa, la poesia di Catullo e di Lesbia. Si amano di un odio-amore quei due. Si amano così fin dal tempo in cui erano fuorusciti in Francia. Non ha capito perché la riunificazione del Partito socialista andò così male? Perché fu un affare privato tra Nenni e Saragat: non un’operazione di base ma un incontro al vertice. Non poteva che finire in malora, infatti io lo avevo previsto che sarebbe finita in malora. Oriana, posso raccontarle una storia che spiega benissimo i rapporti tra Nenni e Saragat. È la storia della mia evasione da Regina Coeli. Dunque, nell’inverno 1943-44, io ero a Regina Coeli. E c’era anche Saragat. E tutti e due eravamo condannati a morte dai tedeschi. Lo sa come facevano i tedeschi: condannavano a morte anche senza processo, in via amministrativa. Poi pescavano da quel pozzo di San Patrizio e fucilavano per rappresaglia. Io e Saragat stavamo nel braccio tedesco insieme a quattro ufficiali badogliani. E i nostri preparavano la fuga. Ci pensava Giuliano Vassalli che era al tribunale militare italiano, Alfredo Monaco che era il direttore del carcere, sua moglie Marcella, Filippo Lupis, Giuseppe Gracceva. La prima parte dell’operazione consisteva nel trasferirci dal braccio tedesco al braccio italiano e a questo provvide Vassalli. Poi Gracceva mi mandò a dire che dovevo prender contatto con Monaco fingendo un attacco di appendicite, e ubbidii. Una notte mi metto a urlare oddio-sto-male-chiamate-d’urgenza-il-medico, così arriva Monaco, finge di visitarmi e intanto mi sussurra di stare pronto: si prepara la mia fuga e quella di Saragat. «No», rispondo. «No. Io e Saragat soltanto, no. Ci sono anche gli altri quattro. O tutti e sei o nulla. » Monaco riferisce ai compagni, badate-che-Pertini-stapuntando-i-piedi, i compagni riferiscono a Nenni, e Nenni dice spazientito: «Ma fate uscire Peppino! Sandro il carcere lo conosce, c’è abituato. Peppino no, poveretto. Per lui è la prima volta. Pensate a Peppino, poi penseremo a Sandro». Bè, mi andò liscia ugualmente: Vassalli fabbricò i fogli di scarcerazione, Ugo Gala li fece trovare sul tavolo del direttore insieme alla posta del mattino, e uscimmo tutti e sei. Ma appena vidi Nenni glielo dissi: «Pietro, cos’è questa storia del fate-uscire-Peppino-pensate-a-Peppino-tanto-Sandro-al-carcere-c’è-abituato? E che? Siccome c’ero abituato, ci dovevo morire?».

ORIANA FALLACI: Pertini, sono quasi le due del pomeriggio e lei non ha ancora mangiato. È sicuro di non sentirsi stanco?

SANDRO PERTINI: Le ho detto di no! È stanca lei?

Il Senato elettivo ai tempi della Costituente

Scritto da: Lucia Senesi

 

O sul perché l’Italia non cambierà mai. Dai Diari di Pietro Nenni:

 

Senatoelettivo

 

I professionisti della rivoluzione – Pietro Nenni

Scritto da: Lucia Senesi

 

Pietro Nenni, già nel lontano 1948, aveva intravisto le derive di una certa Sinistra:

 

“Nessun dubbio, siamo battuti. Le notizie di Brescia non sono buone, quelle di Bergamo sono pessime. Ho trasmesso all’Avanti! la nota seguente:

“Reputo opportuno un commento realistico con l’aperto riconoscimento della nostra sconfitta che ci lascia sereni nella coscienza di avere tentato di portare avanti una politica giusta. Sottolineare che abbiamo sottovalutato l’influenza di tre fattori: la chiesa, l’America, la secessione. Staremo coerentemente all’opposizione lavorando perché le cose cambino al più presto possibile.”

Mi domando: “Come mai ci è sfuggito il senso di paura al quale dobbiamo la sconfitta? Siamo dunque così staccati dal paese da non saperne più controllare i sentimenti e le opinioni?” I dati definitivi danno dodici milioni di voti alla DC, otto a noi.

Se il caso di Brescia si generalizza io sarò rovesciato e rovesciato dall’egoismo dei comunisti, dalla loro sostanziale incapacità di fare una politica unitaria che non sia esclusivamente a profitto loro e della loro organizzazione.

Intanto, nessuno sa dare una risposta alla mia domanda: come mai non abbiamo capito che una parte notevole, anche operaia, sfuggiva alla nostra influenza?

Sono inquieto davanti ai problemi di domani. Sacrificare, come io ho fatto, una posizione personale e di partito all’unità della classe operaia, per un socialista è un titolo d’onore. Ma posso io rifiutare di prendere atto che sotto bandiera, direzione o ispirazione comunista (apparente o reale poco importa) non si vince in Occidente? Possono Togliatti e gli altri dirigenti comunisti non prendere atto di questa situazione? Oppure tutto ciò è per essi senza importanza purché ci sia un forte Partito comunista, saldamente legato alle esperienze dell’Oriente e in grado di tenere finché si produca una situazione favorevole? In questo caso temo molto di vedere anche il socialismo italiano assorbito dalle correnti riformiste, opportuniste, occidentaliste. Peggio, in questo caso il Partito comunista sarebbe destinato a perdere il suo carattere di partito popolare e di massa per ridursi a un partito di professionisti della rivoluzione, una setta, un’élite. Che fare allora?”

Pietro Nenni, Diari, aprile 1948

Resistete contro gli impazienti – Sandro Pertini

Scritto da: Lucia Senesi

 

Pertini a Pietro Nenni e Giuseppe Saragat:

 

Avanti

 

“[Milano], 16 febbraio 1945

Pietro e Giuseppe carissimi,

due righe in tutta fretta, ché fra un’ora parte un corriere per costì. Non mi è possibile venire a R[oma]. E’ necessaria la mia presenza qui, ove la lotta si fa ogni giorno più dura. Bisogna tenere pronto il nostro p[artito], facendo in modo che rimanga in prima linea. (…)

Abbiamo ricevuto alcuni numeri del nostro Avanti!. Bene. Bravo Pietro. Per quanto concerne la proposta fusione con i cugini (comunisti, N.d.R.) vi invitiamo a non precipitare. I cugini, a nostro avviso, oggi si dimostrano tanto entusiasti per la fusione con noi soprattutto per due ragioni: a) perché adesso sono persuasi che noi stiamo diventando un forte partito della classe operaia; b) perché sanno che il loro partito – legato alla politica dell’URSS – è costretto, e maggiormente sarà costretto domani, a fare una politica impopolare e quindi non vogliono che nel settore operaio vi sia un partito che a questa politica si opponga, rendendo più profondo il malcontento, che nelle masse lavoratrici è oggi già diffuso, e beneficiando di questo malcontento.

Comunque è a Milano liberata che la questione della fusione dovrà e potrà essere posta. Badate di non metterci dinanzi al fatto compiuto. Creereste una grave crisi.

Non potete non sentire il nostro parere, in proposito. Resistete contro gli impazienti. Errore, poi, sarebbe togliere a Pietro la Segreteria per le ragioni da me dette a Napoli. Pietro deve continuare a essere il S[egretario] Gen[erale]. Almeno sino a Milano liberata. Sentiamo che il nostro partito potrà diventare un “grande partito”. Vi sono tutte le premesse per questo. Ma se voi stanchi preoccupati per le molte difficoltà doveste abbandonare la posizione attuale, queste premesse di colpo verrebbero annullate e il partito, denunciando ancora una volta la sua incapacità di fare una politica decisa e coraggiosa e di non sapere marciare se non a fianco del P.C., si porrebbe in una evidente posizione d’inferiorità, perdendo tutto il consenso che ha oggi in mezzo alle masse lavoratrici. Ancora una volta noi appariremmo gli stessi… socialisti sempre indecisi e perplessi. Tenete duro, per dio, e avremo ragione. A Roma con la vostra coraggiosa decisione voi avete create le condizioni per dar vita ad un grande Partito socialista. Potenziamo questo nostro partito – nel quale oggi più che mai credo – e non affrettiamo una fusione, che si risolverebbe in un assorbimento del nostro p[artito] nel p[artito] comunista. Noi vogliamo dar vita a un unico partito del proletariato, non vogliamo ingrossare il P.C. Riflettete seriamente su questo.

Vedremo di mandarvi al più presto un nostro rappresentante. Ricordatemi a tutti. Saluti a Marcella, a Luisa ed a Orlandina. A voi, amici miei, saluti fraterni.

Sandro”

Cuperlo ricorda Togliatti e l’articolo 7

Scritto da: Lucia Senesi

 

Gianni Cuperlo ricorda in Assemblea Nazionale PD il caso “Togliatti e articolo 7”. Sentite come lo racconta nei suoi Diari Pietro Nenni:

” 25 marzo (1947)

Stamattina alle due la Costituente ha votato l’articolo 7 (ex articolo 5) con trecentocinquanta voti contro centoquarantanove. Hanno votato a favore duecentouno democristiani, novantacinque comunisti e cinquantaquattro fra qualunquisti, liberali e isolati. La grande sorpresa (non per me), è stato il voto favorevole dei comunisti, che Togliatti ha tentato di giustificare in un discorso di una logica formale associato a un’assenza totale di comprensione storica del problema. Prima del suo c’erano stati i due discorsi “sinceri”, quello di De Gasperi, in favore, e il mio, contro. Un’altra sorpresa della notte è stato il voto favorevole non solo di Nitti, ma di Orlando, Bonomi e Sforza. Senza l’apporto dei comunisti, i cattolici avrebbero vinto con cinque voti di maggioranza e sarebbe stato meglio così.

Sul dibattito hanno pesato due ricatti: quello di De Gasperi, sulla solidità della Repubblica, e quello dell’ Osservatore Romano sulla pace religiosa e la riapertura della questione romana. Ho risposto sostanzialmente: “Abbiamo capito. Voi volete la lotta su questo terreno, mentre noi la vogliamo sul terreno sociale. Prendiamo appuntamento per più tardi e intanto votiamo contro di voi.” Togliatti ha ragionato così: “De Gasperi ci dichiara guerra, Nenni non l’accetta ed è vero che per far la guerra bisogna essere in due. Ma per dichiararla basta uno solo. Per togliervi il pretesto di dichiararci la guerra, votiamo con voi l’articolo 7”.

E’ cinismo applicato alla politica. Ma non è il cinismo degli scettici, ma di chi ha un obiettivo e non vede altro. E’ la svolta di Salerno che continua, applicata questa volta alla chiesa e ai cattolici. Togliatti crede così di salvaguardare dieci, venti anni di collaborazione con la Democrazia cristiana. Mi sembra un calcolo sbagliato da cima a fondo. Sono lieto di avere votato “no”.”

 

Il dubbio, cap. II – Pietro Nenni

Post di: Lucia Senesi

 

Pietro Nenni, da Intervista con la storia, Oriana Fallaci

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“La virtù del fare” – Pietro Nenni

Post di: Lucia Senesi

 

Che, a quanto pare, non è un’eredità socialista.

Scriveva Oriana Fallaci: “Splendidi fino a quando combattono, i comunisti diventano insopportabili dopo che hanno vinto.”

 

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Ma quant’era moderno, Nenni?

Post di: Lucia Senesi

 

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Curioso destino il mio – Pietro Nenni

Post di: Lucia Senesi

 

Non c’è niente da fare: quando qualcuno piace a Oriana Fallaci, un motivo c’è (naturalmente, vale anche il suo contrario). Segnatevelo!

 

Dai Diari di Pietro Nenni:

 

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